Lo stipendio di Tridico. Lettera aperta di 40 economisti

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I sottoscrittori di questa lettera aperta, economisti, docenti di università e intellettuali, ritengono che l’indignazione che si è scatenata sulla retribuzione fissata dal precedente Governo e venuta oggi a maturazione per il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, sia pretestuosa e ipocrita, e dunque non solo ingiustificata ma illegittima.

Perché si vuole ripetutamente attaccare personalmente il Presidente dell’INPS e non per esempio Franco Bettoni, il presidente dell’INAIL a cui con il medesimo provvedimento deliberato dal precedente governo è stato attribuito un trattamento retributivo identico? Perché proprio il professore Pasquale Tridico e non tutti gli altri dirigenti pubblici che con responsabilità anche minori godono di stipendi anche ben superiori?

Noi crediamo che Tridico sia sotto accusa perché reo di avere ispirato e attuato due provvedimenti – quelli sul Reddito di cittadinanza e del decreto Dignità – particolarmente invisi a Confindustria e al ceto politico d’opposizione: lo stesso ceto politico che magari grida demagogicamente contro i “poteri forti” e contro l’“Europa dei banchieri”, ma si allinea prontamente agli stessi poteri forti quando si tratta di attaccare i ceti popolari e gli interessi della parte debole del Paese.

Tridico, come presidente dell’INPS, ha infatti solo la “colpa” di avere attuato due provvedimenti che certamente hanno aiutato il lavoro e la parte più svantaggiata del nostro Paese: quello sul “Reddito di cittadinanza” e il “decreto Dignità”, timido passo in avanti per contrastare la deriva della precarizzazione del lavoro in atto da oltre venti anni.

Poco importa che un reddito di sostegno contro la povertà esista in tutti i paesi europei (e che sia stato addirittura raccomandato dalla Commissione dell’Unione Europea). Poco importa che, nonostante tutti i limiti, il decreto Dignità abbia funzionato favorendo le assunzioni a tempo indeterminato rispetto a quelle a termine. Poco importa che l’iter del provvedimento sulla retribuzione di Tridico sia stato deliberato dal governo precedente (guidato anche da Matteo Salvini) nel gennaio 2019. Poco importa se allora la retribuzione percepita dal predecessore (Tito Boeri) venne quasi dimezzata per Tridico, portandola a 61 mila euro lordi in modo da liberare 40 mila euro a favore di un vicepresidente richiesto dalla Lega.

Secondo i poteri forti Tridico deve essere messo alla gogna! Ma il presidente dell’INPS non decide il suo stipendio e non ha nessuna colpa, se non quella – almeno agli occhi del presidente della Confindustria Carlo Bonomi, di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che lo hanno attaccato personalmente (esponendolo tra l’altro a intollerabili ingiurie e minacce) – di avere attuato convintamente, come suo dovere, i provvedimenti decisi dal governo. Forse l’unica vera colpa di Tridico è quella di aver denunciato (molto giustamente) che alcuni imprenditori hanno indebitamente approfittato dei nuovi provvedimenti governativi sulla Cassa integrazione.

L’attacco a Tridico solleva però un problema. Retribuzioni elevate sono opportune e compatibili in un periodo in cui tutto il Paese vive una crisi drammatica e tante persone stanno perdendo il lavoro o stanno per perderlo? Secondo noi no. È però sbagliato parlare solo di Tridico guardandosi bene dall’affrontare il problema generale. Perché non ci sono solo Tridico e l’area della pubblica amministrazione. Bisognerebbe semmai discutere se stipendi pubblici elevati siano coerenti e opportuni in questa fase economica; e ci sono anche i guadagni del settore privato, che arrivano a livelli sideralmente più alti quando si parla di top manager.

Si dirà: ma quelli non li paga lo Stato. Vero, ma poiché in questo momento di crisi pandemica le imprese sono fruitrici di provvedimenti in loro aiuto, non dovrebbero essere lasciate libere di distogliere a proprio piacimento i loro ricavi in favore di retribuzioni abnormemente elevate del top management. Peraltro, tra i compiti importanti del governo c’è anche quello di contrastare le diseguaglianze e le divisioni sociali, e lo strumento principale per farlo è ovviamente la tassazione. Se davvero ritiene eccessiva una retribuzione annua di 150 mila euro lordi per chi guida l’organizzazione più complessa del Paese, chi attacca il professor Tridico proponga piuttosto un inasprimento fiscale per tutti gli stipendi e gli emolumenti, pubblici e privati, al di sopra della soglia che ritiene più consona al grave periodo che il Paese sta vivendo.

Nicola Acocella, Università di Roma “La Sapienza”
Giuseppe Amari, Fondazione Giacomo Matteotti, Roma
Annaflavia Bianchi, economista
Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale
Paolo Borioni, Università di Roma “La Sapienza”
Rosaria Rita Canale, Università di Napoli “Parthenope”
Sergio Cesaratto, Università di Siena
Roberto Ciccone, Università Roma Tre
Carlo Clericetti, giornalista
Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa
Sebastiano Fadda, Università Roma Tre
Enrico Grazzini, giornalista economico e saggista
Dario Guarascio, Università di Roma “La Sapienza”
Riccardo Leoni, Università di Bergamo
Enrico Sergio Levrero, Università Roma Tre
Stefano Lucarelli, Università di Bergamo
Ugo Marani, Università di Napoli “L’Orientale”
Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara
Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale
Antonella Palumbo, Università Roma Tre
Paolo Piacentini, Università di Roma “La Sapienza”
Paolo Pini, Università di Ferrara
Fabio Ravagnani, Università di Roma “La Sapienza”
 Riccardo Realfonzo, Università del Sannio
Roberto Schiattarella, Università di Camerino
Antonella Stirati, Università Roma Tre
Mario Tiberi, già Università di Roma “La Sapienza”
Attilio Trezzini, Università Roma Tre
Leonello Tronti, Università Roma Tre
Andrea Ventura, Università di Firenze
Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale
Fabrizio Antenucci (Università Roma Tre)
Giacomo Cucignatto (Università di Roma Tre)
Matteo Deleidi (Università di Napoli)
Stefano Di Bucchianico (Università di Siena)
Santiago J. Gahn (Università di Roma Tre)
Riccardo Pariboni (Università di Siena)
Walter Paternesi Meloni (Università di Roma Tre)
Davide Romaniello (Università Cattolica del Sacro Cuore)
Riccardo Zolea (Università di Roma Tre)

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