Il caporalato uccide, l’indifferenza pure

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In 48 ore sono rimasti uccisi, in due incidenti stradali in Puglia, 16 braccianti provenienti da varie regioni dell’Africa, impegnati nella raccolta di pomodori in condizioni di estremo sfruttamento e precarietà (v. Rovelli, Invisibili e necessari). Vittime dei caporali e dei loro mandanti (v. Leogrande, Schiavi e caporali), collocati in molte imprese locali e nella Grande distribuzione, non solo italiana (che impone per i pomodori raccolti prezzi al di sotto di ogni sostenibilità economica). Vittime ampiamente prevedibili e previste, ché gli incidenti stradali non sono una “tragica fatalità” – come ancora si sente dire – ma l’esito di un sistema che prevede, oltre allo sfruttamento lavorativo, il trasporto dei braccianti ammucchiati l’uno sull’altro (come se fossero cose) a bordo di furgoni scassati, spesso non assicurati e guidati da conducenti anch’essi sfruttati (seppur in modo meno brutale).

Le parole di circostanza delle autorità centrali e locali e le promesse di combattere il caporalato sono un dejà vu privo di ogni credibilità: perché tutti sanno (e sapevano) e perché si evita accuratamente di mettere sotto accusa gli anelli principali (politici, economici e amministrativi) della filiera che produce sfruttamento e morte.

Si colloca in questo contesto, insieme alle manifestazioni di Foggia dell’8 agosto, un appello alla mobilitazione dal basso lanciato da Bruno Giordano e Marco Omizzolo che proponiamo di seguito. È una goccia nel mare ma, come a volte accade, può produrre ulteriori idee, iniziative, mobilitazione.

Ancora una strage di lavoratori, schiacciati non solo da lamiere accartocciate sulle strade italiane dopo aver raccolto pomodori per due euro l’ora ma dallo sfruttamento da parte di padroni, padrini e sfruttatori vari. Sono lavoratori uccisi dal bisogno, dalla disperazione, da un lavoro lasciato troppo spesso nelle mani del mercato criminale e dall’indifferenza. Ma anche dalle lacrime di coccodrillo di chi dopo ogni strage invoca controlli e (contro)riforme salvo riprecipitare nell’oblio dopo pochi giorni, per poi riparlarne alla strage successiva, dimenticando che nel nostro Paese vi è un morto sul lavoro ogni otto ore e duemila infortunati al giorno: quindi ogni giorno è strage. E ogni giorno aumenta la responsabilità di chi non vede, non sente, ma parla quando si contano i morti. Solo nell’agricoltura sono 430 mila i lavoratori e le lavoratrici sfruttati, di cui 130 mila in condizioni paraschiavistiche. E poi c’è l’edilizia, i trasporti, i servizi etc.

 

Per questo non facciamo appello alle Istituzioni le quali conoscono i loro doveri e se non li adempiono ne risponderanno davanti a chi democraticamente li giudica e controlla. Vogliamo invece rivolgerci a uomini e donne di buona volontà che non vogliono chiudere gli occhi davanti a un prodotto sottocosto sul banco di un supermercato, dietro il quale c’è una filiera che inizia con il sangue di disperati, migranti e italiani. Chi produce, vende, compra, usa un tale prodotto è l’altro capo dello sfruttamento. E non può più rimanere indifferente.

 

Facciamo appello ad associazioni, sindacati, persone e organizzazioni che ogni giorno vivono e combattono la violazione di diritti umani, le mafie, il caporalato, la tratta e ne sopportano il peso, vedendo calare ogni anno l’indice di dignità e legalità, dunque di democrazia del Paese.

 

Non ci stancheremo di ripetere che lo sfruttamento del lavoro, il controllo del territorio e l’umiliazione della persona sono il terreno in cui nascono e crescono le mafie. Così come contro le mafie, non basta chiedere che tutte le istituzioni facciano la loro parte, ma è necessario che ciascuno di noi apra gli occhi e combatta collettivamente perché i diritti non vengano dopo i prezzi, le persone dopo i prodotti, gli interessi economici criminali e illegali prima del lavoro legale.

 

A questo appello, con idee e fatti, si può aderire scrivendo a ilcaporalatouccide@gmail.com

 

Bruno Giordano (magistrato), Marco Omizzolo (sociologo)

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