La repressione dei magistrati in Turchia

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In Turchia le politiche di annientamento del popolo kurdo e di ogni forma di opposizione si accompagnano all’abbattimento dell’apparenza stessa dello Stato di diritto e delle sue garanzie, a cominciare dall’esistenza di una magistratura indipendente. Dal tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, tutti i magistrati e avvocati democratici sono stati destituiti, arrestati, privati dei loro beni, sottoposti a processo senza alcuna garanzia di difesa. Yarsav, la libera associazione dei magistrati, è stata sciolta con un provvedimento amministrativo e il suo presidente, Murat Arslan è stato incarcerato e condannato, nel gennaio 2019, a dieci anni di reclusione. Insignito nel 2017, mentre era detenuto, del premio Vaclav Havel per i Diritti umani, Arslan ha risposto dicendo tra l’altro: «Vi sto parlando da una prigione in un Paese dove lo Stato di diritto è sospeso, che sta andando molto lontano dai valori democratici, dove sono messi in silenzio i dissidenti, i difensori dei diritti umani, i giornalisti, le persone che richiedono pace, le persone che gridano che i loro figli non dovrebbero essere etichettati come terroristi e imprigionati». Della situazione, drammatica e generalizzata, costituiscono impressionante testimonianza centinaia di lettere e messaggi di magistrati e loro congiunti che MEDEL – Magistrats européens pour la démocratie et les libertés (l’associazione europea dei magistrati democratici) ha raccolto in un dossier, diffuso in dodici lingue, che si pubblica di seguito.

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