Regolarizzare l’esercito degli invisibili: seriamente

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La discussione in corso sulla regolarizzazione degli stranieri rappresenta uno spartiacque tra chi si colloca su posizioni reazionarie o progressiste. La destra non è mai stata contraria alle sanatorie, ai condoni quando si è trattato di proteggere i grandi evasori fiscali o chi si è arricchito costruendo in deroga ai vincoli ambientali e urbanistici, devastando il nostro territorio. La giustificazione è che simili comportamenti sono dovuti all’eccesso di regole e burocrazia, che finiscono per tarpare le ali alla libertà d’impresa. Se invece si tratta dei diritti e della dignità delle persone, di impedire che siano sfruttate e ricattate, che possano vivere e lavorare alla luce del sole, pagando tasse e contributi come qualsiasi italiano, allora la destra pone vincoli e ostacoli. I diritti degli stranieri, delle minoranze, sono contrapposti ai “nostri”, teorizzando che per star bene noi devono star male “gli altri”.

Si tratta di una differenza sostanziale, tanto più chiara oggi, nella crisi globale che ha fatto emergere le ingiustizie di un modello di sviluppo che alimenta diseguaglianze e produce povertà.

Il Governo, dopo le pressioni di associazioni, organizzazioni sindacali e aziende, sembra deciso a votare un provvedimento che consenta il rilascio di un permesso di soggiorno per alcune categorie di lavoratori e lavoratrici, per giunta valido solo per pochi mesi. Un’ipotesi quest’ultima, che renderebbe ingestibile la procedura di rilascio e rinnovo dei documenti, che già oggi blocca in molte città il funzionamento degli uffici delle questure. Si tratterebbe, dunque, di un provvedimento settoriale, relativo a una parte soltanto degli stranieri irregolarmente presenti, quelli considerati “utili” nell’emergenza sanitaria. Una categoria, quella dell’utilità degli esseri umani, davvero inaccettabile: «cercavamo braccia, sono arrivati uomini», diceva lo scrittore svizzero Max Frish nel 1965. Si parlava allora, in larga parte, di lavoratori italiani. Più di mezzo secolo sembra passato invano.

Già a novembre dell’anno scorso, la campagna Ero Straniero aveva promosso un emendamento alla legge di bilancio che prevedeva l’emersione di tutti i lavoratori stranieri, anche per gli effetti positivi sul gettito fiscale e contributivo, oltre che sulle condizioni di vita delle persone coinvolte. Ulteriori iniziative e appelli ci sono stati, anche in queste settimane di pandemia, partendo da due considerazioni aggiuntive d’interesse generale. La concentrazione in ghetti, non solo nelle campagne, o in strutture occupate nelle grandi aree urbane di migliaia di persone che ufficialmente non esistono (non avendo documenti in regola) è un potenziale rischio di moltiplicazione del contagio, anche per la difficoltà di informare e di esercitare controlli in questi “non luoghi”. In secondo luogo le restrizioni alla mobilità hanno impedito a molti lavoratori e lavoratrici stranieri di Paesi UE di arrivare per svolgere un lavoro stagionale, determinando un problema di mancanza di manodopera per molte aziende. Per non alimentare il lavoro nero e lo sfruttamento bisogna dunque consentire alle aziende di poter impegnare legalmente i lavoratori presenti.

Gli interventi di regolarizzazione, del resto, non sono una novità per il nostro Paese: dal 1986 ad oggi ci sono state sette sanatorie per un totale di circa 1,8 milioni di persone regolarizzate. Inoltre i decreti flussi, soprattutto a partire dal 2000, sono stati usati con lo stesso obiettivo, ricorrendo alla grande bugia dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro su scala planetaria e consentendo di fatto l’emersione di almeno 1,1 milioni di altri stranieri.

L’esperienza fatta con questi interventi suggerisce di ridurre al minimo le condizioni per accedere alla regolarizzazione, al fine evitare ricatti, compravendita di documenti etc. È indispensabile prevedere solo due semplici modalità: se lo straniero ha un lavoro, d’accordo col datore di lavoro sottoscrive un contratto e ottiene un permesso di soggiorno; se non lo ha, o il datore di lavoro non vuole dichiararlo, ottiene un permesso per ricerca di lavoro. In entrambi i casi il permesso ha la durata di un anno, è convertibile e rinnovabile.

È l’unica via per adottare un provvedimento giusto e utile, senza alimentare corruzione e ricatti.

Filippo Miraglia

Filippo Miraglia, già responsabile del settore immigrazione e ora vice presidente nazionale dell'Arci, è stato protagonista di diverse campagne in favore dei migranti. Ha scritto, con Cinzia Gubbini, "Rifugiati, Conversazioni su frontiere, politica e diritti" (2016).

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