Quei migranti da aiutare a casa loro

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Uno studio di qualche mese fa del CNR denuncia ciò che era facile immaginare, e cioè che buona parte dei migranti che tentano la fortuna sui barconi nel Mediterraneo e poi approdano magari sulle nostre coste sono mossi non già da persecuzioni o guerre, ma semplicemente dalla invivibilità del loro territorio. Per cause climatiche. «Siamo stati in grado di spiegare quasi l’80% della variabilità nelle correnti migratorie verso l’Italia, prendendo in considerazione i soli dati meteo-climatici, per causa diretta e per influenza sull’ammontare dei raccolti annuali» (Comunicato stampa del CNR).

Di questo gli organi di informazione non parlano. Ci sarebbe molto da dire sull’informazione in Italia, anzi, sulla disinformazione. Ne dirò, ma non adesso. Per il momento mi piace (si fa per dire) sottolineare come i mass media italiani si concentrino – quando va bene – sul sentimento di compassione che destano i migranti in mezzo al mare, senza nulla dire del perché essi migrino. Perché è bene non parlare dei cambiamenti climatici: mettono in dubbio PIL, crescita, sviluppo, e altri mantra del sistema. Si punta sull’aspetto doloroso per non affrontare le cause che vedono implicato in modo diretto o indiretto anche il mondo occidentale. Perché a contribuire al riscaldamento globale siamo soprattutto noi.

Ma, a parte il discorso del dito e della luna, c’è anche un’altra considerazione da fare, e cioè che più o meno tutti i politici sono d’accordo nel dire «aiutiamoli a casa loro». Ma a questo punto viene da chiedersi cosa questo significhi in concreto. Per i nostri politici che fanno come gli struzzi e non vogliono vedere la realtà, «aiutiamoli a casa loro» significa creare condizioni di lavoro simili alle nostre che facciano sì che le persone siano invogliate a non lasciare la loro patria. Ma dato che il modello di sviluppo occidentale è proprio quello che crea il riscaldamento globale, anche se è logico pensare che esso dati ad almeno 10.000 anni fa e ora solo acceleri, il rimedio suggerito appare peggio del male: si verrebbe a creare un micidiale cortocircuito.

Ma c’è anche un altro non trascurabile argomento collegato con l’«aiutiamoli a casa loro» di tipico stampo capitalista. Guardiamo all’Etiopia. L’Etiopia è la nazione africana che più ci tiene a occidentalizzarsi, creando condizioni economiche e territoriali atte a far confluire investimenti stranieri. Dal 2014 essa ha creato ben cinque enormi parchi industriali dove si producono prodotti di abbigliamento. Spesso per griffe internazionali come Calvin Klein e Tommy Hilfiger. Bene, i lavoratori del tessile in Etiopia sono i meno pagati al mondo, guadagnando solo 26 dollari al mese, pari a meno di un terzo dei 95 dollari corrisposti ai loro colleghi di Bangladesh e Myanmar. Della serie, aiutiamoli a casa loro, ma con moderazione, mi raccomando.

About Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: "Piste o peste"; "Disastro autostrada"; "Torino. Oltre le apparenze"; "Verde clandestino"; "Loro e noi. Storie di umani e altri animali"; "Il mare privato". Come unico autore: "Regole minime per sopravvivere"; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni" e https://altreconomia.it/prodotto/il-mare-privato/. Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

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