Gaza. Operazione “Spade di ferro”

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Le vaste autorizzazioni concesse all’esercito israeliano per bombardare obiettivi non militari, l’allentamento delle restrizioni sulle morti di civili previste e l’uso di un sistema di intelligenza artificiale per generare un numero di obiettivi potenziali più vasto di sempre hanno contribuito alla natura distruttiva delle prime fasi della guerra di Israele nella striscia di Gaza. Lo rivela un’indagine delle testate israeliane +972 Magazine e Local Call pubblicata da il manifesto il 7 dicembre, nella traduzione di Giovanna Branca. (la redazione)

L’indagine di +972 e Local Call si basa su conversazioni con sette ufficiali attivi e non più in servizio della comunità dell’intelligence israeliana – fra cui membri dell’intelligence militare e personale delle forze aeree coinvolti in operazioni nella Striscia assediata – oltre a testimonianze palestinesi, dati e documenti provenienti da Gaza e dichiarazioni ufficiali del portavoce delle Idf (l’esercito israeliano) e di altre istituzioni statali israeliane.

Confrontata a precedenti operazioni nella Striscia, la guerra in corso – a cui Israele ha dato il nome «Operazione spade di ferro», e che è cominciata all’indomani degli attacchi del 7 ottobre condotti da Hamas nel sud di Israele – ha visto l’esercito ampliare significativamente i bombardamenti di obiettivi non strettamente militari. Fra di essi case private come edifici pubblici, infrastrutture e interi isolati di palazzi multipiano, che secondo delle fonti l’esercito definisce “power targets (matarot otzem).

Il bombardamento di “power targets”, secondo fonti dell’intelligence con un’esperienza diretta dell’impiego di questi obiettivi a Gaza in passato, è pensata principalmente per arrecare danno alla società civile palestinese: per «creare uno shock» che, fra le altre cose, abbia ampie ripercussioni e «faccia sì che i palestinesi esercitino delle pressioni su Hamas», con le parole di una fonte.

Molte delle fonti che hanno parlato con +972 e Local Call a patto di restare anonime, hanno confermato che l’esercito israeliano è in possesso di file sulla grande maggioranza degli obiettivi potenziali a Gaza – incluse le case – in cui è riportato il numero di civili che plausibilmente verranno uccisi in un attacco. Di questo numero le unità di intelligence dell’esercito sono al corrente in anticipo: poco prima di condurre un attacco sono anche consapevoli di quanti civili, più o meno, verranno uccisi con certezza.

In uno dei casi discussi dalle fonti, il comando dell’esercito israeliano ha consapevolmente approvato l’uccisione di centinaia di civili palestinesi nel tentativo di assassinare un singolo comandante militare di Hamas. «I numeri sono passati da decine di morti civili consentite come danno collaterale di un attacco a ufficiali di primo piano di Hamas, come avveniva nelle operazioni precedenti, a centinaia di morti civili come danno collaterale», ha detto una fonte. «Niente succede per caso», ha affermato un’altra fonte. «Quando una bimba di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza, è perché qualcuno nell’esercito ha deciso che la sua morte non è un dramma – che è un prezzo accettabile da pagare per poter colpire un obiettivo.

Non siamo Hamas. Non lanciamo razzi a caso. Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti ‘danni collaterali’ ci sono in ogni casa».

Secondo l’indagine, un altro dei motivi per cui il numero degli obiettivi è così vasto e i danni arrecati alla vita civile a Gaza così profondi è l’uso diffuso di un sistema denominato Habsora (The Gospel), basato in gran parte sull’intelligenza artificiale e che può «generare» obiettivi quasi automaticamente a una velocità di gran lunga maggiore di quanto fosse possibile in precedenza. Questo sistema di Ia, con le parole di un ex funzionario dell’intelligence, facilita sostanzialmente una «fabbrica di omicidi di massa».

Secondo le fonti, l’impiego crescente di sistemi fondati sull’Ia come Habsora consente all’esercito di lanciare attacchi su vasta scala contro edifici residenziali dove vive anche un solo membro di Hamas, perfino quelli più in basso nella gerarchia. Eppure, le testimonianze dei palestinesi a Gaza suggeriscono che dal 7 ottobre l’esercito ha lanciato attacchi anche su molte residenze private dove non risiedeva nessun membro noto o presunto di Hamas, né di altri gruppi di miliziani. Simili attacchi, hanno confermato le fonti a +972 e Local Call, possono consapevolmente uccidere intere famiglie. Nella maggioranza dei casi, hanno aggiunto le fonti, non ci sono attività militari che vengono condotte dall’interno delle case prese di mira. «Ricordo di aver pensato che era come se i miliziani palestinesi bombardassero le case delle nostre famiglie quando i soldati israeliani tornavano a casa per il weekend», ricorda una delle fonti, che era contraria a questa pratica. Un’altra fonte ha dichiarato che un ufficiale dell’intelligence ha detto ai suoi militari che dopo il 7 ottobre l’obiettivo era di «uccidere il maggior numero possibile di miliziani di Hamas», per cui i criteri relativi ai danni ai palestinesi sarebbero stati decisamente meno stringenti. Di conseguenza, ci sono «casi in cui facciamo fuoco sulla base di una localizzazione molto ampia di dove si trova l’obiettivo, uccidendo dei civili. Una pratica impiegata il più delle volte per risparmiare tempo, invece di fare un po’ di lavoro aggiuntivo per ottenere una localizzazione più accurata», ha detto la fonte.

Il risultato di queste politiche è la sconvolgente perdita di vite umane a Gaza dal 7 ottobre. Più di 300 famiglie hanno perso dieci o più parenti nei bombardamenti israeliani degli ultimi due mesi – un numero 15 volte più alto di quello relativo alla guerra sinora più letale a Gaza, del 2014. Al momento in cui viene scritto questo articolo, circa 15.000 palestinesi risultano uccisi in questa guerra, e il numero è in crescita. «Tutto questo sta accadendo in opposizione al protocollo impiegato dalle Idf in passato», ha spiegato una fonte. «C’è la sensazione che ufficiali di alto grado dell’esercito siano consapevoli del fallimento del 7 ottobre, e che siano impegnati a chiedersi come fornire al pubblico israeliano un’immagine vittoriosa che salvi la loro reputazione».

Israele ha lanciato la sua offensiva a Gaza all’indomani dell’attacco di Hamas nel sud di Israele. Durante l’attacco, sotto una salva di razzi, i miliziani palestinesi hanno massacrato oltre 840 civili e ucciso 350 soldati e personale di sicurezza, rapito circa 240 persone – civili e soldati – poi condotte a Gaza, commesso diffuse violenze sessuali, stupro incluso, secondo un report della ong Physicians for Human Rights Israel.

Subito dopo l’attacco del 7 ottobre, la classe politica di Israele ha dichiarato apertamente che la risposta sarebbe stata di un’entità completamente diversa dalle precedenti operazioni militari a Gaza, con l’obiettivo di sradicare completamente Hamas. «L’enfasi è sui danni, non sull’accuratezza», ha dichiarato il 9 ottobre il portavoce delle Idf Daniel Hagari. L’esercito ha prontamente tradotto quelle dichiarazioni in azione.

Secondo le fonti sentite da +972 e Local Call, gli obiettivi colpiti dall’aviazione israeliana a Gaza possono essere suddivisi a grandi linee in quattro categorie. La prima è quella degli «obiettivi tattici»: di essa fanno parte obiettivi militari standard come le cellule di miliziani armati, magazzini di armi, lanciarazzi, missili anticarro, postazioni di lancio, mortai, quartier generali militari, postazioni di vedetta e così via. La seconda categoria è quella degli «obiettivi sotterranei» – principalmente i tunnel che Hamas ha scavato al di sotto dei quartieri di Gaza, case civili incluse. La terza sono i power targets, di cui fanno parte i palazzi più alti e i palazzi multipiano al cuore delle città ed edifici pubblici come università, banche e uffici governativi. L’idea che sottende il prendere di mira simili obiettivi, dicono tre fonti dell’intelligence che in passato sono state coinvolte nella pianificazione o l’attuazione di attacchi contro dei power targets, è che un attacco deliberato contro la società palestinese provocherà una «pressione civile» su Hamas. L’ultima categoria è composta da «case di familiari» di Hamas e «case di miliziani». L’obiettivo dichiarato di questi attacchi è distruggere delle residenze private per assassinare un singolo abitante sospettato di far parte di Hamas o del Jihad Islami. Tuttavia, nella guerra in corso, testimoni palestinesi sostengono che alcune delle famiglie uccise non avevano al proprio interno nessun miliziano di queste organizzazioni.

Nelle prime fasi del conflitto, è sembrato che l’esercito israeliano fosse particolarmente interessato alla terza e quarta categoria di obiettivi. Secondo delle dichiarazioni del portavoce delle Idf dell’11 ottobre, nei primi cinque giorni di combattimenti metà degli obiettivi bombardati – 1.329 su un totale di 2.687 – erano ritenuti power targets.

«Ci è stato chiesto di individuare palazzi multipiano con mezzo piano attribuibile ad Hamas», ha detto una fonte che ha partecipato a offensive precedenti a Gaza. «Alle volte è l’ufficio di un portavoce di uno di questi gruppi, o un punto di ritrovo dei miliziani. Ho capito che il piano è un pretesto che consente all’esercito di causare distruzione a Gaza. Se dicessero al mondo intero che gli uffici del Jihad Islami al 10mo piano non sono un obiettivo così importante, ma che la loro presenza è una scusa per buttare giù un intero palazzo con lo scopo di fare pressione sulle famiglie di civili che ci vivono affinché pressino a loro volta le organizzazioni terroristiche, questo stesso atto verrebbe visto come terrorismo. Quindi non lo dicono», ha aggiunto la fonte. Varie fonti che hanno lavorato nelle unità di intelligence delle Idf hanno detto che perlomeno fino alla guerra in corso, i protocolli dell’esercito consentivano l’attacco di power targets solo quando negli edifici non si trovavano residenti. Tuttavia, testimonianze e video provenienti da Gaza suggeriscono che dal 7 ottobre alcuni di questi obiettivi siano stati attaccati senza prima notificare i residenti, uccidendo così intere famiglie.

La presa di mira su vasta scala di edifici residenziali si può dedurre da dati pubblici e ufficiali. Secondo l’ufficio media del governo di Gaza – che fornisce il bilancio dei morti da quando il ministero della Salute ha smesso di farlo l’11 novembre a causa del collasso del sistema sanitario nella Striscia – al momento in cui è entrato in vigore il cessate il fuoco temporaneo il 23 novembre, Israele aveva ucciso 14.800 palestinesi della Striscia, di cui approssimativamente 6mila bambini e 4mila donne, che insieme rappresentano più del 67% del totale. I numeri forniti dal ministero della Salute e dall’ufficio dei media governativo – entrambi controllati dal governo di Hamas – non distano significativamente dalle stime israeliane. Il ministero della Salute di Gaza, inoltre, non specifica quanti dei morti appartenessero all’ala militare di Hamas o al Jihad Islami. L’esercito israeliano stima di aver ucciso fra mille e tremila miliziani palestinesi. Secondo i report dei media in Israele, alcuni dei miliziani sono seppelliti sotto le macerie del sistema di tunnel sotterranei di Hamas e di conseguenza non vengono contati nelle stime ufficiali. I dati dell’Onu relativi periodo che arriva fino all’11 novembre, quando Israele aveva ucciso 11.078 palestinesi a Gaza, affermano che almeno 312 famiglie hanno perso dieci o più persone durante l’attacco in corso; per fare un paragone, durante l’operazione Margine protettivo del 2014, 20 famiglie di Gaza avevano subito la stessa sorte. Sempre secondo i dati delle Nazioni unite, 189 famiglie hanno perso fra sei e nove parenti, mentre 549 nuclei familiari fra due e cinque. Non ci sono stime aggiornate per il bilancio dei morti reso pubblico dall’11 novembre.

I massicci attacchi contro «power targets» e residenze private sono arrivati contemporaneamente all’appello dell’esercito israeliano, il 13 ottobre, a 1.1 milioni di abitanti di Gaza – la maggior parte residenti di Gaza City – affinché lasciassero le loro case e si spostassero verso il sud della Striscia. A quel punto, era già stato bombardato un numero record di «power targets» e più di 1.000 palestinesi erano stati uccisi, inclusi centinaia di bambini. In totale, secondo l’Onu, dal 7 ottobre 1.7 milioni di palestinesi, la stragrande maggioranza della popolazione della Striscia, sono sfollati all’interno di Gaza. L’esercito sostiene che la richiesta di evacuare il nord della Striscia dipendesse dalla volontà di tutelare le vite civili. I palestinesi, tuttavia, vedono questo trasferimento di massa come parte di una «nuova Nakba» – un tentativo di fare pulizia etnica in parte del territorio, o nella sua interezza. Secondo l’esercito israeliano, nei primi cinque giorni di combattimenti sono state sganciate sulla Striscia 6mila bombe, per un peso totale di 4mila tonnellate. I media hanno riportato che l’esercito ha spazzato via interi quartieri; secondo l’Al Mezan Center for Human Rights, con base a Gaza, questi attacchi hanno causato «la completa distruzione di quartieri residenziali e infrastrutture e l’omicidio di massa degli abitanti».

Come è stato documentato da Al Mezan e da numerose immagini provenienti dalla Striscia, Israele ha bombardato l’Università islamica di Gaza, l’associazione legale palestinese, un edificio delle Nazioni unite destinato a programmi educativi per studenti meritevoli, un edificio della Compagnia delle telecomunicazioni palestinese, il ministero dell’Economia nazionale, il ministero della Cultura, strade, una decina di palazzi multipiano e case – specialmente nei quartieri settentrionali di Gaza. Il quinto giorno dei combattimenti, il portavoce delle Idf ha distribuito ai reporter militari in Israele immagini satellitari dei quartieri nel nord della Striscia – come Shuja’iyya e Al-Furqan, a Gaza City – «prima e dopo», in cui si vedevano decine di case e edifici distrutti. L’esercito israeliano sosteneva di aver colpito 182 «power targets» a Shuja’iyya e 312 a Al-Furqan.

Il capo dello staff dell’aviazione israeliana, Omer Tishler, ha detto ai reporter militari che tutti questi attacchi avevano un legittimo obiettivo militare, ma anche che interi quartieri sono stati attaccati «su vasta scala e non in modo chirurgico». Osservando che metà degli obiettivi colpiti fino all’11 ottobre erano power targets, il portavoce delle Idf ha affermato che «interi quartieri rifugio di Hamas» erano stati attaccati e che i danni erano stati arrecati a «quartier generali operativi», «risorse operative» e «risorse sfruttate dai terroristi

all’interno di edifici residenziali». Il 12 ottobre, l’esercito di Tel Aviv ha annunciato di aver ucciso tre «ufficiali di alto rango di Hamas» – due dei quali facevano parte dell’ala politica dell’organizzazione.

Eppure, nonostante lo smodato bombardamento israeliano, i danni arrecati alle infrastrutture militari di Hamas nel nord di Gaza nei primi giorni di guerra sembrano essere stati minimi. Le fonti dell’intelligence sentite da +972 e Local Call sostengono infatti che gli obiettivi militari dei power targets sono stati usati molte volte in precedenza come foglia di fico per colpire la popolazione civile. «Hamas è ovunque a Gaza; non c’è edificio che non contenga qualcosa di Hamas, quindi se si cerca il modo di trasformare un palazzo multipiano in un obiettivo ci sarà sempre modo di farlo», ha detto un ex funzionario dell’intelligence. «Non colpiranno mai un palazzo che non abbia al suo interno qualcosa che possa essere definito come obiettivo militare», ha affermato un’altra fonte dell’intelligence, che in precedenza ha condotto attacchi rivolti a dei «power targets». «Ci sarà sempre un piano del palazzo associato a Hamas. Ma per la maggior parte, per quanto riguarda questi obiettivi, è chiaro che non hanno un valore militare che giustifichi l’abbattimento di un intero edificio vuoto nel cuore di una città, con il contributo di sei aerei e bombe del peso di svariate tonnellate». Infatti, secondo delle fonti coinvolte nell’elencazione dei «power targets» per guerre precedenti, anche se il file relativo all’obiettivo contiene qualche forma di associazione con Hamas o altri gruppi, colpirlo ha principalmente lo scopo di «consentire un danno alla società civile». Le fonti ritengono, alcune esplicitamente e altre in modo implicito, che danneggiare i civili sia il vero scopo di questi attacchi.

A maggio 2021, per esempio, Israele è stato pesantemente criticato per aver bombardato la Al-Jalaa Tower, che ospitava importanti media internazionali come Al-Jazeera, Ap e Afp. L’esercito ha sostenuto che l’edificio fosse un obiettivo militare; le fonti di +972 e Local Call sostengono si trattasse in realtà di un “power target”. «La percezione è che Hamas sostenga un danno importante quando dei palazzi multipiano vengono abbattuti, perché questo crea una reazione pubblica nella Striscia di Gaza e spaventa la popolazione», ha detto una delle fonti. «Volevano dare ai civili della Striscia la sensazione che Hamas non fosse in controllo della situazione. Alle volte abbattevano edifici e altre volte strutture governative e uffici postali».

Anche se è senza precedenti che l’esercito israeliano attacchi più di mille power targets in cinque giorni, l’idea di causare una devastazione di massa in aree civili per scopi strategici è stata formulata durante operazioni precedenti a Gaza, e affinata dalla cosiddetta “dottrina Dahiya” a partire dalla seconda guerra libanese del 2006. Secondo questa dottrina – elaborata dall’ex capo dello staff delle Idf Gadi Eizenkot, ora membro della Knesset e del gabinetto di guerra – in un conflitto condotto contro milizie come quelle di Hamas o Hezbollah, Israele deve esercitare una forza sproporzionata e schiacciante per stabilire una deterrenza e obbligare la popolazione civile a esercitare una pressione sui gruppi terroristici affinché pongano fine ai loro attacchi. Il concetto di power targets sembra emanare da questa logica.

La prima volta che l’esercito israeliano ha definito pubblicamente dei power targets a Gaza è stato durante la fase finale di Margine protettivo nel 2014. Ha bombardato quattro edifici negli ultimi quattro giorni di guerra – tre edifici multipiano a Gaza City e uno a Rafah. L’establishment della sicurezza all’epoca ha spiegato che gli attacchi puntavano a comunicare ai palestinesi di Gaza che «niente è più immune» e a esercitare una pressione su Hamas affinché accettasse un cessate il fuoco. «Le prove raccolte mostrano che la distruzione di edifici su vasta scala è stata condotta deliberatamente, senza alcuna giustificazione militare», sosteneva un report di Amnesty di fine 2014. Durante un’altra violenta escalation cominciata nel novembre 2018, l’esercito ha ancora una volta attaccato dei power targets. In quell’occasione, Israele ha bombardato dei palazzi multipiano, dei centri commerciali e gli edifici della stazione televisiva Al-Aqsa, affiliata a Hamas. «Attaccare dei power targets produce un effetto significativo sulla parte opposta», ha affermato all’epoca l’aviazione israeliana. «Lo abbiamo fatto senza uccidere nessuno e ci siamo assicurati che l’edificio e i suoi dintorni fossero stati evacuati».

Operazioni precedenti hanno anche dimostrato come colpire questi obiettivi non fosse solo destinato a demoralizzare i palestinesi, ma anche a sollevare il morale all’interno di Israele. Haaretz ha rivelato come durante l’operazione Guardiani del muro del 2021 l’unità dei portavoce delle Idf abbia condotto un’operazione psicologica rivolta ai cittadini israeliani per incrementare la consapevolezza delle operazioni dell’esercito a Gaza e del danno che causavano ai palestinesi. I soldati, che si servivano di falsi account social per nascondere le origini della campagna militare, caricavano immagini e video degli attacchi dell’esercito a Gaza su Twitter, Facebook, Tik Tok e Instagram, per dare prova al pubblico israeliano del valore dell’esercito.

Durante l’operazione del 2021, Israele ha colpito nove obiettivi definiti come power targets – tutti palazzi multipiano. «L’obiettivo era farli collassare per fare pressione su Hamas, e anche per fare in modo che al pubblico israeliano arrivasse un’immagine vittoriosa», ha detto una fonte impiegata nelle agenzie di sicurezza a +972 e Local Call. Ma «non ha funzionato. Avendo seguito personalmente Hamas, so quanto a loro non importi dei civili e degli edifici abbattuti. Alle volte l’esercito trovava in un palazzo qualcosa di collegato a Hamas, ma sarebbe stato anche possibile colpire quell’obiettivo con armamenti più precisi. La morale della favola è che hanno buttato giù un palazzo solo per il gusto di farlo».

Non solo il conflitto in corso ha visto Israele attaccare un numero senza precedenti di power targets, sono state anche abbandonate le politiche precedenti che miravano a evitare danni ai civili. Mentre in passato la procedura ufficiale dell’esercito prevedeva che fosse possibile attaccare power targets solo dopo l’evacuazione di tutti i civili, le testimonianze dei residenti palestinesi a Gaza indicano che dal 7 ottobre Israele ha attaccato dei palazzi multipiano con i loro residenti ancora all’interno, o senza aver intrapreso passi significativi per evacuarli, causando molte vittime civili. Tali attacchi spesso provocano la morte di intere famiglie, come già sperimentato nelle offensive precedenti; secondo un’indagine condotta dall’Ap dopo la guerra del 2014, circa l’89 per cento di coloro che sono stati uccisi nei bombardamenti aerei di abitazioni private erano residenti disarmati, per la maggior parte bambini e donne.

Tishler, capo di stato maggiore dell’aeronautica, ha confermato il cambio di politica, dichiarando ai giornalisti che la politica del «bussare al tetto» – mediante la quale veniva sparato un piccolo colpo iniziale sul tetto di un edificio per avvertire i residenti che stava per essere colpito – non è più in uso «quando c’è un nemico». Tishler ha affermato che il «bussare al tetto» è «un termine pertinente per i cicli [di combattimento] e non per la guerra».

Le fonti che hanno lavorato in precedenza con dei power targets hanno dichiarato che la strategia spudorata della guerra in corso potrebbe rappresentare uno sviluppo pericoloso: gli attacchi a questi obiettivi, hanno spiegato, erano inizialmente pensati per “scioccare” Gaza, ma non necessariamente per uccidere un gran numero di civili. «Questi obiettivi sono stati pensati a partire dal presupposto che i palazzi sarebbero stati evacuati, quindi quando lavoravamo [alla compilazione dei target], non c’era alcuna preoccupazione su quanti civili sarebbero stati feriti; si dava per scontato che il numero sarebbe stato sempre zero», ha dichiarato una fonte con profonda conoscenza di questa tattica. «Questo esigerebbe un’evacuazione totale [degli edifici bersaglio] che richiede due o tre ore, durante le quali i residenti vengono chiamati [al telefono per evacuare], si sparano missili d’avvertimento e vengono impiegati anche droni per verificare che le persone stiano effettivamente lasciando il grattacielo», ha aggiunto la fonte. Tuttavia, delle prove arrivate da Gaza suggeriscono che alcuni palazzi – che presumiamo fossero power targets – sono stati abbattuti senza preavviso. +972 e Local Call hanno individuato almeno due casi durante la guerra attuale in cui interi palazzi residenziali sono stati bombardati e rasi al suolo senza preavviso e un caso in cui, secondo le prove, un palazzo è crollato sui civili che si trovavano all’interno.

Il 10 ottobre, Israele ha bombardato l’edificio Babel a Gaza, secondo il racconto di Bilal Abu Hatzira, che quella notte ha recuperato i corpi dalle rovine. Dieci persone sono state uccise nell’attacco all’edificio, compresi tre giornalisti. Il 25 ottobre, il grattacielo residenziale Al-Taj a Gaza City è stato bombardato e raso al suolo, uccidendo le famiglie che vi abitavano senza alcun preavviso. Circa 120 persone sono rimaste sepolte sotto le macerie dei loro appartamenti, secondo i racconti dei residenti. Uno di loro, Yousef Amar Sharaf, ha scritto su X che 37 membri della sua famiglia che vivevano nell’edificio sono stati uccisi nell’attacco: «I miei cari genitori, la mia amata moglie, i miei figli e la maggior parte dei miei fratelli e delle loro famiglie». I residenti hanno dichiarato che sono state sganciate molte bombe, danneggiando e distruggendo appartamenti anche negli edifici vicini. Sei giorni dopo, il 31 ottobre, l’edificio residenziale di otto piani Al-Mohandseen è stato bombardato senza preavviso. Fra 30 e 45 corpi sono stati recuperati dalle rovine il primo giorno. Un bambino è stato trovato vivo, senza i genitori. I giornalisti hanno stimato che oltre 150 persone siano state uccise nell’attacco, poiché molte sono rimaste sepolte sotto le macerie. L’edificio sorgeva nel campo profughi di Nuseirat, a sud di Wadi Gaza, nella presunta «zona sicura» verso cui Israele spingevano i palestinesi in fuga dalle loro case nel nord e al centro di Gaza, e quindi secondo i racconti serviva da rifugio temporaneo per gli sfollati.

Secondo un’indagine di Amnesty International, il 9 ottobre Israele ha bombardato almeno tre edifici di più piani, così come un mercato dell’usato all’aperto su una strada affollata nel campo profughi di Jabaliya, uccidendo almeno 69 persone. «I corpi erano bruciati […] non volevo guardare, avevo paura di guardare il viso di Imad», ha detto il padre di un bambino ucciso. «I cadaveri erano sparsi sul pavimento. Tutti cercavano i loro figli in queste pile. Ho riconosciuto mio figlio solo dai pantaloni. Volevo seppellirlo immediatamente, così ho preso mio figlio e l’ho tirato fuori».

Secondo l’indagine di Amnesty, l’esercito ha dichiarato che l’attacco nell’area del mercato era mirato a una moschea «dove si trovavano miliziani di Hamas». Tuttavia, secondo la stessa indagine, le immagini satellitari non mostrano una moschea nelle vicinanze. Il portavoce delle Idf non ha risposto alle domande di +972 e Local Call su questo attacco specifico, ma ha dichiarato più generalmente che «le Idf forniscono avvisi prima degli attacchi in vari modi, e quando le circostanze lo consentono avvisano anche personalmente, attraverso delle telefonate, le persone che si trovano nel luogo dell’obiettivo o nelle sue vicinanze. Ci sono stati 25.000 colloqui telefonici durante la guerra, oltre a milioni di conversazioni registrate, messaggi di testo e volantini lanciati per allertare la popolazione. In generale, le Idf cercano di ridurre al massimo i danni ai civili durante gli attacchi, nonostante la sfida di combattere un’organizzazione terroristica che usa i cittadini di Gaza come scudi umani».

Secondo il portavoce delle Idf, fino al 10 novembre, durante i primi 35 giorni di combattimento, Israele ha attaccato un totale di 15mila obiettivi a Gaza. Secondo diverse fonti, si tratta di un numero molto elevato rispetto alle quattro operazioni principali precedenti nella Striscia. Durante “Guardiano del muro” nel 2021, Israele ha attaccato 1.500 obiettivi in 11 giorni. Nel corso di “Margine protettivo” nel 2014, durata 51 giorni, Israele ha colpito tra 5.266 e 6.231 obiettivi. Durante “Pilastro di difesa” nel 2012 sono stati attaccati circa 1.500 obiettivi in otto giorni. L’“operazione Piombo fuso nel 2008 ha colpito 3.400 obiettivi in 22 giorni. Fonti di intelligence che hanno servito nelle operazioni precedenti hanno dichiarato a +972 e Local Call che, per 10 giorni nel 2021 e tre settimane nel 2014, un tasso di 100-200 attacchi al giorno ha portato a una situazione in cui l’Aeronautica israeliana non aveva più obiettivi di rilievo militare. Perché, quindi, dopo quasi due mesi, l’esercito israeliano non ha ancora esaurito gli obiettivi nella guerra attuale? La risposta potrebbe trovarsi in una dichiarazione del 2 novembre del portavoce delle Idf, secondo la quale si sta impiegando il sistema di intelligenza artificiale Habsora, che «consente l’uso di strumenti automatizzati per produrre obiettivi a un ritmo veloce e materiale di intelligence accurato e di alta qualità secondo le esigenze operative». Nel comunicato, un alto ufficiale dell’intelligence afferma che grazie a Habsora vengono individuati degli obiettivi per interventi mirati che «causano notevoli danni al nemico e minimi danni ai non combattenti. Gli operatori di Hamas non sono al sicuro, ovunque si nascondano». Secondo fonti di intelligence, Habsora genera, tra le altre cose, raccomandazioni automatiche per attaccare abitazioni private dove vivono persone sospettate di essere miliziani di Hamas o del Jihad Islami. Israele quindi effettua operazioni di assassinio su vasta scala con pesanti bombardamenti di queste abitazioni residenziali.

Habsora, ha spiegato una delle fonti, elabora enormi quantità di dati che «decine di migliaia di ufficiali di intelligence non potrebbero processare» e raccomanda obiettivi da bombardare in tempo reale. Poiché la maggior parte degli alti funzionari di Hamas si rifugia nei tunnel sotterranei all’inizio di qualsiasi operazione militare, secondo le fonti, l’uso di un sistema come Habsora consente di individuare e attaccare le case di miliziani relativamente di basso livello. Un ex ufficiale dell’intelligence ha spiegato che il sistema Habsora consente all’esercito di gestire una «fabbrica di assassinii di massa», in cui l’«enfasi è sulla quantità e non sulla qualità». Un occhio umano poi «esaminerà gli obiettivi prima di ogni attacco, ma non è necessario spendere molto tempo su di essi». Dal momento che Israele stima che ci siano circa 30.000 membri di Hamas a Gaza, e tutti sono «condannati» a morte, il numero potenziale di obiettivi è enorme.

Nel 2019, l’esercito israeliano ha creato un nuovo centro destinato all’uso dell’Ia per accelerare la generazione di obiettivi. «La Divisione amministrativa degli Obiettivi è un’unità di cui fanno parte centinaia di ufficiali e soldati, e si basa sulle capacità dell’Ia», ha dichiarato l’ex capo di stato maggiore delle Idf Aviv Kochavi in un’approfondita intervista con Ynet all’inizio di quest’anno. «È una macchina che, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, elabora molte più informazioni meglio e più velocemente di qualsiasi essere umano, e le traduce in obiettivi da attaccare», ha continuato Kochavi. «Il risultato è che nell’operazione “Guardiano delle mura” (2021), dal momento in cui questa macchina è stata attivata, ha generato 100 nuovi obiettivi ogni giorno. In passato ci sono stati momenti in cui individuavamo 50 obiettivi all’anno a Gaza. E qui la macchina ha prodotto 100 obiettivi in un giorno». «Generiamo gli obiettivi automaticamente e lavoriamo spuntando le voci di una lista», ha detto una delle fonti che ha lavorato nella nuova Divisione Amministrativa degli Obiettivi a +972 e Local Call. «È davvero come una fabbrica. Lavoriamo velocemente e non c’è tempo per approfondire l’obiettivo. L’opinione condivisa è che siamo giudicati in base a quanti obiettivi riusciamo a generare». Un alto ufficiale militare responsabile del registro degli obiettivi ha dichiarato al Jerusalem Post all’inizio di quest’anno che, grazie ai sistemi di intelligenza artificiale dell’esercito, per la prima volta le forze armate possono generare nuovi obiettivi a un ritmo più veloce di quanto attacchino. Un’altra fonte ha affermato che la spinta a generare automaticamente un gran numero di obiettivi è una realizzazione della Dottrina Dahiya.

Sistemi automatizzati come Habsora hanno notevolmente facilitato il lavoro degli ufficiali dell’intelligence israeliana nel prendere decisioni durante le operazioni militari, incluso il calcolo delle possibili vittime civili. Cinque diverse fonti hanno confermato che il numero di civili che potrebbero essere uccisi negli attacchi alle abitazioni private è noto in anticipo all’intelligence israeliana e appare chiaramente nel file dell’obiettivo sotto la categoria «danni collaterali». Secondo queste fonti, ci sono diversi gradi di danni collaterali, in base ai quali l’esercito determina se è possibile attaccare un obiettivo all’interno di una residenza privata. «Quando la direttiva generale diventa ‘Danni Collaterali 5’, significa che siamo autorizzati a colpire tutti gli obiettivi che uccideranno cinque o meno civili, possiamo agire su tutti gli obiettivi classificati cinque o meno», ha detto una delle fonti.

«In passato, non segnavamo regolarmente le case degli affiliati di basso grado di Hamas per bombardarle», ha detto un ufficiale della sicurezza che ha partecipato a degli attacchi durante operazioni precedenti. «Ai miei tempi, se la casa su cui stavo lavorando era contrassegnata come Danni Collaterali 5, non veniva sempre approvata (per l’attacco)». Tale approvazione, ha affermato, si riceveva solo se si era al corrente che in quella casa viveva un comandante di Hamas. «Da quanto ho capito, oggi si possono contrassegnare tutte le case di qualsiasi membro militare di Hamas indipendentemente dal rango», ha continuato la fonte. «Sono molte case. Membri di Hamas che non contano davvero niente vivono in tutta Gaza. Quindi la casa viene contrassegnata, bombardano e uccidono tutti coloro che si trovano al suo interno».

Il 22 ottobre, l’Aeronautica israeliana ha bombardato la casa del giornalista palestinese Ahmed Alnaouq nella città di Deir al-Balah. Ahmed è un mio caro amico e collega; quattro anni fa abbiamo fondato una pagina Facebook in ebraico chiamata Across the Wall, con l’obiettivo di portare le voci palestinesi da Gaza al pubblico israeliano. Il bombardamento del 22 ottobre ha fatto crollare blocchi di cemento sull’intera famiglia di Ahmed, uccidendo suo padre, fratelli, sorelle e tutti i loro figli, compresi i neonati. Solo sua nipote di 12 anni, Malak, è sopravvissuta ma è rimasta in condizioni critiche, il corpo coperto di ustioni. Pochi giorni dopo, Malak è morta. In totale, sono stati uccisi ventuno membri della famiglia di Ahmed, sepolti sotto la loro casa. Nessuno di loro era un militante. Il più giovane aveva due anni; il più anziano, suo padre, aveva 75 anni. Ahmed, attualmente residente nel Regno unito, ora è solo. Il gruppo WhatsApp della famiglia di Ahmed si chiama «Better Together». L’ultimo messaggio che vi è apparso è stato inviato da lui, poco dopo la mezzanotte nella notte in cui ha perso la sua famiglia. «Qualcuno mi faccia sapere che va tutto bene», ha scritto. Nessuno ha risposto. Si è addormentato, ma si è svegliato in preda al panico alle 4 del mattino. Sudando, ha controllato di nuovo il telefono. Silenzio. Poi ha ricevuto un messaggio da un amico con la terribile notizia. Il caso di Ahmed è comune in questi giorni a Gaza. In interviste alla stampa, i dirigenti degli

ospedali di Gaza ripetono la stessa descrizione: le famiglie entrano negli ospedali come processioni di cadaveri, un bambino seguito dal padre seguito dal nonno. I corpi sono ricoperti di polvere e sangue.

Secondo ex ufficiali dell’intelligence israeliana, in molti casi in cui viene bombardata una residenza privata, l’obiettivo è «l’assassinio di miliziani di Hamas o del Jihad Islami» e tali obiettivi vengono attaccati quando il miliziano in questione entra in casa. I ricercatori dell’intelligence sanno se i suoi familiari o i vicini possono morire anch’essi nell’attacco e sanno calcolare quanti di loro potrebbero morire. Ognuna delle fonti ha detto che si tratta di case private, dove nella maggior parte dei casi non viene svolta alcuna attività militare.

+972 e Local Call non dispongono di dati sul numero di miliziani che sono effettivamente stati uccisi o feriti da attacchi aerei su residenze private nella guerra in corso, ma ci sono ampie prove che, in molti casi, non si trattava di membri di Hamas o del Jihad Islami. Il 10 ottobre, l’Aeronautica israeliana ha bombardato un edificio residenziale nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza, uccidendo 40 persone, per lo più donne e bambini. In uno dei video scioccanti girati dopo l’attacco, si vedono delle persone urlare, tenendo in mano quella che sembra una bambola tirata fuori dalle rovine e passandola di persona in persona. Quando la telecamera zooma, si vede che non è una bambola, ma il corpo di un bambino. Uno dei residenti ha dichiarato che 19 membri della sua famiglia sono stati uccisi nell’attacco. Un altro sopravvissuto ha scritto su Facebook di aver trovato solo la spalla di suo figlio tra le macerie. Amnesty ha indagato sull’attacco e ha scoperto che un membro di Hamas viveva in uno dei piani superiori dell’edificio, ma non era presente al momento dell’attacco.

Il bombardamento delle case civili in cui si suppone vivano operatori di Hamas o del Jihad Islami è probabilmente diventata una politica più frequente delle Idf durante l’operazione “Margine Protettivo” nel 2014. All’epoca, 606 palestinesi – circa un quarto delle vittime civili durante i 51 giorni di combattimento – erano membri di famiglie il cui domicilio era stato bombardato. Un rapporto dell’Onu lo definì nel 2015 sia come un possibile crimine di guerra che come «un nuovo modello» di azione che «ha portato alla morte di intere famiglie». Nel 2014, 93 persone hanno perso la vita a causa dei bombardamenti israeliani su case abitate da famiglie, 13 avevano meno di un anno. Un mese fa, 286 bambini di età inferiore a un anno erano già stati identificati come vittime a Gaza, secondo un dettagliato elenco dell’età delle vittime pubblicato dal ministero della Salute di Gaza il 26 ottobre. Il numero è probabilmente raddoppiato o triplicato da allora.

Tuttavia, in molti casi, e soprattutto durante le operazioni in corso attualmente a Gaza, l’esercito israeliano ha effettuato attacchi che hanno colpito residenze private anche in assenza di un obiettivo militare noto o chiaro. Ad esempio, secondo il Committee to Protect Journalists, al 29 novembre Israele aveva ucciso 50 giornalisti palestinesi a Gaza, alcuni dei quali nelle loro case con le rispettive famiglie. Roshdi Sarraj, 31 anni, giornalista di Gaza nato in Gran Bretagna, ha fondato un’agenzia nella Striscia chiamata Ain Media. Il 22 ottobre, una bomba israeliana ha colpito la casa dei suoi genitori dove stava dormendo, uccidendolo. Anche la giornalista Salam Mema è morta sotto le macerie della sua casa dopo un bombardamento; dei suoi tre figli piccoli, Hadi, 7 anni, è morto, mentre Sham, 3 anni, non è ancora stato trovato sotto le macerie. Altri due giornalisti, Duaa Sharaf e Salma Makhaimer, sono stati uccisi insieme ai loro figli nelle loro abitazioni.

Gli analisti israeliani hanno ammesso che l’efficacia militare di queste tipologie di attacchi aerei sproporzionati è limitata. Due settimane dopo l’inizio dei bombardamenti (e prima dell’invasione terrestre) – dopo che nella Striscia di Gaza erano stati contati i corpi di 1.903 bambini, circa 1.000 donne e 187 anziani – il commentatore israeliano Avi Issacharoff ha twittato: «Per quanto sia difficile da sentire, al 14º giorno di combattimento, non sembra che il braccio militare di Hamas sia stato significativamente danneggiato. Il danno più significativo alla leadership militare è l’assassinio del comandante di Hamas Ayman Nofal». I militanti di Hamas operano regolarmente all’interno di una intricata rete di tunnel costruiti sotto ampie porzioni della Striscia di Gaza. Questi tunnel, come confermato dagli ex ufficiali dell’intelligence israeliana con cui abbiamo parlato, passano anche sotto case e strade. Pertanto, i tentativi israeliani di distruggerli con attacchi aerei sono in molti casi suscettibili di causare la morte di civili. Questo potrebbe essere un altro motivo per l’alto numero di famiglie palestinesi annientate nell’attuale offensiva. Gli ufficiali dell’intelligence intervistati per questo articolo hanno affermato che il modo in cui Hamas ha progettato la rete di tunnel a Gaza sfrutta consapevolmente la popolazione civile e le infrastrutture che si trovano al di sopra. Queste affermazioni sono state anche alla base della campagna mediatica condotta da Israele sugli attacchi all’ospedale di Al-Shifa e le incursioni nei tunnel scoperti sotto di esso.

Israele ha anche attaccato un gran numero di obiettivi militari: miliziani armati di Hamas, siti per il lancio di razzi, cecchini, squadre anticarro, quartier generali militari, basi, posti di osservazione e altro ancora. Dall’inizio dell’invasione terrestre, bombardamenti aerei e pesante fuoco di artiglieria sono stati impiegati per fornire supporto alle truppe di terra. Gli esperti di diritto internazionale sostengono che questi obiettivi sono legittimi, purché gli attacchi rispettino il principio di proporzionalità. In risposta a una richiesta di informazioni da parte di +972 e Local Call per questo articolo, il portavoce delle Idf ha dichiarato: «Le Idf si impegnano a rispettare il diritto internazionale e agiscono di conseguenza, attaccando obiettivi militari e non civili. L’organizzazione terroristica Hamas posiziona i suoi operatori e i suoi asset militari nel cuore della popolazione civile. Hamas utilizza sistematicamente la popolazione civile come scudo umano e conduce combattimenti da edifici civili, compresi siti sensibili come ospedali, moschee, scuole e strutture dell’Onu». Le fonti dell’intelligence che hanno parlato con +972 e Local Call hanno affermato in modo simile che in molti casi Hamas «mette deliberatamente in pericolo la popolazione civile a Gaza e cerca di impedire con la forza ai civili di evacuare». Due fonti hanno affermato che i leader di Hamas «comprendono che il danno inflitto da Israele ai civili conferisce loro legittimità nella lotta».

Allo stesso tempo, mentre oggi può sembrare difficile immaginare l’idea di sganciare una bomba da una tonnellata per uccidere un membro di Hamas, ma che finisce per uccidere un’intera famiglia come «danno collaterale», non era sempre accettata così facilmente da vaste porzioni della società israeliana. Nel 2002, ad esempio, l’Aeronautica israeliana bombardò la casa di Salah Mustafa Muhammad Shehade, all’epoca capo delle Brigate Al-Qassam, ala militare di Hamas. La bomba lo uccise, insieme a sua moglie Eman, sua figlia di 14 anni Laila e altre 14 persone, tra cui 11 bambini. Questo fatto provocò una sollevazione sia in Israele che nel mondo e Israele fu accusata di commettere crimini di guerra.

Queste contestazioni hanno fatto sì che l’esercito israeliano decidesse nel 2003 di sganciare una bomba più piccola, da un quarto di tonnellata, su una riunione dei vertici di Hamas, tra cui il leader sfuggente delle Brigate Al-Qassam, Mohammed Deif, che si svolgeva in un edificio residenziale a Gaza, nonostante il timore che non fosse abbastanza potente da ucciderli. Nel libro To Know Hamas, il veterano del giornalismo israeliano Shlomi Eldar scrisse che la decisione di utilizzare una bomba relativamente piccola fu dovuta al precedente di Shehade e alla paura che una bomba da una tonnellata avrebbe ucciso anche i civili nell’edificio. L’attacco fallì e gli alti ufficiali dell’ala militare fuggirono.

Nel dicembre 2008, nella prima grande guerra che Israele intraprese contro Hamas dopo la sua presa del potere a Gaza, Yoav Gallant, all’epoca capo del Comando Meridionale delle Idf, disse che per la prima volta Israele stava «colpendo le case familiari» dei vertici di Hamas con l’obiettivo di distruggerle, ma senza danneggiare le loro famiglie. Gallant sottolineò che le case venivano attaccate dopo che le famiglie erano state avvertite «bussando sul tetto», oltre che con una telefonata, dopo che era stato accertato che all’interno dell’edificio si svolgeva un’attività militare di Hamas.

Dopo l’operazione “Margine Protettivo” del 2014, durante la quale Israele iniziò a colpire sistematicamente dal cielo le case familiari, gruppi per i diritti umani come B’Tselem raccolsero testimonianze di palestinesi sopravvissuti a questi attacchi. Raccontarono che le case collassavano su se stesse, schegge di vetro tagliavano i corpi di coloro che erano all’interno, i detriti «avevano odore di sangue» e le persone venivano sepolte vive. Questa politica mortale continua oggi, in parte grazie all’uso di armamenti distruttivi e tecnologie sofisticate come Habsora, ma anche a un establishment politico e di sicurezza che ha allentato le redini della macchina militare israeliana. Quindici anni dopo aver insistito sul fatto che l’esercito faceva tutto il possibile per ridurre al minimo i danni civili, Gallant, ora ministro della Difesa, ha chiaramente cambiato tono. «Stiamo combattendo con animali e agiamo di conseguenza», ha dichiarato dopo il 7 ottobre.

Traduzione a cura di Giovanna Branca

Gli autori

Yuval Abraham

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