Il silenzio dell’amianto

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Oggi giorno, affermare che la criminalità d’impresa è insita nella natura stessa del sistema capitalistico poiché essa è frutto in ultima istanza della contraddizione tra il possesso privato dei mezzi di produzione e la loro finalità sociale, pare quasi un’enormità. Eppure, a leggere i dati che Alberto Gaino, con rigore e con passione civile, ha raccolto nel suo libro, Il silenzio dell’amianto (Rosenberg&Sellier, 2021), la tesi pare sensata. Sono dati, infatti, che rivelano come le scelte di politica imprenditoriale di Stephan Schmidheiny, per un decennio (1976-1986) dominus incontrastato dell’industria amiantifera Eternit, abbiano sistematicamente e consapevolmente anteposto il profitto alla salute dei dipendenti e alla tutela dell’ambiente. I dati epidemiologici non hanno bisogno di commenti. A fronte di una mortalità mondiale annuale stimata attorno alle 255.000 vittime a causa dell’esposizione alla sostanza, in Italia, «l’eredità dell’amianto vale […] 4000 vittime all’anno fra chi muore di mesoteliomi maligni, di asbestosi e tumori polmonari. […]. Si stima che dal 1992 (l’anno in cui sono state messe al bando l’estrazione dell’amianto, la produzione di manufatti contenenti il minerale e la loro commercializzazione) al 2092, le vittime della polvere cinerina o bianca, secondo le definizioni correnti, saranno più di 100.000» (Gaino, p. 69). Morti che a lungo sarebbero stati visti come una fatalità se non fosse stato per la battaglia condotta prima individualmente da coraggiosi lavoratori e poi, progressivamente, da un vero e proprio movimento civile, con al centro l’associazione delle vittime dell’amianto nel luogo simbolo di questa lotta: la cittadina di Casale Monferrato.

Schmidheiny è stato una mente criminale eccellente. Leggiamo questo estratto dal testo di Gaino: siamo nel 1976 e «Schimdheiny, che ha da poco acquistato la quota di maggioranza della multinazionale, ha convocato i 30 super manager a capo degli stabilimenti Eternit sparsi nel mondo. L’incontro è riservato. […] Conta il senso dei due interventi del patron all’inizio e alla fine del meeting. Interventi per dire, prima, che l’amianto fa molto male, può provocare il cancro e, dopo, per dire che lui ha provato ad abbandonarlo sostituendo l’impiego con altri materiali per mantenere alto il livello di produzione Eternit. Ne ha parlato con gli altri produttori e si è sentito dire di no: le alternative non sono convincenti. Infine il patron impartisce l’ordine […]: si deve continuare con l’amianto e ai lavoratori si deve dire che l’amianto non fa male se si prendono precauzioni: le mascherine sulla bocca e non fumare. Il fumo della sigaretta è la vera causa del cancro per cui si muore ovunque […]. Questa è la vera strategia di prevenzione. Anzi un mantra. Seguiranno istruzioni» (Ivi, pp. 30-31). E infatti la cosa non finisce lì. Viene messo a disposizione dei manager un manuale, l’Auls 76, che «contiene minuziose indicazioni per eventuali scenari che si affacciassero: contestazioni sindacali, pressioni di comunità locali, avvocati e gruppi di ambientalisti». «Ci rendiamo conto» – si legge sempre nel Manuale – «che il rischio potenziale per la salute viene usato da molti come motivo base per poter screditare l’amianto in maniera decisamente esagerata, non fattiva e particolarmente prevenuta» (ivi).

Attenzione però a vedere soltanto l’albero, Schmidheiny, e non il bosco, vale a dire la variegata schiera di personaggi della politica, della burocrazia, della scienza e del diritto che, in vario modo, ha contribuito a rendere possibili quelle scelte. Ché, se a Balangero si è continuato a estrarre impunemente l’amianto per decenni, se a Casale Monferrato è stato possibile lavorarlo con altrettanto disinvoltura e distribuire ovunque nell’ambiente il “polverino”, cioè il più pericoloso degli scarti di lavorazione, ciò non è soltanto merito di Stephan Schmidheiny. Sul banco degli imputati non dovrebbe sedere soltanto lui. Dovrebbero trovare posto nel ruolo di comprimari tutti coloro che, a vario titolo, hanno tollerato o favorito la sua attività criminale. Sono i consulenti scientifici (preferibilmente docenti universitari), i consulenti di pubbliche relazioni, le spie, i giudici, i direttori generali, i ministri e infine, anche se soltanto tangenzialmente, i Presidenti del Consiglio, ognuno disposto, nell’ambito del proprio ruolo, a dargli una mano. Quando si dice solidarietà di classe!

Ecco allora le “analisi rassicuranti” del responsabile del Servizio di igiene del lavoro aziendale. O le lapidarie affermazioni di uno dei consulenti tedeschi di Eternit, il professor Robock, secondo cui «i rischi di cancro si osservano soltanto in gruppi di lavoratori nel settore dell’isolamento [termico, NdR) e limitati ai fumatori. Il rischio è insignificante e non eccessivo per i lavoratori in altri rami dell’industria amiantifera» (ivi, p. 37). Naturalmente, con il trascorre del tempo e a seguito dei vari processi, diventa più difficile negare la pericolosità dell’amianto. A quel punto il mandato all’esperto, il professore di turno, è di insistere sull’esigenza di fare « i necessari compromessi tra usi socialmente desiderabili di una sostanza e precauzioni socialmente sostenibili» (ivi, p. 119, corsivo mio). Ma come assicurarsi «l’uso socialmente desiderabile dell’amianto»? La ricetta è semplice: basta evitare con ogni mezzo che diventi visibile ciò che Stanley Cohen ha chiamato il triangolo dell’atrocità, vale a dire l’insieme composto dalla “vittima”, dall’“offensore” e dallo “spettatore” (Stati di negazione, Carocci, 2001, p. 14). Basta, in altre parole, far sparire la scena del crimine e i suoi attori. E la persona giusta è il consulente di pubbliche relazioni con studio a Milano. Ma non basta: «Per un milione di euro l’entourage dell’uomo d’affari svizzero teorizza come intervenire sulle direzioni di quotidiani, periodici e soprattutto per arginare giornalisti rompiscatole e non accomodanti e […] spiare chi più temeva in Italia: l’associazione dei familiari delle vittime dell’amianto » (ivi, p. 39, corsivo nel testo). Sì, perché di spionaggio si tratta. C’è infatti chi, di base a Casal Monferrato, per la somma di due milioni al mese, riferisce i passi che i familiari delle vittime intendono compiere. E la lista di “correi” potrebbe continuare. Un’altra mossa del miliardario svizzero è di ritardare la regolamentazione del minerale. Come risulta da un verbale di una riunione tenuta presso l’Assocemento nel novembre del 1978, regna molta preoccupazione in merito alla proposta di legge sull’amianto. È però rassicurante la notizia che «il dottor Annibaldi della Confindustria è intervenuto sull’Enpi (Ente nazionale protezione infortuni; NdR) per rallentare l’emissione di normative sui limiti» (Ivi, p. 30). Le esemplificazioni potrebbero continuare.

Oggi, con un Governo che, passo a passo, sta dando nuova vita alla mai cancellata impronta che il ventennio fascista ha lasciato nel nostro Paese, la consapevolezza dell’impunità dei colletti bianchi è più urgente che mai. Sappiamo che è un obiettivo difficile da raggiungere, in parte perché sepolto dalle coltre delle menzogne ufficiali, e in parte perché forte e apparentemente inamovibile è la presa sull’opinione pubblica dello stereotipo del criminale. La cultura dominante costruisce il delinquente per antonomasia come un umano la cui precipua caratteristica e colpa sono l’essere ai margini della società: ieri il sottoproletario, oggi più spesso il migrante. Nota bene: appellativo mai e poi mai presente nelle cronache delle gesta di politici come Craxi o di imprenditori come Berlusconi; né, tantomeno, di quelle dei vari amministratori delegati dell’Eternit. Per quanto riguarda questa multinazionale e, in particolare, il miliardario svizzero, è forse, ma da poco, giunto il momento della resa dei conti. «Il giudice dell’udienza preliminare Fabio Filice del Tribunale di Vercelli ha rinviato a giudizio il 24 gennaio 2020 per il reato di omicidio volontario plurimo l’ultimo esponente della famiglia che ha lungo controllato e diretto l’Eternit». Conti peraltro provvisori perché lo stillicidio di morti che ha accompagnato per anni l’estrazione e la lavorazione dell’amianto e dei suoi derivati da parte dell’Eternit e del suo gruppo è lungi dall’essere concluso.

Nel frattempo però la cittadina attraverso le sue associazioni, dal patronato Inca Cgil all’Afea che rappresenta tutte le vittime dell’amianto, al contributo della ricerca epidemiologica universitaria condotta da Benedetto Terracini e dai suoi allievi, continua a non demordere a riprova che «ci sono quei periodi della storia che incominciano in maniera impercettibile, quando qualche momento impersonale come per magia consente a molti momenti personali di coincidere, quando un’intera società “viene fuori” e riconosce la verità» (Cohen, cit., p. 258). È quanto è successo a Casale Monferrato. La speranza è che possa succedere un po’ ovunque nel nostro Paese e le “occasioni”, purtroppo, non mancano.

Gli autori

Amedeo Cottino

Amedeo Cottino è stato professore di Sociologia presso le Università di Umeaa (Svezia) e di Torino. Si è occupato di diritto internazionale umanitario in qualità di esperto della Croce Rossa Internazionale. Ha scritto sul lavoro nero nell'edilizia e sulla criminalità dei colletti bianchi. Studia, tra l’altro, i temi dell'uguaglianza di fronte alla legge e della responsabilità individuale di fronte alla violenza.

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