Lavoro e salario dei migranti in Italia e nel mondo

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Vengono qui presentati e commentati i risultati di una inchiesta dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), condotta in numerosi paesi tra cui l’Italia e pubblicata nel dicembre 2020. La più importante disaggregazione dei dati è relativa al reddito dei diversi paesi, suddivisi tra quelli a reddito elevato (33 paesi, High Income Country – HIC) e quelli a reddito medio basso (i paesi del resto del mondo, Low and Medium Income Country – LMIC). Mentre nei primi il divario salariale a scapito dei migranti è una costante, non è così per gli altri paesi, pur in presenza di un flusso migratorio quantitativamente assai più elevato di quello che interessa i paesi ricchi, ma, data la popolazione, con una incidenza percentuale minore (nel 2019 l’incidenza dei migranti sull’intera popolazione mondiale era del 3,5 per cento mentre nei paesi ricchi era del 14 per cento). Sulla base dei dati del 2017, le stime dell’ILO indicano che ci sono 234 milioni di migranti internazionali in età lavorativa nel mondo, di cui circa 164 milioni sono lavoratori; circa il 42 per cento di questi lavoratori è costituito da donne. Nell’inchiesta emerge che le differenze di salario sono “spiegabili” solo in minima parte, mentre la gran parte delle differenze non ha ragioni oggettive, e vengono indicate le percentuali di quelle “inspiegabili”. I criteri sono abbastanza semplici: le “dotazioni” personali registrabili (età, formazione scolastica, esperienza); le caratteristiche del lavoro (il tempo di lavoro, la condizione contrattuale, la mansione o professione svolta); le caratteristiche dell’attività economica (settore produttivo, dimensione d’impresa, attività formale o informale); le caratteristiche della persona (genere, razza: già nel settore della frutta in Piemonte gli africani sono meno pagati anche degli altri immigrati…). Considerando tutto questo, solo il 20 per cento delle differenze è spiegabile mentre l’altro 80 per cento non ha altre spiegazioni che la discriminazione, commenta amaramente l’ILO ricordando come nella sua Costituzione del 1919 già era scritto che uno degli obiettivi era eliminare le discriminazioni tra lavoratori, di genere e non solo. Nel rapporto di ricerca i lavoratori con un certificato di cittadinanza vengono banalmente identificati come “cittadini”, gli altri non lo sono. E hanno ragione a evidenziarlo.

I dati internazionali

Nei paesi a reddito più elevato (HIC), i lavoratori migranti guadagnano in media il 12,6 per cento in meno rispetto ai cittadini. Tuttavia esistono notevoli variazioni, tra i paesi e tra i diversi gruppi per attività professionale. Ci sono lavoratori migranti che guadagnano in media fino al 42,1 per cento in meno rispetto ai cittadini nazionali (a Cipro) e il 71 per cento in meno tra i lavoratori scarsamente qualificati. La loro presenza si concentra «in modo sproporzionato», secondo l’ILO, nei settori dell’agricoltura e dell’industria. Sempre negli HIC, le lavoratrici migranti subiscono una doppia sanzione salariale, sia come migranti che come donne: il divario salariale tra uomini cittadini e donne migranti è stimato al 20,9 per cento, di 4,7 punti percentuali in meno rispetto alle donne cittadine. Il divario retributivo dei migranti si è ampliato in molti HIC rispetto alle precedenti stime dell’ILO. Tra il 2014-2015 e il 2019-2020 il divario retributivo è aumentato nella maggioranza di questi paesi (un successo dei sovranisti, molto più materialisti dei democratici) con aumenti che vanno da 1,3 a 26,4 punti percentuali. I lavoratori migranti, in particolare le donne migranti, lavorano tendenzialmente con contratti temporanei e a part-time. Se la parte inspiegabile del divario retributivo dei migranti fosse eliminata, il divario dei migranti quasi scomparirebbe in molti paesi e si invertirebbe in altri.

Nei paesi a basso e medio reddito (LMIC) i lavoratori migranti tendono a guadagnare in media il 17,3 per cento in più rispetto ai cittadini nazionali, sia pure con notevoli eccezioni. Ciò è dovuto, in buona parte, alla proporzione significativa di lavoratori espatriati temporaneamente e altamente qualificati.

I lavoratori migranti sono stati tra i più colpiti dalla recessione economica associata alla pandemia Covid-19, sia in termini di perdita di occupazione che di calo dei guadagni per coloro che sono rimasti occupati.

I dati italiani

In Europa siamo terzi con il 29,6 per cento di divario salariale tra lavoratori cittadini e lavoratori migranti, preceduti dalla Slovenia con il 33,3 e da Cipro con il 42,1.

I tre quarti del divario salariale in Italia, valutato con i criteri prima descritti, sono “inspiegabili”, cioè sono il risultato della discriminazione. L’Italia rientra tra i 20 paesi nel mondo con i livelli significativamente più elevati di divari retributivi “non spiegati”.

Rispetto ai lavoratori nazionali, i lavoratori migranti hanno un salario inferiore anche se posseggono qualifiche simili nell’ambito della stessa categoria professionale. In Italia, la quota dei lavoratori migranti in lavori ad alta qualifica è di circa il 20 per cento, mentre quello dei lavoratori nazionali è di circa il 60 per cento nonostante i livelli di istruzione siano simili (la quota di lavoratori migranti con istruzione secondaria è di circa il 70 per cento, mentre quella dei lavoratori nazionali è del 75 per cento). I lavoratori migranti in Italia sono sovra-rappresentati nelle forme di lavoro atipico e nel settore primario e secondario dell’economia. Circa il 30 per cento dei migranti che lavorano in Italia ha un contratto a tempo determinato, mentre la proporzione dei lavoratori nazionali con lo stesso tipo di contratto si attesta a meno del 15 per cento. Tanta parte dei migranti lavora nel settore primario – agricoltura, pesca e silvicoltura – e nel settore secondario – attività estrattive; industria manifatturiera; elettricità, gas e acqua e edilizia –. Nel periodo precedente e successivo alla crisi economica e finanziaria del 2008, la distribuzione degli occupati per settore di attività economica è rimasta sostanzialmente invariata per i lavoratori italiani, mentre per quelli stranieri la partecipazione in agricoltura è più che raddoppiata (dal 3 al 6,4 per cento durante il periodo 2008-2018). Le lavoratrici migranti sono doppiamente svantaggiate: al divario salariale dei migranti si aggiunge quello di genere. In Italia, le lavoratrici migranti guadagnano meno rispetto ai lavoratori migranti: il divario salariale di genere delle lavoratrici migranti è di 12 punti percentuali, mentre il divario salariale di genere tra le lavoratrici e i lavoratori nazionali è di 10 punti percentuali. Ovviamente, questo divario si somma a quello salariale dei lavoratori migranti rispetto a quello dei cittadini. Il divario retributivo tra le lavoratrici e i lavoratori migranti è in parte dovuto al fatto che le lavoratrici migranti sono particolarmente presenti nell’economia dell’assistenza e della cura. In Italia, solo il 9,1 per cento del totale degli uomini migranti lavora nell’economia dell’assistenza e della cura, rispetto al 65,8 per cento del totale delle donne migranti.

Fulvio Perini

Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

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