La repressione del popolo curdo. Una lettera aperta

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di Ahmet Türk, Selçuk Mızraklı e Bedia Özgökçe Ertan

Care colleghe, cari colleghi,

Vi scriviamo in qualità di co-sindaci eletti, rispettivamente nelle tre municipalità metropolitane di Mardin, Diyarbakır e Van. Queste tre maggiori province curde in Turchia, che ospitano un totale di 3,8 milioni di cittadine e cittadini, sono tra le roccaforti politiche e elettorali del nostro partito, il Partito Democratico dei Popoli (HDP). Nelle elezioni municipali del 31 marzo 2019, abbiamo vinto la carica di sindaco con margini elevati; 56.24% a Mardin, 62.93% a Diyarbakır, e 53.83% a Van. Il 19 agosto 2019 siamo stati rimossi dai nostri incarichi, sostituiti da fiduciari nominati dal governo e abbiamo visto sciogliere i nostri consigli municipali in base a una decisione arbitraria del Ministero degli Interni che viola sia la Costituzione turca sia la Carta Europea delle Autonomie Locali di cui la Turchia è firmataria.

Riconosciamo questa decisione come un golpe governativo – l’ultimo di una serie di attacchi del regime Erdogan in anni recenti contro la democrazia pluralista, contro la volontà democratica curda in particolare. In seguito al fallito golpe del 15 luglio 2016, che Erdogan ha utilizzato per consolidare il suo governo autoritario dichiarando uno stato di emergenza della durata di due anni a livello nazionale, oltre cinquemila iscritti e amministratori del nostro partito sono stati arrestati, compresi i co-presidenti Figen Yüksekdağ e Selahattin Demirtaş, diversi deputati, circa cento sindaci e centinaia di amministratori locali. In questo processo, circa cento sindaci eletti nelle province curde sono stati rimossi dai loro incarichi e sostituiti da burocrati nominati dal governo centrale – i cosiddetti fiduciari.

Il governo dei fiduciari nelle municipalità curde, durato per circa due anni e mezzo dal 2016 al 2018 non solo ha gravemente eluso la democrazia locale, ma anche devastato le infrastrutture municipali con appropriazioni indebite, corruzione, clientelismo e abusi d’ufficio. Quindi, reclamare le municipalità espropriate nelle elezioni del 31 marzo 2019 è servito come piattaforma per protestare e chiedere conto del pignoramento autocratico e corrotto del regime della volontà elettorale curda e della democrazia locale. Dalle elezioni abbiamo impegnato la maggior parte del nostro impegno per riportare le nostre municipalità in uno stato funzionante, pagando debiti, reperendo crediti e ripristinando servizi essenziali, compreso il pagamento dei salari dei lavoratori. Nella sua dichiarazione scritta che ordinava la nostra destituzione e sostituzione con fiduciari governativi, il Ministro degli Interni sostiene che abbiamo “collegamenti con il terrorismo”. È stato ampiamente notato da osservatori per i diritti umani a livello locale e internazionale come il regime Erdogan usi la legislazione eccessivamente ampia e vaga in materia di “anti-terrorismo”, per mettere a tacere e reprimere ogni forma di dissenso interno. Ogni giornalista critico, intellettuale, difensore dei diritti umani o politico di opposizione nella Turchia di oggi è esposto al rischio e alla minaccia di essere preso di mira con accuse di “terrorismo”. Questa minaccia è ancora più immediata e complessiva per coloro che criticano la politica sui curdi negazionista e militarista recentemente risuscitata dal governo. Un rapporto ONU del 2017 per esempio, concludeva che la rimozione dei nostri predecessori nei governi locali curdi corrispondeva a una «sostituzione in blocco di funzionari eletti di origine curda in tutto il sudest della Turchia… con “fiduciari” [nominati dal governo centrale]». Più di recente, la Corte Europea dei Diritti Umani ha deciso che la detenzione illegittima del nostro ex co-presidente, Selahattin Demirtaş, «perseguiva lo scopo ulteriore predominante di soffocare il pluralismo e limitare la libertà del dibattito politico, che è il cuore del concetto stesso di società democratica».

In questo contesto più ampio, ciascuno di noi tre è sottoposto a indagini e procedimenti legali che incriminano il nostro mandato politico e le nostre azioni come ex legislatori HDP, e il signor Türk anche come sindaco di Mardin nel precedente mandato, ai sensi della legislazione “anti-terrorismo” esistente. Considerato il contesto politico, c’è ben poco di sorprendente in questi ingiuriosi procedimenti, fatta eccezione forse per il fatto che finora in nessuno di questi procedimenti ci sia stata una sentenza. La condanna da parte del Ministro degli Interni in casi in attesa di giudizio implica la confessione del fermo controllo del governo sulla giustizia. È un palese dato di fatto che in Turchia non abbiamo una separazione dei poteri e una giustizia indipendente. Di fatto il governo ha dichiarato la sua volontà di rimuoverci dagli incarichi perfino prima che fossimo eletti. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 31 marzo, il presidente Erdoğan ha ripetutamente affermato che se candidati HDP avessero vinto le elezioni, sarebbero stati rimpiazzato da fiduciari. Di recente abbiamo appreso che i governatori nominati a livello centrale di Mardin e Diyarbakır non hanno perso tempo nel dare seguito alle minacce del signor presidente. Hanno ufficialmente chiesto al Ministero degli Interni il 1 aprile 2019, un giorno dopo le elezioni e prima che i risultati elettorali fossero ratificati, la nostra deposizione.

Care colleghe, cari colleghi,

Come sapete, il diritto di voto e il diritto a incarichi pubblici fanno parte dei pilastri della democrazia. Coloro che sono stati eletti dalla popolazione possono essere deposti solo dalla popolazione stessa. L’elettorato curdo nella Turchia di Erdogan di fatto è stato privato del diritto di voto dalla ripetuta liquidazione e punizione della sua volontà popolare e dei suoi rappresentanti. Mentre Vi scriviamo questa lettera, il governo sta allargando a Diyarbakır, Van e Mardin la sua azione repressiva sul popolo curdo che protesta contro l’esproprio della sua volontà democratica. Nel corso della passata settimana centinaia di manifestanti sono stati arrestati nelle nostre città e dozzine sono stati feriti e ricoverati in ospedale, compresi diversi dei nostri deputati e amministratori locali.

Noi, insieme a tutti i popoli della Turchia, abbiamo lottato per la democrazia, la giustizia e il governo della legge per decenni. Abbiamo perso molte brave persone in questa lotta, abbiamo visto altre decine di migliaia di persone incarcerate, torturate, sfregiate a vita. Migliaia di iscritti e dirigenti del nostro partito sono ancora tenuti in condizioni di detenzione arbitraria solo per le loro convinzioni e idee politiche.

Come sindaci eletti dalla popolazione di Diyarbakır, Van e Mardin, restiamo impegnati nella nostra lotta contro la tirannia fino a quando nel nostro Paese regneranno il governo della legge e la democrazia. Nella scorsa settimana, la nostra rimozione dall’incarico è stata fortemente criticata da un’ampia gamma di attori da tutta la Turchia, compresi i sindaci delle municipalità metropolitane di İzmir e İstanbul, dal precedente Primo Ministro della Turchia, da rappresentanti di partiti di opposizione, da oltre trenta associazioni professionali, da numerose associazioni civili democratiche, ordini professionali, centinaia di intellettuali e organizzazioni internazionali. Noi apprezziamo questi inestimabili atti di solidarietà.

Ci sentiamo rafforzati quando sentiamo voci solidali che provengono da fuori dei confini. Svolgendo la nostra dignitosa lotta contro la tirannia, saremmo molto obbligati se dovessimo ricevere il Vostro sostegno solidale attraverso iniziative come l’organizzazione dell’opinione pubblica nel vostro Paese, mettere il governo turco sotto pressione democratica, costruire reti di solidarietà o visitare le nostre province di elezione. Vi promettiamo che per quanto siano disperate le circostanze oggi nel nostro Paese, noi vinceremo la lotta per la democrazia, la giustizia e la pace.

In solidarietà
28 agosto 2019

Ahmet Türk, co-Sindaco di Mardin

Selçuk Mızraklı, co-Sindaco di Diyarbakir

Bedia Özgökçe Ertan, co-Sindaco di Van

Per contatti international@hdp.org.tr

La traduzione è a cura di UIKI – Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia

One Comment on “La repressione del popolo curdo. Una lettera aperta”

  1. L’onu dovrebbe isolare la Turchia. E’ chiaro che ci sarà sempre una grande potenza pronta ad accoglierla a braccia aperte ma i popoli onesti,che sono la maggioranza, dovrebbeo unirsi e boicottarli;ma gli onesti non sono capaci di questo piccolo sforzo.

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