Salviamo il Servizio Sanitario Nazionale

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Mentre il presidente del Consiglio magnifica in conferenza stampa gli investimenti governativi sulla salute il VI Rapporto Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale è, alla pari di altre recenti analisi, categorico: il diritto alla salute dei cittadini italiani è compromesso. Le azioni dei Governi che si sono alternati negli ultimi decenni hanno sgretolato il Servizio Sanitario Nazionale, ne hanno svalutato i princìpi fondanti e hanno eroso il diritto costituzionale alla tutela della salute, offuscando aspirazioni e prospettive della popolazione e, soprattutto, delle future generazioni. I passaggi di questa operazione – continua il Rapporto – sono stati molti:

considerare la sanità come un costo e non come un investimento per la salute e il benessere delle persone, oltre che per la crescita economica del Paese;

ridurre il perimetro delle tutele pubbliche per aumentare forme di sussidio individuale con l’obiettivo, peraltro raramente centrato, di mantenere il consenso elettorale;

permettere alla politica partitica (politics) di avvilupparsi in maniera indissolubile alle politiche sanitarie (policies), con decisioni che non mettono al primo posto la tutela della salute dell’individuo e della collettività, ma sono condizionate da interessi di varia natura;

prendere decisioni in contrasto con il principio dell’health in all policies, che impone di orientare tutte le decisioni politiche, non solo sanitarie ma anche industriali, ambientali, sociali, economiche e fiscali, mettendo sempre al centro la salute delle persone;

accettare svilenti compromessi con l’industria, solo perché un’elevata domanda di servizi e prestazioni sanitarie genera occupazione, o perché – al contrario – l’introduzione di specifiche misure di prevenzione rischia di ridurre posti di lavoro.

A fronte di ciò è indispensabile ribadire tre concetti fondamentali. Il primo è che la sostenibilità del SSN è innanzitutto un problema culturale e politico: ovvero, come riportato nelle conclusioni del Rapporto Romanow, «il sistema è tanto sostenibile quanto noi vogliamo che lo sia₂. Il secondo è che la perdita di un SSN pubblico – finanziato dalla fiscalità generale e fondato su princìpi di universalità, eguaglianza ed equità – provocherà un disastro sanitario economico e sociale senza precedenti. Il terzo ed ultimo è che stiamo lentamente ma progressivamente scivolando da un Servizio Sanitario Nazionale fondato sulla tutela di un diritto costituzionale, a 21 Sistemi Sanitari Regionali regolati dalle leggi del libero mercato.

Il Fondo Sanitario Nazionale dal 2010 al 2023 è aumentato complessivamente di 23,3 miliardi di euro, in media 1,94 miliardi di euro per anno, ma con trend molti diversi tra il periodo pre-pandemico (2010-2019), pandemico (2020-2022) e post-pandemico (2023), su cui è opportuno rifare chiarezza per documentare che tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni hanno tagliato e/o non investito adeguatamente in sanità (https://volerelaluna.it/politica/2023/10/13/la-sanita-allo-sfascio-e-lo-sciopero-generale-se-non-ora-quando/). Secondo il rapporto, tra il 2010 e il 2019 sono stati sottratti 37 miliardi di euro, un trend interrotto dall’arrivo della pandemia di Covid 19: tra il 2020 e il 2023, infatti, il fabbisogno sanitario nazionale (FBN) è aumentato complessivamente di 11,2 miliardi di euro, crescendo in media del 3,4% annuo. Oltre all’emergenza sanitaria, il maggiore investimento (comunque sempre al disotto del valore dell’inflazione) è stato motivato soprattutto dai rincari energetici. Guardando alla spesa sanitaria, nel 2022 sono stati spesi 171.867 milioni di euro, ossia il 6,8% del PIL. Il dato è significativo se paragonato a quello di altri Paesi: rispetto alla media europea (7,1%), la nostra spesa è in difetto di 0,3 punti percentuali, mentre la spesa pro-capite italiana è inferiore di 48,8 miliardi di eurorispetto alla media Ocse.

Un ultimo dato: l’accesso alle cure è fortemente diseguale tra Nord e Sud. La frattura strutturale che attraversa il Paese costringe già tempo i cittadini a spostarsi da una regione all’altra per ricevere assistenza. La situazione è destinata ad aggravarsi con la possibile attuazione dell’autonomia differenziata, che comporterà la morte del Sistema sanitario nazionale, sostituito da 20 diverse realtà sanitarie. Secondo il Rapporto la sanità non deve diventare materia di competenza regionale ma restare in mano allo Stato, nel rispetto dell’articolo 32 della Costituzione che «tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». E, per arginare il collasso, occorre utilizzare bene i fondi del Pnrr, varando un Piano di rilancio del Servizio Sanitario Nazionale che, tra l’altro, ridisegni ruolo e responsabilità dei medici di famiglia e faciliti l’integrazione con l’infermiere di famiglia, investa nel personale sanitario e aumenti il numero del personale infermieristico, controlli rigorosamente la governance delle Regioni per colmare i gap esistenti.

Qui il link al testo del Rapporto