Mare, mare, mare! Rapporto spiagge 2021

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Agosto, mese di mare, per chi può, anche in tempo di pandemia. Ma, incredibilmente, in condizioni sempre peggiori per i bagnanti (o gli aspiranti tali) ché il processo di trasformazione del demanio pubblico delle spiagge procede in modo inarrestabile modificando profondamente le possibilità delle persone di poter fruire del mare e persino di vederlo (al di là di edifici, palme e spogliatoi). Lo documenta in questi giorni, con opportuna tempestività il Rapporto Spiagge 2021 di Legambiente.

Cosa succede, dunque, nelle nostre spiagge?

Succede, in sintesi, che, nella totale latitanza dei Ministeri che oggi si chiamano della transizione ecologica, delle infrastrutture e mobilità sostenibili, del turismo, continua a crescere il numero di spiagge in concessione, tanto che in molti Comuni è oramai impossibile trovare uno spazio dove poter liberamente e gratuitamente sdraiarsi a prendere il sole. Secondo il Sistema informativo demanio marittimo le concessioni balneari sono attualmente 12.166 (erano 10.812 nel 2018) con un aumento del 12,5% in tre anni. La stima è che meno di metà delle spiagge del Paese sia liberamente accessibile e fruibile per fare un bagno. Ma in alcune Regioni troviamo dei veri e propri record, come in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, dove quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari. Cresce il numero di stabilimenti al sud e in particolare in Sicilia, con un aumento di quasi 200 nuovi stabilimenti in tre anni. Nel Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì e Cesena, tutte le spiagge sono in concessione, ma anche a Pietrasanta (Lu), Camaiore (Lu), Montignoso (Ms), Laigueglia (Sv) e Diano Marina (Im) siamo sopra il 90% e rimangono liberi solo pochi metri spesso agli scoli di torrenti e in aree degradate. Per non parlare dei canoni che si pagano per le concessioni, ovunque bassi, e che in alcune località di turismo di lusso come la Costa Smeralda o la Versilia, risultano vergognosi a fronte di guadagni milionari.

In nessun Paese europeo esiste una situazione di questo tipo. Ossia una condizione per cui diventa sempre più difficile accedere e sdraiarsi su una spiaggia per l’assenza di indicazioni nazionali di occupazione massima di spiagge in concessione, ma anche di criteri per come devono essere garantiti negli stabilimenti il diritto all’accessibilità anche per le persone disabili, per come vengono incentivati progetti attenti alla qualità ambientale, alla tutela della duna e della spiaggia, all’utilizzo di materiali naturali e di fonti rinnovabili, alla raccolta differenziata. Il tutto viene lasciato alla buona volontà e ci sono ovviamente tante esperienze positive ma se ne trovano almeno altrettante pessime.

In Italia le concessioni sul demanio costiero sono arrivate a 61.426, mentre erano 52.619 nel 2018. Di queste 12.166 rappresentano – come si è detto – concessioni per stabilimenti balneari, contro le 10.812 del 2018. Si può stimare che dal 2000 ad oggi siano raddoppiate. Sono invece 1.838 quelle per campeggi, circoli sportivi e complessi turistici, anch’esse in aumento rispetto alle 1.231 del 2018. Le restanti concessioni sono distribuite su vari utilizzi, da pesca e acquacoltura a diporto.

Da notare che il 50% dei litorali italiani è caratterizzato da coste sabbiose (3.346 km considerando la penisola, Sicilia e Sardegna), il 34% da tratti rocciosi, mentre il 16% risulta trasformato da porti, aree industriali, banchine e insediamenti turistici. Per capire quanto delle coste italiane è occupato da stabilimenti balneari occorre incrociare fonti diverse e verificare con le foto aeree l’occupazione da parte degli ombrelloni, considerando anche le diverse dimensioni degli stabilimenti nelle Regioni. Una stima credibile, che consideri tutte le forme di concessione, porta a valutare che oltre il 50% delle aree costiere sabbiose è di fatto sottratto alla fruizione libera e gratuita. Ed è un dato medio, con differenze impressionanti. Le concessioni crescono praticamente in tutte le Regioni. I dati di alcune risultano impressionanti e le differenze rispetto ai dati 2018 sono clamorose. In Emilia-Romagna si va dalle 1.260 concessioni del 2018 (di cui 1.209 per stabilimenti) a 1.462 (con ben 1.313 concessioni per stabilimenti balneari), mentre in Campania si è passati da 1.053 concessioni (916 per stabilimenti e 137 per campeggi e complessi turistici) a 1.291 (di cui 1.125 stabilimenti). Altri decisi incrementi vengono dall’Abruzzo, che vede un salto per gli stabilimenti da 647 a 891, e dalla Sicilia, dove le concessioni per stabilimenti balneari passano da 438 nel 2018 a 620 nel 2021, con un aumento del 41,5%. In pochi casi diminuiscono le concessioni rilasciate, sostanzialmente per mancato rinnovo di quelle esistenti, come in Veneto (le concessioni per stabilimenti passano da 370 a 326) dove però aumentano sensibilmente le concessioni per complessi turistici e campeggi (da 62 a 93) e soprattutto il totale delle concessioni per il demanio marittimo, da 2.081 a 4.381, in gran parte dovuto a nuovi punti di ormeggio e approdi commerciali.

In alcune aree è diventato addirittura impossibile aumentare il numero di concessioni, perché non ci sono più spazi liberi. Un esempio è il continuum di stabilimenti in Versilia e in parte della provincia di Massa Carrara, dove sono presenti 683 stabilimenti su 29,8 chilometri di costa. Qui si arriva a una media del 90% di spiagge occupate, e vi insistono più della metà delle concessioni di tutta la Regione. Risalendo dal porto di Viareggio e proseguendo fino al confine nord del Comune di Massa, si possono percorrere lungo la spiaggia 23 chilometri con accanto stabilimenti di ogni tipo e dimensione, dove saltuariamente sopravvivono alcune piccole strisce di spiagge libere che, tutte assieme, non arrivano a un chilometro di lunghezza. Impressionanti anche i dati della Romagna, dove lungo i 51,6 chilometri tra Cattolica e Cervia, troviamo 906 stabilimenti e meno del 9% di spiagge libere ridotte a poche decine di metri di strisce, spesso peraltro proprio nei tratti non balneabili. Sulla costa che unisce Marche e Abruzzo, tra Grottammare e Francavilla al Mare, si contano un totale di 678 stabilimenti su 80 km di costa. È vero che 25 km sono liberi, ma sono sopravvissuti solo grazie alle Riserve Naturali “Sentina” e “Borsacchio”. A Roma troviamo il record negativo nel Lazio per continuità di litorale senza spiaggia libera, con un muro a Ostia che impedisce per circa 3,5 chilometri di vedere il mare e di fruirne gratuitamente.

La situazioni sono tra loro diverse ma c’è un tratto comune: i processi descritti vanno avanti senza che lo Stato si faccia carico di garantire la legalità e l’accesso al mare laddove i territori non fanno il loro mestiere.

Per accedere al rapporto completo: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/07/Rapporto-Spiagge-2021.pdf

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