Libia, una benda per non vedere?

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Il 15 luglio scorso la Camera ha approvato la risoluzione sul finanziamento delle missioni internazionali, compresa la “scheda 48” relativa all’addestramento della cosiddetta Guardia Costiera libica. La risoluzione è passata ieri con 438 voti a favore, 2 contrari e 2 astenuti, mentre contro la parte che riguarda la Libia, sulla quale si è proceduto con voto separato, hanno votato 38 deputati (Palazzotto, Bersani, Boldrini, Bruno Bossio, Cecconi, Conte, De Lorenzo, Dori, Ehm, Fassina, Fioramonti, Fornaro, Fratoianni, Fusacchia, Lattanzio, Lombardo, Magi, Muroni, Orfini, Pastorino, Pini, Pollastrini, Raciti, Rizzo Nervo, Sarli, Stumpo, Suriano, Termini, Timbro, Trizzino, Ficara, Luigi Gallo, Grimaldi, Martinciglio, Masi, Orrico, Papiro e Vianello). Hanno votato a favore anche i deputati di Fratelli d’Italia. Gli astenuti sono stati 22, tra i quali i deputati di Italia viva. Per denunciare le continue stragi di migranti nel Mediterraneo e le violenze, lo sfruttamento e le violazioni dei diritti umani a cui sono sistematicamente sottoposti migranti e rifugiati in Libia e per chiedere al Parlamento di non rinnovare la collaborazione con la Guardia costiera libica, un cartello di associazioni della società civile (tra cui Forum per Cambiare l’ordine delle cose, Mediterranea, Arci, Baobab experience, Medici senza frontiere) aveva organizzato il giorno precedente in piazza Montecitorio “Libia, una benda per non vedere?” con lo slogan “Non chiudiamo gli occhi di fronte alle barbarie”. Pubblichiamo di seguito l’intenso intervento svolto nella manifestazione da Ascanio Celestini. (la redazione)

«Il giorno in cui io ho giurato di rispettare la Costituzione era il 25 maggio. Mi sono insediata e la mattina stessa hanno già ripescato il primo cadavere. La mia storia di sindaco è iniziata così». Faccio interviste da venticinque anni. Ho un archivio di voci lungo parecchie ore. Così vado a ripescare questa del 2 ottobre 2014 fatta a Lampedusa con Giusi Nicolini, sindaca da sedici mesi.

Precisamente l’anno prima stavo con lei nella stessa stanza e mi raccontava della difficoltà di amministrare un comune con seimila abitanti sul quale pesa una quotidiana tragedia fatta di donne e uomini di tutte le età che scappano per salvarsi la vita. Scappano come inquilini di un condominio in fiamme che saltano dalla finestra. Si lanciano verso la morte. Anzi sono certi di subire violenze di ogni tipo che li porteranno anche a pregare Dio di farli morire, ma non hanno alternative. Avevo pure letto una sua lettera pubblica nella quale chiedeva «quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?». E un anno prima mi parlava proprio delle parole che aveva scritto. «Undici persone, tra cui otto giovanissime donne e due ragazzini di undici e tredici anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita». Giusi mi parlava della difficoltà di collocare quegli undici corpi perché in un’isola di seimila abitanti non muoiono mai undici persone tutte nello stesso giorno. Me lo diceva mentre prendevamo il caffè pensando a una tragedia che poteva ripetersi uguale. E invece poche ore dopo ce la siamo ritrovata davanti agli occhi 33 volte più grande. Il 3 ottobre del 2013 morirono almeno 368 migranti.

Un anno dopo nell’intervista continua ripensando alle aspettative che aveva al momento del suo insediamento dicendo che «ti chiamano e ti dicono: stiamo portando un cadavere sulla banchina. Nel momento in cui ti chiamano… è tuo e ci devi pensare tu. Il primo giorno io stavo pensando al fatto che giuravo, mi insediavo da sindaco, iniziavo la mia esperienza in questo ruolo difficile, complicato, ma ero anche carica di grande entusiasmo, no? Il mio progetto per Lampedusa era un progetto… ed è un progetto di vita, di futuro. Quel primo cadavere che mi portarono… mi misero di fronte a questa grande verità, no? Noi abbiamo questo grande slancio verso il futuro… e anche loro muoiono per il loro slancio, per la loro voglia di futuro e di vita. E mi sono resa conto che il mio programma di futuro non poteva prescindere da… dalla morte, che invece è la fine della vita e del futuro. Che è un po’ la grande verità di quest’isola. Un’isola che ha grandissime potenzialità, ha una natura meravigliosa. Viene attraversata dalle balene, dai delfini, dalle tartarughe, dagli uccelli che migrano dall’Africa verso l’Europa… chi viene qui in vacanza fa un’esperienza fantastica. I bambini qui nascono, crescono e… è la grande contraddizione che questa isola vive e vuole superare. Ed è la grande contraddizione del nostro tempo, del nostro mondo, dell’umanità. E non è pensabile che nella nostra quotidianità debba entrare una tragedia che non è causata da calamità naturali. Si muore per le malattie, si muore perché si deve morire, ma morire in questo modo è una cosa insopportabile».

In fondo cosa chiediamo oggi in piazza? Chiediamo la fine di tutte le guerre, di tutte le dittature e della fame nel mondo? Non possiamo permetterci di sperare pubblicamente nella felicità per tutti gli abitanti del pianeta. Non possiamo permetterci nemmeno di sperare che abbiano tutti una casa, un libro, una carezza, un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua. Questa utopia non ce la possiamo permettere. Noi oggi in questa piazza stiamo chiedendo di non alimentare più i carnefici che li imprigionano, le barche che li vanno a ripescare per riportarli nei lager. E chiediamo che le organizzazioni nate per salvare le loro vite non trovino tanti bastoni tra le ruote. Non stiamo chiedendo che il governo gli salvi la vita. Stiamo chiedendo che il governo non sia complice. Stiamo chiedendo che la loro morte non sia insopportabile.

 

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini è scrittore, regista e attore teatrale.

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