Le difficoltà di migrare

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Io non so quanti dei 176.000 immigrati clandestini che sono giunti a noi attraversando il deserto, i lager libici e il Canale di Sicilia se ne vanno “bighellonando” in giro per le città italiane. E non m’interessa sapere quanti fra essi siano “effettivamente” gli esuli. So che per compiere questo viaggio hanno sborsato un sacco di soldi che sono andati a ingrassare banditi e approfittatori che poi, dopo averli smunti, li hanno angariati, torturati, violentati, esposti a molteplici pericoli, l’ultimo dei quali, dopo quello della traversata, è rappresentato dal nostro tipo di accoglienza. E per nostro intendo: italico, europeo.
 
Il primo elemento che salta agli occhi – come da ultimo afferma Salvatore Settis – è la trasformazione di un processo che dura da centomila anni e che da sempre ha costituito uno dei principali tratti distintivi della storia umana in una serie di boutade, la più celebre delle quali (la bipartisan: “Aiutiamoli a casa loro”) è stata surclassata nei giorni scorsi da quella salviniana sui “palestrati” bighellonanti. «Chi emigra con enormi rischi e sacrifici – afferma Settis – non lo fa perché non aveva capito che era meglio starsene a casa né perché è un criminale (meno che mai perché migrare è “una pacchia”). Le cause immediate della migrazione che preme alle porte dell’Europa sono conflitti militari, carestie, guerre civili, talvolta pulizia etnica: tutte eliminabili in linea di principio, anche se per eliminarle l’Ue fa ben poco, e molto ha fatto per rinfocolarle (come in Libia). Ma c’è una causa di fondo che non si elimina con interventi di breve periodo: l’enorme squilibrio economico fra le varie parti del mondo. A un tale squilibrio c’è un rimedio vecchio di migliaia di anni: l’emigrazione. Nulla può arrestare le folle latino-americane che premono ai confini sud degli Stati Uniti, nulla può arrestare la marea di popolo che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. Anzi, i drammatici cambiamenti climatici innescheranno nuove ondate migratorie, a cui siamo ciecamente impreparati».
 
A queste considerazioni vorrei aggiungere alcune note per tenere aperta in ambito psicologico e sociale una riflessione che può essere foriera di provvedimenti che permettano un approccio al problema rispettoso della dignità umana di tutti gli attori coinvolti.
 
Parto dal dato economico: di recente il portavoce per l’area Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale dell’Onu per le migrazioni, Flavio Di Giacomo ha affermato che «in Italia ci sono 5 milioni di stranieri regolari che contribuiscono al 9 per centro del Pil nazionale: ‟Se si cacciassero via tutti, il Pil italiano subirebbe un regresso pari a quello conosciuto al termine dell’ultima guerra mondiale”. […] Si tratta di una risorsa per un Paese che invecchia e che, si stima, fra 30 anni avrà un 23 per cento di popolazione in età lavorativa in meno». Ciò di cui non ci rendiamo conto è che questi cinque milioni di immigrati ‟regolari” ‒ anche coloro (e sono la maggioranza!) che non sono giunti fra noi via mare – stanno affrontando problemi che nascono sia dal confronto fra ‟qui” e ‟lì”, sia da quello che passa fra loro e noi.

Nel confronto fra lì e qui – come dice Abdelmalek Sayad – l’aspetto più dolente è quello del passaggio ‟dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato”. Disillusioni che nascono nell’impatto con una serie di rinunce e di rapidi adattamenti che la cultura egemone impone loro. Basti pensare allo sforzo per l’acquisizione della nuova lingua, che li costringe a mettere da parte, o almeno a circoscrivere un elemento fondante della loro identità: la lingua originaria. L’insieme di questi sforzi incide sul mondo interno dell’immigrato sconvolgendolo. Ciò si embrica, spesso in maniera inestricabile, con quanto passa fra loro e noi, rappresentanti della cultura egemone che li ospita e li accoglie, e fa sì che il processo acculturativo implichi un reciproco lungo lavoro di adattamento: doloroso che per coloro che appartengono alle culture “vinte”, ma necessario, soprattutto in periodi di crisi economica, anche per noi. Tale sforzo non può essere lasciato al caso e tantomeno sussunto nella polemica politica.

Le ricadute, spesso pesantissime, che queste problematiche sedimentano nella psiche dei migranti di prima e seconda generazione sono state messe a fuoco in ambito etnopsichiatrico ed etnoanalitico. Ma i sistemi di cura sperimentati non bastano se in contemporanea non si affrontano i problemi a livello sociale ed istituzionale.
 
Sul piano istituzionale ad esempio decisiva è – come dice Marie Rose Moro –  la funzione svolta dalla scuola sul piano di quella che lei chiama “affiliazione”. Afferma la Moro che per le seconde generazioni di immigrati, mentre la famiglia d’origine rappresenta l’entità più importante sul piano della “filiazione”, cioè del rapporto con la cultura d’origine dei propri genitori, la scuola è il luogo topico dell’affiliazione: cioè del loro rapporto con la cultura egemone. Perciò il futuro delle seconde generazioni è profondamente influenzato dal rapporto più o meno dialettico che si determina fra famiglia d’origine e scuola. Per cui, se non hanno elaborato, o non sono state messe nelle condizioni di elaborare, un modello di acculturazione che salvi i valori e la cultura di provenienza combinandoli con i valori della cultura egemone, le famiglie faranno fatica a definire un processo di filiazione che permetta ai loro figli di rielaborare in maniera personale il processo acculturativo. E così la scuola, se non è consapevole della nuova funzione di rappresentanza che obiettivamente svolge, è destinata a diventare un luogo di affiliazione inadeguato. Superfluo dire che le stesse dinamiche si determinano in ogni altro ambito sociale ed istituzionale!
 
Ovviamente i problemi personali e sociali che emergono dai 176.000 migranti clandestini che “vengono dal mare”, dopo aver attraversato il deserto ed essere stati esposti ad angherie e violenze di ogni tipo, sono molto più difficili e pesanti di quelli dei 5 milioni già “inseriti e paganti” di cui parla Di Giacomo. Questi ultimi devono “solo” affrontare i problemi legati al processo acculturativo, mentre i 176.000 sono stati sottoposti dapprima, lungo il deserto e nei campi libici, a processi sociali di deculturazione (cioè di perdita, come gruppo sociale, della propria cultura e dei propri valori). Riguardo alle ‟procedure” in base alle quali avviene la deculturazione, Francoise Sironi afferma che angherie, stupri e torture nei lager in cui è detenuto un gruppo sociale non sono delle gratuite manifestazioni di sadismo, ma hanno lo scopo «di separare la vittima da tutto ciò che definiamo umano, costringere al silenzio e alla segregazione» e, in base a questi gesti macabramente esemplari, di ridurre al silenzio e all’accettazione della segregazione anche tutti i suoi compagni di sventura. Coloro che sono stati sottoposti personalmente al questo percorso o che hanno “semplicemente” assistito a queste macabre procedure esemplari presentano disturbi post-traumatici da stress più o meno gravi; disturbi che possono e devono essere curati.

Sorgono a questo punto molte domande: sono loro che bighellonano nelle nostre città? Qualcuno ha censito i bighellonatori? C’è una sovrapposizione totale o parziale fra questi nuovi sottoproletari e i 176.000 clandestini? Il Ministro dell’Interno e quelli che lo hanno preceduto, così come le istituzioni europee, hanno dato delle direttive in merito al censimento degli uni e degli altri? E, indipendentemente dal loro (presunto) bighellonare, sono stati chiamati a consulto psicoterapeuti, sociologi, etnologi per appurare quanti di loro siano stati coinvolti in procedure di deculturazione? quanti cioè soffrono di disturbi post-traumatici da stress?
 
Al di là di queste domande, che riguardano l’immediatezza (e che esigono risposte immediate ben diverse da quelle attualmente usate per “accoglierli”!), ce ne sono altre che riguardano l’assetto delle procedure che portano agli sbarchi, la loro efficacia, le loro effettive funzioni, che per quanto riguarda l’Italia, prima che dall’attuale Governo, sono state immaginate, contrattate sia con l’Europa che con la Libia, dai precedenti Governi.

È l’assetto attuale che produce sofferenza per i migranti, deculturazione, e successive difficoltà a uscire da questo stato di abulia. Sono solo lo Stato italiano e le istituzioni europee che possono rovesciare questo assetto attraverso un’opera di prevenzione primaria, che non può che essere fatta a livello politico. Come scrive Settis, «nulla può arrestare la marea di popolo che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. Anzi, i drammatici cambiamenti climatici innescheranno nuove ondate migratorie, a cui siamo ciecamente impreparati». E – aggiungo io – il problema dei clandestini albanesi che giungevano a noi via mare fu risolto solo quando furono istituiti regolari percorsi via nave e via aerea.

La foto della homepage è di Vincenzo Cottinelli

 

About Leonardo Angelini

Leonardo (Dino) Angelini, psicologo psicoterapeuta, ha studiato Sociologia a Trento e Gruppoanalisi presso la Sgai di Milano. Vive a Reggio Emilia, dove dal 1971 ha lavorato dapprima nel CIM di Jervis, e successivamente nell’Ausl occupandosi sempre di bambini, adolescenti, famiglie, pre-scuola e scuola. È stato responsabile del Consultorio Giovani dell’Ausl di Reggio Emilia.

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