Politiche migratorie: il razzismo del Governo, l’ambiguità dell’opposizione

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1.

L’Italia sta attraversando una fase politica spaventosa. Tra i molti motivi di preoccupazione, a spiccare è senz’altro la deriva razzista assunta dalla gestione del fenomeno migratorio.

Colti di sorpresa dal precipitare degli eventi, molti hanno reagito con sgomento alla rapida diffusione di atteggiamenti che credevano appartenere a un’altra epoca storica. Per alcuni è risultato istintivo guardare alla maggiore forza di opposizione, il Partito democratico, come a un’àncora di salvezza. Di qui, la proposta di dar vita a un largo schieramento unitario delle forze democratiche, un “fronte repubblicano” ispirato a quello che, in Francia, sbarrò la strada per l’Eliseo a Jean-Marie Le Pen alle elezioni del 2002.

La più ampia convergenza politica possibile contro le politiche governative sull’immigrazione è certamente auspicabile. Occorre interrogarsi su come sia possibile realizzarla perché risulti seria ed efficace: anzitutto, per reagire all’emergenza; di seguito, per impostare la costruzione di un futuro differente.

A tal fine, il primo passo non può che essere l’inquadramento della situazione esistente. In estrema sintesi, esaurita la breve fase dei decreti-flussi – che assicuravano uno sbocco legale ordinario ai migranti – la politica migratoria italiana è risultata costruita intorno a tre assi principali: 1) limitare il più possibile, sino alla negazione, le possibilità di accesso legale nel territorio nazionale; 2) mantenere la posizione di vantaggio dell’Occidente nelle relazioni internazionali (posizione che è la causa – bellica, economica, climatica – delle migrazioni); 3) agire nel tendenziale rispetto, o quantomeno non in aperta violazione, dei diritti umani dei migranti.

Centrodestra e centrosinistra hanno variamente modulato le loro posizioni intorno a questi tre assi, senza mai metterli in discussione. In tal modo, hanno infilato il Paese in un cul-de-sac logico, dal momento che i tre obiettivi, lungi dall’essere tutti contestualmente realizzabili, lo sono a coppie. E infatti: se non si vuole dare sbocco legale alle migrazioni senza violare i diritti umani dei migranti, allora si deve intervenire per rimuovere la cause delle migrazioni; se non si vuole intervenire per rimuovere la cause delle migrazioni senza violare i diritti umani dei migranti, allora si deve dare sbocco legale alle migrazioni; se, infine, non si vuole dare sbocco legale alle migrazioni né intervenire per rimuovere le cause delle migrazioni stesse, allora si devono violare i diritti umani dei migranti: esattamente la situazione in cui – da alcuni anni, non da adesso – si è venuta a trovare l’Italia, sia pure non apertamente; e che ora, apertamente, il governo in carica rivendica.

2.

L’accordo Berlusconi-Gheddafi del 2008 e il memorandum Gentiloni-Serraj del 2017 certificano formalmente questa situazione, attribuendo alla Libia il compito di reprimere, per nostro conto, i migranti, in spregio ai diritti umani. Le denunce in tal senso sono numerose: giornali, televisioni, associazioni, ONG, organizzazioni internazionali accusano l’Italia per quello che l’Alto commissario ONU per i diritti umani ha definito «un oltraggio alla coscienza dell’umanità».

Condannando all’ergastolo un torturatore, la Corte d’Assise di Milano così descrive, in una sentenza del 10 ottobre 2017, il campo di Bali Walid: «dotato di un grandissimo hangar all’interno del quale venivano tenute recluse circa 500 persone. Intorno a questo capannone c’era un cortile sorvegliato da uomini libici armati di fucili, rinchiuso a sua volta da mura di cinta. I migranti dormivano tutti insieme, uomini e donne, ed erano così ammassati che non c’era neanche lo spazio per muoversi (cercavano solo di mantenere un corridoio al centro per facilitare gli spostamenti). L’hangar non era areato, le condizioni igieniche erano del tutto scadenti, c’erano pidocchi ovunque, molti migranti soffrivano di malattie della pelle. Non potevano lavarsi, il cibo fornito era scarso. La notte il capannone veniva chiuso dall’esterno con un lucchetto e da quel momento veniva negato anche l’accesso ai due bagni che si trovavano subito fuori dal capannone ma sempre all’interno delle mura. Fuori del capannone vi erano anche delle piccole costruzioni: una stanza detta Amalia o anche stanza delle torture» e altre in cui abitavano il responsabile del campo e le guardie libiche. […] La libertà, sia all’interno che all’esterno dell’hangar era inesistente. I profughi erano costretti a rimanere chiusi dentro al capannone giorno e notte, senza nemmeno poter parlare fra di loro. […] Le porte rimanevano sempre chiuse, venivano aperte solo in tre occasioni: quando bisognava pagare, quando veniva comunicato che qualcuno aveva pagato, quando doveva essere picchiato qualcuno o presa qualche ragazza».

La sentenza documenta torture con scariche elettriche, ustioni provocate da plastica incandescente, incaprettamenti, pestaggi di persone legate e appese per i piedi con bastoni, tubi di gomma e spranghe di ferro. Per terrorizzare i reclusi, alcuni prigionieri venivano uccisi e lasciati esposti per giorni. Ogni giorno ragazze, anche minorenni, erano sottoposte a interminabili violenze sessuali, rese ancora più dolorose per via delle infibulazioni.

A questo orrore, il Governo in carica ha aggiunto la violazione dei diritti umani di coloro che, strappati alla morte dalle navi delle ONG, si vedono impedito l’arrivo in un porto sicuro. Si tratta, peraltro, di casi sempre più sporadici: i salvataggi in mare sono drasticamente diminuiti – e i morti affogati drasticamente aumentati (addirittura raddoppiati, dice l’ONU) – da quando, nel luglio 2017, l’ex ministro dell’Interno Minniti ha iniziato a ostacolare le attività di salvataggio condotte dalle ONG, imponendo loro la firma di un codice di condotta assai restrittivo. Oltre a indurre alcune organizzazioni a ritirare le proprie imbarcazioni, l’iniziativa di Minniti ha dato avvio a una polemica rapidamente degenerata nella criminalizzazione delle stesse iniziative umanitarie, bollate di complicità con le organizzazioni criminali che trafficano in esseri umani.

Tale polemica va letta nel quadro della più vasta criminalizzazione dell’intero fenomeno migratorio. A partire dal cosiddetto “pacchetto” Maroni, passando per i decreti paralleli Minniti-Orlando, per giungere, oggi, al decreto Salvini, tutta la normativa sull’immigrazione introdotta negli ultimi anni è stata pensata in termini esclusivamente repressivi e securitari, come se l’immigrazione altro non possa essere che un problema di ordine pubblico. Si inserisce, in questa prospettiva, la stessa criminalizzazione dell’accoglienza, di cui Riace è assurta a simbolo. Anche in questo caso, l’intervento del Governo in carica è avvenuto sulla scia delle azioni del Governo precedente, che già aveva messo sotto accusa, tramite indagini prefettizie, un’esperienza d’integrazione il cui successo revocava in dubbio l’equiparazione tra immigrazione e criminalità.

3.

Si potrebbe allora pensare che il vero salto di qualità il Governo pentaleghista lo abbia compiuto sul piano culturale, “sdoganando” un pensiero razzista che mai nessuno aveva osato esprimere tanto apertamente: dall’«è finita la pacchia», rivolto ai migranti, all’«è finita la mangiatoia», rivolto alle ONG, passando per l’accusa alle navi di soccorso di operare come «taxi del mare», la volgarità, lessicale e culturale, con cui si esprimono i nuovi governanti è innegabile. Ma è davvero qualcosa di inaudito? Di nuovo, il confronto col passato è istruttivo.

«La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese», dichiarava il 10 maggio 2017 Deborah Serracchiani nella sua veste di vicesegretario del PD e Presidente del Friuli-Venezia Giulia. Qualche settimana dopo, il 25 luglio 2017, nel corso di un’intervista radiofonica Patrizia Prestipino, componente della direzione nazionale del partito, si esprimeva nei seguenti termini: «Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in Italia». Passava un mese ed era il ministro Minniti, alla festa del partito a Pesaro il 28 agosto 2017, a ulteriormente stigmatizzare il fenomeno migratorio affermando: «A un certo momento ho temuto che, davanti all’ondata migratoria e alle problematiche di gestione dei flussi avanzate dei sindaci, ci fosse un rischio per la tenuta democratica del Paese. Per questo dovevamo agire come abbiamo fatto non aspettando più gli altri Paesi europei. […] Quando il 29 giugno sono arrivati 12 mila 500  migranti in sole 36 ore su 25 navi diverse, la situazione era davvero difficile e io quel giorno sono dovuto tornare subito dall’Irlanda». Poche migliaia di persone in grado di mettere a rischio la tenuta democratica di un Paese di 60 milioni di abitanti!, parola del ministro dell’Interno del Partito democratico.

Esagerazioni di singoli esponenti del partito a cui è scappata la lingua in un istante di esaltazione dialettica? Difficile sostenerlo, a fronte allo sdoganamento della più classica delle posizioni di destra sull’immigrazione – «Aiutiamoli a casa loro!» – compiuta, nello stesso frangente temporale, dall’allora segretario del partito, Matteo Renzi. Il riferimento è al passaggio del libro Avanti in cui si legge: «Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». Una linea subito rilanciata, il 3 agosto 2017, dal senatore Stefano Esposito, che nel corso di una trasmissione televisiva dichiarava: «Alcune ONG ideologicamente pensano solo a salvare vite umane: noi non possiamo permettercelo».

Gradazione etnica dello stupro, razza italiana, pericolo per la democrazia, ideologia umanitaria, non possiamo permettercelo, aiutiamoli a casa loro: davvero un abisso culturale separa chi ha pronunciato queste frasi dai leghisti e dai pentastellati che oggi insultano migranti e ONG? O a prevalere sono elementi di continuità, sia pure estremizzati alle loro conseguenze ultime?

4.

Ci si potrebbe consolare pensando che, almeno, il Partito democratico non è scaduto negli episodi di vera e propria crudeltà che hanno invece connotato le politiche delle forze governative: valga per tutti il caso della mensa di Lodi.

Ma è davvero così? Anche qui, un caso per tutti: cosa dire delle ordinanze con cui il sindaco PD di Ventimiglia ha vietato l’offerta di cibo ai migranti che si affollano al confine con la Francia e ha disposto la chiusura delle fontane pubbliche? Negare cibo e acqua a persone disperate: è possibile immaginare qualcosa di più crudele?

5.

Naturalmente, si può discutere sul grado di continuità con il passato delle azioni politiche e degli atteggiamenti culturali posti in essere dal Governo Salvini-Di Maio. Il giudizio dipende, in ultima istanza, dalla sensibilità di chi giudica: qualcuno potrà considerare estremizzazione quel che per altri è un vero e proprio salto di qualità. Due cose sembrano però difficilmente contestabili: che la strada della stigmatizzazione del fenomeno migratorio fosse già stata tracciata dal Governo PD e che su quella stessa strada la “macchina” pentaleghista corra oggi a velocità accelerata.

In questo quadro, un’iniziativa del Governo in carica si pone in evidente discontinuità con il passato: la disposizione del cosiddetto decreto sicurezza che prevede la revoca della cittadinanza a coloro che, essendo diventati italiani dopo la nascita, commettono gravi reati di terrorismo. Analoga misura non è prevista per coloro che nascono cittadini italiani, con la conseguenza che quando si tratterà di punire il responsabile di talune condotte criminali, a venire in luce non sarà quel che egli ha compiuto, ma chi è. La stessa azione sarà punita diversamente a seconda di chi ne è l’autore, in clamorosa violazione del principio di uguaglianza formale sancito dall’art. 3, comma 1, Costituzione. È la dissoluzione della nozione di cittadinanza veicolata dalla Rivoluzione francese: la differenziazione delle posizioni personali nei confronti del potere era il tratto distintivo della società cetuale pre-rivoluzionaria. Ne segue che la reintroduzione di una categoria di privilegiati si qualifica, dal punto di vista concettuale, come il più grave scostamento dal quadro costituzionale mai verificatosi nella storia repubblicana.

Non si può dimenticare, tuttavia, che proprio sul tema della cittadinanza il Partito democratico ha avuto, sul finire della scorsa Legislatura, l’irripetibile occasione di porsi come punto di riferimento per un nuovo modo di pensare all’immigrazione, grazie alla proposta di legge che prevedeva di riconoscere, a determinate condizioni, la cittadinanza italiana ai bambini nati e cresciuti in Italia. La sua approvazione avrebbe assunto il significato di una presa di posizione netta, insieme politica e culturale, capace di avviare una nuova stagione nel confronto sull’immigrazione. La viltà politica che ha indotto a rinunciare a mettere ai voti la proposta, a fronte delle resistenze delle destre, ha contribuito a ulteriormente ridurre la credibilità del PD in materia (peraltro, senza nemmeno pagare elettoralmente).

6.

In materia di immigrazione è necessaria non una mera correzione, ma un’inversione di rotta. Occorre smettere di pensare che le migrazioni vadano affrontate anzitutto sul piano militare, affermandone la natura emergenziale e ricercandone le cause nelle crisi – belliche, ambientali, eventualmente anche economiche – che contingentemente investono questo o quel Paese del Sud del mondo. Le migrazioni vanno finalmente affrontate sul piano culturale, riconoscendone la natura strutturale e ricercandone le cause negli squilibri politici ed economici che connotano le relazioni internazionali. In questa prospettiva, le politiche migratorie vanno ripensate alla radice, ammettendo le colpe dell’Occidente nello scatenarsi del fenomeno (incluse quelle dell’Italia: non possiamo ignorare le responsabilità di alcune nostre grandi aziende, anche pubbliche, nello sfruttamento delle risorse dei Paesi più poveri né la nostra attiva partecipazione alla distruzione dell’Iraq, della Libia, della Siria, dello Yemen ecc.) e ponendosi obiettivi di lungo periodo ispirati al riequilibrio delle relazioni internazionali. Nel frattempo, è necessario aprire adeguati canali di accesso legale all’Italia, unico vero antidoto alla violazione dei diritti umani dei migranti. Qualsiasi altra soluzione significherebbe, molto semplicemente, ritornare alla situazione precedente: vale a dire, alla situazione che ha prodotto le condizioni del successo pentaleghista.

È pronto il Partito democratico a riconoscere la necessità di compiere un tale salto culturale in materia di immigrazione? O vorrebbe semplicemente tornare alla situazione precedente il 4 marzo 2018? Sarebbe importante sentire parole chiare sul punto, a partire da una schietta riflessione su quanto fatto e detto in passato, perché il contributo che una forza politica delle dimensioni del PD potrebbe oggi dare alla lotta antirazzista è suscettibile di risultare decisivo.

About Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Si interessa, tra l’altro, di rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari e di diritto regionale. Ha scritto da ultimo, con Gustavo Zagrebelsky, “Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza 2016). Scrive per “il manifesto” ed è membro del Consiglio di direzione di Libertà e Giustizia.

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