Carovane Migranti. Gli uomini non sono sassi

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Carovane Migranti è in movimento dal 2014. Quell’anno organizzammo la prima Carovana per i diritti dei Migranti, per la Dignità e la Giustizia. Un viaggio da Lampedusa a Torino sulle orme di un popolo che in qualche modo ci chiedeva di considerarli come nuovi cittadini. Un viaggio di ricerca, senza la pretesa di svelare qualcosa di inedito, di fare controinformazione o di parlare con la voce di altri e per altri. Per questo, fin dal primo viaggio, abbiamo lasciato che a parlare fossero i testimoni che con costanza abbiamo continuato a invitare dal Centroamerica e dal Mediterraneo.

Ci siamo mossi con la necessità di capire, di costruire ponti tra i gruppi e le persone che si ponevano le stesse nostre domande e che, meglio di noi, costruivano quotidianamente pratiche di resistenza al modello unico neoliberista. All’apparenza ‒ è stata una critica alla quale ancora oggi rispondiamo con qualche balbettamento ‒ la carne al fuoco era troppa, troppi i luoghi da attraversare, una complessità disorientante che ci avrebbe portati distanti dal tema iniziale.

Non perdetevi, era il consiglio che ci arrivava da più parti. Ma a noi bastava far nascere relazioni, scoperte, amicizie, frammenti di umanità che ci siamo ostinati a tenere insieme in questi anni. Una confusione che a volte non riusciamo bene a ordinare ma che a tratti ci permette di vedere un sottile filo che lega il tutto. Forse sono solo immagini indelebili nella nostra memoria che malauguratamente non trasformiamo come vorremmo in un racconto politico e sociale. Immagini come queste.

Davanti al mare di Lampedusa, con alle spalle il cimitero delle barche dei migranti, Mounira, una madre tunisina che ha perduto suo figlio nel mar Mediterraneo, abbraccia Rosa Nelly Santos, honduregna, alla ricerca di un nipote scomparso nel viaggio verso gli Stati Uniti. Quando solennemente tutto si ferma per la preghiera della sera, Imed, tunisino di Terre Pour Tous, scoppia a piangere senza aver trovato una parola davanti a qualche suo connazionale in quella vergogna del ghetto di San Ferdinando a Rosarno.

Mario Vergara è incredulo davanti al “Cimitero degli sconosciuti”; a Zarzis, a un centinaio di chilometri dal confine libico, Chemseddine Marzoug, raccoglie e da sepoltura ai corpi dei naufraghi che le correnti portano sulla spiaggia. Mario, con un filo di voce, racconta il suo lavoro di “cercatore di ossa”, un’attività che non ha certo scelto ma che si è visto costretto a fare quando suo fratello Tomy è scomparso nell’indifferenza complice di tutti gli apparati statali. Ora si sposta per il Messico, da una fossa comune all’altra, organizzando gruppi di famigliari e cercatori. Padre Alejandro Solalinde e la hermana Leticia Gutierrez ascoltano increduli le parole di un sindacalista del porto di Gioia Tauro contraddette qualche ora dopo in un incontro con i magistrati di Reggio Calabria. Le evidenze investigative dicono che proprio da qui è passata la droga che il cartello messicano de Los Zeta ha scambiato con la ‘ndrangheta calabrese.

Alejandro e Leticia hanno dato vita ai primi rifugi per migranti nel corridoio mesoamericano ed entrambi hanno rischiato la vita, loro e delle persone che ospitavano, a seguito delle concrete minacce del sanguinario cártel messicano. Li’kil, giovane contadina guatemalteca, insegnante dell’Università indigena Ixil, attraversando gli uliveti strappati all’abbandono, ha parlato di biodiversità, buen vivir, cambio climatico e migrazioni con la giovane comunità della “Fattoria senza padroni” che ha occupato le terre intorno a Mondeggi.

Sono immagini vivide che si aggiungono alle parole che abbiamo ascoltato da tante madri di migranti scomparsi, centroamericane, tunisine e algerine o da Omar García Velásquez il sopravvissuto al massacro dei 43 studenti di Ayotzinapa. Sono vive le parole dei testimoni internazionali che si confrontano con gli attivisti italiani; dalla Terra dei Fuochi alle ricche campagne di Canelli, da Ventimiglia alla Valle di Susa. Un giorno, sotto il sole implacabile dell’interno siciliano un gruppo di marines statunitensi – pare di essere al confine tra Juarez ed El Paso – ci grida nella loro lingua: «Cosa fate qui… allontanatevi!». Noi siamo a Niscemi, provincia di Caltanissetta, i testimoni stranieri guardano la concertina invalicabile e, oltre, le potenti antenne del MUOS (Mobile User Objective System) del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Sono le grandi parabole che governano le operazioni di guerra in tutto il Medio oriente. Qui ci sono gli occhi dei droni che pattugliano le frontiere, quelle mediterranee, quelle balcaniche e che, come ben sappiamo, non sono in grado di salvare neanche una vita umana. Al contrario.

Alcuni critici osservano che alla fin fine sono solo viaggi, ma noi siamo convinti che cambi tutto una volta ritornati a casa. Ci troviamo in mano una valigia piena di cose apparentemente inutili, ma dalla quale non escono cartoline, diapositive o souvenir di luoghi esotici. Se proprio dovessimo portare con noi un ricordo vorremo spostare un intero museo. Se potessimo. Quello del Mare, di Mohsen Lihidheb, che da più di vent’anni raccoglie e conserva scarpe, oggetti e storie di naufraghi che approdano sulle coste africane di Zarzis. Le cianfrusaglie da mettere in soffitta, per gran parte degli ammutoliti cittadini del primo mondo, diventano per noi il pretesto per riconsiderare il potere; in basso, in alto, la rappresentanza, la partecipazione e la democrazia, infine.

Carlos Dada, un giornalista de El Faro di San Salvador comincia ad appuntare sul proprio taccuino quello che ha davanti agli occhi, è l’undici ottobre del 2019, sulla spiaggia di Puerto Arista al confine tra Guatemala e Messico: «Abbiamo trovato ancora i vestiti che giacevano nella sabbia, l’unica prova del relitto. Un paio di pantaloni da donna … un calzino marrone … una saponetta … un pacchetto di Kotex, un piccolo sacchetto di plastica pieno di grani bianchi come sale grosso, con istruzioni mediche in francese; una bottiglia di sapone liquido; tre paia di mutandine due reggiseni: uno nero e uno rosa … due jeans taglia bambino; una maglietta rosa con un paio di pantaloni e un asciugamano dello stesso colore; un reggiseno malva … una maglietta nera con stampe bianche della Torre Eiffel. Le autorità messicane hanno detto che tutti i sopravvissuti sono adulti». I morti certi sono tre, camerunensi. Camerunesi morti a oltre diecimila chilometri dal proprio paese. Dall’altra parte dell’Oceano, come altre migliaia di africani, indiani, pachistani o nepalesi.

Questi altri oggetti senza valore sbucano dalla nostra valigia di viaggiatori; sono parole di un racconto che dobbiamo comprendere nella sua sterminata complessità e insolubilità.

Ed è forse per questo che siamo pronti a ripartire. La normalità che è per noi la principale causa del problema è tornata con rapidità inaspettata.

Non pensavamo a tutto questo quando lo scorso 25 gennaio ad Artea (Spagna, Paesi Baschi) decidemmo dopo due intense giornate di dibattito di attraversare l’Europa con una grande Carovana di almeno 300 attivisti per arrivare fino a quel terribile confine interno/inferno tra Croazia e Bosnia. Non pensavamo di lì a poco di passare mesi a vederci solamente attraverso i nostri monitor solitari e di ascoltare inermi le voci delle atrocità che si compivano lungo la rotta balcanica, in quella che ci pare un interminabile sospensione del tempo.

Alla fine proponiamo dal 27 al 30 di agosto un viaggio che ci piace a metà, una metà in presenza e una metà online. L’obiettivo era di mettere in gioco i nostri corpi con una presenza reale e combattiva. Due esperienze, Caravana Abriendo Fronteras e Carovane Migranti, si sono incontrate grazie alle reti costruite nei viaggi degli anni passati. Poi lo scorso anno abbiamo camminato insieme in Spagna, fino a Ceuta, in Tunisia e in Messico con il Movimiento Migrante Mesoamericano e la Caravana de las Madres alla ricerca dei figli scomparsi.

Ora insieme avanziamo una nuova sfida che si propone di allargare pratiche comuni, confronto e sperimentazioni, di costruire comunità in resistenza, di individuare forme di lotta e di denuncia efficaci.

Dopo tutto non siamo incoscienti, vediamo andare letteralmente a rotoli il pianeta e neanche per un momento possiamo credere che il ritorno alla normalità sia la cosa per cui valga spendersi. Sappiamo di essere piccoli e infinitamente inutili. Per alcuni sembrerà l’ennesima fuga dalla realtà ma noi ostinatamente proveremo a cercare altrove, ancora una volta, la direzione. La intravediamo nel bene comune, nella speranza dei popoli in movimento, nella tenacia dei popoli originari, guardiani delle foreste e delle acque ai quali abbiamo strappato la normalità attraverso un secolare genocidio. Non si sono arresi e lentamente, con il passo dei saggi, costruiscono pratiche di autodifesa, altri mondi dentro questo mondo, un Buen vivir per loro e per noi. Un Buen vivir che non può essere a metà.

Ci proviamo per la sesta volta, perché siamo donne, uomini e non sassi.

 

Per il programma di Carovane Migranti 2020 vedi:
www.facebook.com/carovanemigranti/photos/a.474367326040269/2042305105913142/

Gianfranco Crua

Gianfranco Crua è uno dei promotori e responsabili di Carovane Migranti.

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