Libia: la cooperazione complice

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Il nostro Ministero degli esteri finanzia, con oltre 6 milioni di euro, interventi di ONG, coordinati dalla Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo (AICS), finalizzati a “migliorare” le condizioni sanitarie, nutrizionali e igieniche di centri di detenzione libici, cioè di un sistema che – secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo (OHCHR) – «è troppo compromesso per essere aggiustato» e deve, semplicemente, essere chiuso. Gli interventi si inseriscono nel contesto di un ampio progetto di “esternalizzazione” delle frontiere e del diritto di asilo. Infatti, l’operatività dei centri libici di detenzione per migranti è strettamente connessa alla rinnovata capacità operativa della Guardia Costiera Libica (GCL), la cui istituzione è stata fortemente voluta e facilitata proprio dai paesi europei e in primis dall’Italia, che alla GCL ha fornito e tutt’ora fornisce un decisivo appoggio economico, politico e operativo. 31 centri di detenzione infatti sono destinati a ospitare anche migranti intercettati in mare dalla GCL, successivamente fatti sbarcare in porti libici quali Tripoli e Khoms, per poi essere trasferiti appunto in centri gestiti, almeno nominalmente, dal Dipartimento per il Contrasto all’Immigrazione clandestina del Ministero dell’Interno libico (DCIM). Alcune delle persone detenute nei centri possono ambire all’inclusione in programmi quali il rimpatrio volontario dell’OIM o il resettlement dell’UNHCR ma per tutti gli altri migranti, la prospettiva è quella di una detenzione arbitraria di durata indefinita. La quasi totalità dei centri libici versa in condizioni definite “drammatiche” da una pluralità di osservatori internazionali e dagli stessi bandi dell’AICS, e sono notoriamente teatro di violenze e torture ad opera delle autorità che li gestiscono.

Gli interventi in questione – che hanno suscitato sin dall’inizio, a ottobre 2017, molto scalpore – sono oggetto di un dettagliato rapporto dell’Associazione studi giuridici immigrazione (ASGI).

Si parte da una descrizione dei centri in cui si svolgono gli interventi e delle ONG coinvolte, per proseguire con l’analisi dei bandi e della loro logica, evidenziando come le condizioni disumane dei centri, che i bandi dichiarano di voler migliorare, dipendano non da ragioni contingenti ma da precise scelte del Governo di Tripoli. Molte carenze all’interno dei centri sono di natura sistemica e necessitano di risposte durevoli nel tempo, mentre i bandi non prevedono alcun meccanismo di sostenibilità, né condizionano l’erogazione delle prestazioni ad alcuna richiesta di impegno da parte del Governo libico a migliorarne la condizione. Gli interventi sono quindi attuati a beneficio del sistema di detenzione libico tale e quale esso è, e per un arco temporale limitato; essi sono pertanto destinati a non incidere in modo significativo sulle condizioni di detenzione, che restano inumane. Il rapporto esamina, poi, le attività attuate dalle ONG italiane aggiudicatarie in tre centri sito nei pressi di Tripoli e in quelli di Al-Khoms/Souq al Khamis e di Al-Judeida/Sabaa, rilevando come si tratta di attività che hanno contribuito al mantenimento di detenuti nella disponibilità di soggetti notoriamente coinvolti in gravi violazioni di diritti fondamentali, con contributo causalmente rilevante alla commissione dei connessi reati. Infine si rileva come la precaria situazione di sicurezza in Libia, l’assenza di personale italiano in loco, il fatto che i centri siano in gran parte gestiti da milizie e la mancanza di un effettivo controllo del Governo locale impediscano verifiche attendibili sulla destinazione dei beni acquistati dalle ONG con denaro pubblico.

Il rapporto si conclude con alcune considerazioni in merito al rapporto tra l’intervento previsto dai bandi e le più ampie politiche di esternalizzazione messe in atto dal Governo italiano, sottolineando come gli interventi delle ONG costituiscano uno dei tasselli dell’articolato e multiforme sostegno prestato dal Governo italiano alla Libia al fine di contenere i flussi migratori in uscita dal paese, sistema di cui i centri di detenzione e rimpatrio costituiscono uno snodo cruciale.

Questo il link per accedere al testo integrale del rapporto:

https://sciabacaoruka.asgi.it/wp-content/uploads/2020/07/Profili-critici-delle-attivita%CC%80-delle-ONG-italiane-nei-centri-di-detenzione-in-Libia-con-fondi-AICS-1.pdf

ASGI

L’ASGI (Associazione studi giuridici immigrazione) è un’associazione costituita nel 1990 per promuovere l’informazione, la ricerca e la formazione sul diritto dell’immigrazione, l’asilo, la discriminazione e la cittadinanza.

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