I padroni della terra

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Nel VI rapporto annuale, “I padroni della terra”, la Ong Focsiv (Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana) analizza il fenomeno del land grabbing o accaparramento di terre e le sue conseguenze su diritti umani, ambiente e migrazioni.

Il racconto di un anno di land grabbing e di alcuni casi di accaparramento in Paesi del Sud del mondo, dal Perù al Myanmar, passando per diversi Paesi africani, mostra il continuo conflitto tra grandi interessi economici e politici e il diritto alla terra di chi vi abita e la custodisce. In particolare, la convergenza tra le conseguenze della guerra in Ucraina, con l’uso del cibo come arma impropria, e la transizione ecologica, con la nuova corsa alle materie prime critiche, sta provocando un’accelerazione della competizione tra blocchi geopolitici per il controllo e lo sfruttamento della terra. «La sicurezza economica nazionale – si legge nel rapporto di Focsiv – è diventata un nuovo mantra. I governi lanciano nuovi piani industriali sostenuti da sussidi pubblici per creare, rafforzare, attrarre capacità produttive e tecnologiche, ed assicurarsi il controllo di risorse strategiche. Gli Stati Uniti hanno adottato l’Inflation Reduction Act, a cui pochi mesi più tardi ha risposto la Commissione europea con il Critical Raw Materials Act, senza considerare gli impatti nei Paesi del Sud del mondo e sui diritti delle comunità più vulnerabili. Piuttosto, i governi degli Stati più ricchi ed emergenti continuano ad esternalizzare gli interessi nazionali cercando nuovi accordi con i governi dei Paesi del Sud che hanno risorse critiche, riproducendo schemi neocoloniali».

Come scrive Caterina Orsenigo, presentando il rapporto su Valori (https://valori.it/land-grabbing-padroni-della-terra-2023/), nel gioco di domanda e offerta fra Paesi occidentali e governi di Paesi detentori di materie prime, sono quasi sempre escluse le comunità indigene e contadine che abitano i territori da cui i metalli vengono estratti. Leggendo il rapporto si incontrano diversi casi studio. Come quello della Bolivia che propone sulla carta una politica della difesa dell’ambiente e dei diritti degli indigeni ma, nella pratica, sfrutta al massino le opportunità estrattive delle miniere di litio senza coinvolgere e ascoltare le comunità locali. È il caso del Salar de Uyuni dove si è finito per affidare i lavori di estrazione a compagnie straniere, con la certezza che gli unici a non guadagnarci e anzi a perdere il controllo del territorio saranno le comunità indigene. In Perù è addirittura il 14% del territorio nazionale a essere stato concesso a compagnie straniere per l’estrazione mineraria mentre le comunità indigene e contadine sono state delocalizzate e frammentate.

La maggior parte del land grabbing a danno delle comunità locali è localizzata in Africa, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo per le monocolture agricole e l’estrazione mineraria. Seguono l’America Latina, l’Europa orientale (come singolo Paese, la Federazione Russa è al primo posto) e l’Asia. Sul totale, il 40% degli investimenti è volto allo sfruttamento di foreste, il 33% all’estrazione mineraria e il 26% all’agricoltura. Fra i Paesi investitori al primo posto c’è la Svizzera con 13,3 milioni di ettari. Seguono Canada, Stati Uniti, Cina, Giappone, Gran Bretagna e Singapore. Il Brasile risulta nei primi dieci posti sia come Paese investitore che come oggetto di investimenti. Nel Cerrado – secondo il WWF la savana più ricca al mondo in termini di biodiversità – più di 10 milioni di ettari sono stati disboscati per le monocolture e l’allevamento. Il Paese con più interessi distribuiti nel mondo è invece la Cina, che ha stipulato accordi con ben 53 nazioni per la concessione di terre. Al secondo posto si sono gli Stati Uniti con investimenti in 47 Paesi.

Tra gli altri tipi di accaparramento di risorse vanno ricordati il water grabbing (cioè lo sfruttamento massiccio delle falde acquifere da parte di poche grandi aziende mentre la popolazione e l’ambiente subiscono le conseguenze della siccità crescente dovuta ai cambiamenti climatici: esemplare il caso del Cile, in cui gran parte delle risorse idriche è dirottata nelle piantagioni di avocado) e il green grabbing (per esempio attraverso la finanziarizzazione della natura per i carbon credit, i sistemi di compensazione delle emissioni climalteranti).

Il rapporto dà conto anche delle lotte «per la difesa del diritto alla terra, per la sua custodia, per una equa distribuzione dei suoi benefici» in tutto il mondo: le proteste degli agricoltori in Nigeria e in Ghana contro la privatizzazione dei terreni, le proposte di riforma agraria del movimento indigeno ecuadoriano, il viaggio dal Senegal alla Sierra Leone della Carovana dell’Africa occidentale per il diritto alla terra, all’acqua e all’agroecologia e via seguitando. Una lotta «politica e dal basso» a cui si affiancano «alcuni processi a livello internazionale ed europeo che possono rappresentare motivo di speranza per un mondo migliore». A fronte di un insufficiente impegno degli Stati, Focsiv partecipa alla Campagna Impresa2030Diamoci una regolata!, «impegnata nel sostenere un negoziato che riconosca i diritti delle comunità a decidere della propria vita, difendendosi dai grandi interessi privati». La Campagna 070 si rivolge invece all’Italia e chiede che lo 0,70% del reddito nazionale lordo sia destinato all’aiuto pubblico allo sviluppo.

Il rapporto può essere scaricato qui.

Gli autori

Focsiv - Volontari nel mondo

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