Area balcanica e rotta della violenza: le responsabilità dell’Europa e dell’Italia

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«Perché siamo sottoposti a trattamenti così disumani?»
M’zia Jafari, 30 anni, nato in Afghanistan

 La rotta balcanica è lontana dall’immaginario degli italiani e dall’interesse della politica. Eppure quanto avviene nella vasta area d’Europa che va dalla Grecia fino ai confini italiani ci riguarda molto da vicino come cittadini italiani ed europei che credono nello Stato di diritto. La rotta balcanica è infatti percorsa da anni da migranti forzati che provengono da aree del mondo funestate dalle guerre, dalle violenze e da violazioni dei diritti umani: Siria, Afghanistan, Iran, Iraq sono solo alcuni di questi paesi. La rotta balcanica è, come altre, e forse più di altre, la via di fuga dei rifugiati verso l’Europa. Ma è anche e soprattutto un’area segnata da violenze, torture, respingimenti collettivi e trattamenti disumani e degradanti verso le persone in fuga.

Tutto ciò accade in Europa, non in un altrove lontano; accade in luoghi che fanno parte della nostra storia e che consideriamo parte di una più grande area comune di libertà e giustizia. Ciò che però sta accadendo è la negazione di questa storia comune: tutti i rapporti internazionali sono infatti molto chiari e univoci nel disegnare uno scenario orribile nel quale uomini, donne e bambini in fuga lungo la rotta sono oggetto di serie violenze ed abusi.

Sia i Paesi balcanici che sono membri dell’Unione Europea che i Paesi che non ne fanno ancora parte appaiono uniti in una sorta di alleanza di fatto il cui obiettivo è impedire l’accesso dei rifugiati al resto dell’Europa nonché rendere impossibile la vita dei rifugiati che si trovano temporaneamente nei loro territori non organizzando alcun sistema di asilo e protezione degno di essere chiamato tale.

I respingimenti alle diverse frontiere, comprese quelle esterne all’Unione Europea, sono sistematici, collettivi e sono condotti con metodi volutamente violenti, per scoraggiare o anche solo rallentare il flusso. L’uso della tortura e soprattutto la messa in atto di trattamenti disumani e degradanti è frequente, così da segnare per il futuro i corpi e le menti delle persone oggetto delle violenze.

Un fiume di denaro, anche proveniente dall’Unione Europea, viene utilizzato per militarizzare le frontiere, erigere barriere fisiche per impedire il passaggio dei rifugiati e respingerli nelle aree di frontiera con ogni mezzo e rinchiudere le persone in campi profughi nei quali le condizioni di vita sono spaventose, pur essendo gestiti da organismi internazionali.

Sorpresa e indignazione ha destato la notizia che l’Italia, che era rimasta per i rifugiati un Paese nel quale veniva garantito l’accesso alla procedura di asilo e veniva fornita accoglienza alle persone in fuga, da maggio ha iniziato ad attuare vaste operazioni di respingimento di cittadini stranieri alla frontiera terrestre, in Friuli Venezia Giulia e a Trieste in particolare. Tali respingimenti vengono camuffati da un nome edulcorato, ovvero quello di “riammissioni informali” con la Slovenia, facendo rivivere un desueto accordo per il controllo transfrontaliero risalente al 1997. Detto accordo, sulla cui vigenza attuale molti giuristi nutrono seri dubbi, in ogni caso non si può applicare a coloro che manifestano, alla frontiera, la volontà di chiedere protezione internazionale, mentre, sulla base delle circostanziate denunce fatte da ASGI e dalla rete “ Rivolti ai Balcani” composta da 36 organizzazioni italiane (tra cui Amnesty International, IPSIA Acli, Osservatorio Balcani, dalla rivista Altreconomia etc.) gran parte dei respinti erano richiedenti asilo ai quali è stato impedito di accedere alla procedura.

Le persone riammesse vengono trasportate fisicamente dalla polizia italiana in un altro Stato, la Slovenia, incidendo in modo evidente sulla loro libertà personale, senza che venga che venga notificato loro alcun provvedimento motivato in fatto e in diritto e pertanto ricorribile in giudizio; uno scenario veramente incredibile in uno stato di diritto. Nel respingere le persone in Slovenia le autorità italiane sono perfettamente a conoscenza che detta operazione costituisce il primo anello di una catena di respingimenti che porta in poche ore le persone respinte  al di fuori dai confini dell’Unione Europea. Sulla base della raccolta di moltissime testimonianze dirette rilasciate alla rete “Rivolti ai Balcani” da parte delle vittime, la polizia slovena prende in carico i migranti respinti dalla polizia italiana e senza adottare alcun provvedimento, li rinchiude su mezzi in propria dotazione trasportandoli il più velocemente possibile al confine con la Croazia. Qui avviene analogo passaggio con la polizia croata che, di nuovo senza notificare provvedimento alcuno, come nei passaggi precedenti, preleva dalla polizia slovena le persone e le trasporta attraverso la Croazia portandole a ridosso del confine con la Serbia o con Bosnia-Erzegovina, ma non al valico di confine, bensì in aree boschive o di campagna. Nelle aree di confine con la Bosnia si concretizza la parte più cruenta dell’intera operazione, ovvero i migranti vengono fatti scendere dai mezzi della polizia o delle forze speciali croate e vengono costretti, utilizzando in genere la violenza, anche efferata, a rifare a piedi il breve sentiero, rientrando illegalmente in Bosnia, paese di transito da dove erano partiti, fuori dall’Unione Europea. Tutte le operazioni sopraindicate avvengono con manifesto disprezzo della legalità e in particolare in violazione del Codice frontiere esterne dell’Unione, del Regolamento Dublino III e delle altre normative in materia di diritto di asilo.

Alla luce di tutto ciò, i firmatari di questo appello

chiedono alla Commissione Europea e al Parlamento Europeo:

  • di adoperarsi concretamente e con la massima tempestività per porre fine ai respingimenti a catena in atto da tempo tra i paesi dell’Unione e paesi terzi facendo rispettare sia le norme europee in materia di asilo sia le norme sul rispetto dei diritti inalienabili delle persone che si trovano alle frontiere interne ed esterne dell’Unione;
  • di prendere atto delle condizioni di inaccettabile degrado e spesso di violenza, in cui versano i campi allestiti con fondi dell’Unione in Serbia, in Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord, compresi quelli attualmente gestiti da agenzie internazionali quali l’OIM, subordinando ogni ulteriore sostegno al raggiungimento di standard dignitosi e alla cessazione di diffusi comportamenti arbitrari (tra i quali quello di imporre forme di detenzione di fatto dei migranti in tali centri senza alcuna base legale);
  • di favorire in tutta l’area lo sviluppo di forme di accoglienza ordinaria e diffusa che non risponda alla logica dei campi, in particolare a favore delle situazioni più vulnerabili;
  • di adoperarsi con le autorità dei paesi coinvolti affinché le ONG e le organizzazioni di volontariato internazionale non subiscano vessazioni o intimidazioni e che le disposizioni che regolano la loro attività di assistenza ai migranti e ai rifugiati non siano irragionevoli e comunque tali da rendere di fatto impossibile la loro attività

chiedono al Governo italiano di

  • fornire al più presto dati e spiegazioni adeguate su quanto sta avvenendo al confine orientale terrestre in relazione alle segnalate riammissioni dei migranti in Slovenia;
  • disporre precise disposizioni agli organi periferici dell’amministrazione centrale affinché cessino immediatamente le riammissioni informali nei confronti dei richiedenti asilo;
  • garantire ai cittadini stranieri l’informazione sulla possibilità di chiedere, alla frontiera, protezione internazionale, anche avvalendosi dell’operato di qualificati enti ed associazioni;
  • prevedere, nel rispetto dei principi fondamentali dello stato di diritto, che ogni eventuale riammissione alla frontiera italo-slovena avvenga sempre nella forma di provvedimento amministrativo motivato in fatto e in diritto e sia notificato all’interessato

chiedono al Parlamento italiano

  • di vigilare sulla delicata situazione del confine orientale terrestre prevedendo che il Governo riferisca periodicamente in Aula sulla situazione, nonché effettuando proprie missioni di monitoraggio

chiedono all’UNHCR

  • di operare uno stretto monitoraggio, finora insufficiente, sulle riammissioni dei migranti tra Italia, Slovenia e Croazia e sui respingimenti a catena tra detti Paesi con la Serbia e la Bosnia-Erzegovina, al fine di tutelare con efficacia il diritto di accesso alla procedura di asilo nel rispetto del diritto dell’Unione Europea e della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati

Primi firmatari:
Alex Zanotelli, missionario comboniano
Don Luigi Ciotti
Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta
Nandino Capovilla,  sacerdote e già coordinatore di pax Christi
Mauro Senesi, vignettista
Domenico Lucano, già sindaco di Riace
Pierluigi Di Piazza, presidente del Centro Balducci di Zugliano (Udine)
Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione)
Livio Pepino, magistrato, già segretario di Magistratura Democratica

per aderire all’appello scrivere a: adesioneappellobalcani@gmail.com

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