Il rifiuto del lavoro tra “miserie del presente e ricchezza del possibile”

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Dal 2019 ad oggi sono circa un milione le persone che in Italia hanno deciso di lasciare il proprio lavoro, mentre negli USA è stata registrata la cifra più alta dal 2000 (25 milioni negli ultimi sei mesi dello scorso anno). Secondo quanto riportato dall’Ansa, il 49% degli under 34 italiani si è dimesso almeno una volta per preservare la propria salute psicologica. L’AIDP ha pubblicato i dati secondo cui le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia toccano il 60% delle aziende; i settori principali in cui si annidano i dimissionari sono quello Informatico e Digitale (32%), Produzione (28%), Marketing e Commerciale (27%). A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto le persone nella fascia d’età compresa fra i 26 e i 35 anni, che costituisce il 70% del campione analizzato; perlopiù impiegati in aziende del Nord Italia. Questa tendenza viene ricondotta a tre fattori principali: la ripresa del mercato, la ricerca di condizioni economiche più soddisfacenti e la speranza di trovare altrove un miglior equilibrio fra vita privata e lavoro.

La nuova ondata di grandi dimissioni sembra ricondurre a una presa di coscienza collettiva che metta in discussione il lavoro come fine in sé. Da questo punto di vista, la pandemia ha forse catalizzato un processo già latente negli anni poiché ha reso necessaria una distinzione tra lavori essenziali e non. Sotto questa luce, la sospensione di molti settori produttivi, accompagnata dallo sdoganamento dello smart working, dal dispiegamento di meccanismi di sostegno al reddito più generosi che in passato e di tutela del valore-lavoro senza precedenti, contiene in nuce elementi pregni di potenziali sviluppi nell’ottica di un diritto del lavoro sostenibile che sia in grado di smarcarsi dal paradigma produttivista, per anelare alla valorizzazione delle attività – anche fuori mercato – che abbiano un impatto positivo nei confronti della società e dell’ambiente in luogo della promozione di attività inutili, se non addirittura nocive e degradanti. Si deve all’antropologo David Graeber la categorizzazione dei cosiddetti bullshit jobs, definibili come «occupazioni retribuite talmente inutili, superflue o dannose che neanche chi le svolge può giustificarne l’esistenza, sebbene si senta obbligato a simulare che non sia così». Per contro, certe attività possono considerarsi di evidente utilità sociale, sebbene non si svolgano nel quadro del mercato del lavoro per varie ragioni: possono non trovare un acquirente, essere confinate nella sfera domestica o chi le presta preferisce non essere pagato nell’ambito del volontariato. Di questi “lavori ombra” i nostri convenzionali indicatori di ricchezza non tengono conto.

Superata la contingenza pandemica, a giudicare dal recente dibattito italiano pare che il lavoro sia tornato ad essere inquadrato nella sua veste costrittiva di dovere sociale e la povertà come una colpa da espiare attraverso il lavoro, benché crescano i tassi di lavoratori poveri e a bassi salari. Il lavoro, infatti, non solo non è sufficiente di per sé ad escludere il rischio di povertà ma di esso diviene concausa. Nel momento in cui l’ideologia del lavoro come strumento di realizzazione personale non riesce più a essere persuasiva, perché sentire questa come una dolorosa perdita di valori, come un sintomo pericoloso di imbarbarimento, e non invece come la sollecitazione a un approccio laico e schietto?

Andando a ritroso nel tempo emerge che, nelle società premoderne, il lavoro finalizzato alla mera sussistenza non rappresentava un fattore di inclusione sociale, bensì un elemento servile, un principio di esclusione dalla cittadinanza: i lavoratori – asserviti alla necessità – non erano nelle condizioni di potersi dedicare agli affari pubblici. Fu la religione cristiana a promuovere il nucleo fondante dell’etica del lavoro, con la celebre maledizione biblica secondo cui «chi non lavora non mangia», poi estremizzata dalla morale calvinista e avallata dai padri dell’economia moderna. Non sembra un caso se nella maggior parte delle lingue occidentali i termini con cui viene indicato il lavoro possiedono, al di là di specifiche sfumature semantiche, l’elemento della fatica quale comune denominatore: il francese travail, come lo spagnolo trabajo e il portoghese trabalho, derivano dal tripalium, antico strumento di tortura consistente in una macchina a tre pali, assumendo come principale connotazione quella dello sforzo e della fatica. L’italiano lavoro, al pari dell’inglese labour, deriva dal latino labor che evoca il senso della fatica e della pena, mentre il tedesco arbeit – originariamente legato al lavoro nei campi eseguito da servi – rimanda a una relazione di potere o dipendenza forzata.

Tornando all’oggi, nel contesto di una società capitalistica secondo il sociologo Peter Frase il lavoro può avere essenzialmente tre declinazioni: «il modo in cui guadagniamo i soldi che ci servono per sopravvivere», «un’attività necessaria per proseguire l’esistenza della nostra società», oppure «un’attività che troviamo gratificante in sé e per sé, perché dà uno scopo e un significato alla nostra vita». Stante questa classificazione, la categoria dell’attività gratificante sembra poco rappresentativa: si pensi, ad esempio, che in Europa, secondo le stime di Gallup, i lavoratori soddisfatti della propria occupazione sono il 10% e in Italia il 5%. Non è facile inquadrare il fenomeno nella sua eterogeneità: spesso si tratta anche di persone che non hanno un piano B, lavoratori altamente qualificati/e nel pieno della propria vita lavorativa che corrono il rischio di trascorrere un periodo di disoccupazione, perché le condizioni in cui sono intrappolati non sono sostenibili o addirittura non più convenienti. Come ha osservato la sociologa Francesca Coin, per certi versi il rifiuto del lavoro è «una cartina di tornasole della resistenza allo sfruttamento che caratterizza il lavoro», e non sembra un caso che il fenomeno delle grandi dimissioni sia cresciuto parallelamente ad una nuova ondata di scioperi. Alcuni siti e blog riportano testimonianze che offrono un quadro pregnante, per quanto eterogeneo, del big quit: «Odiavo dover chiedere a qualcuno il permesso di andare in vacanza e odiavo che decidessero altri quando dovessi avere fame o potessi andare in bagno. Odiavo farmi il culo e prendere schiaffi per fare arricchire persone orrende. […] Volevo che avesse un senso quello che facevo e mi faceva impazzire non trovarlo. Poi a un certo punto ho detto basta. Mi sono chiesta: “Hai intenzione di rimanere depressa per il resto della vita?”». Negli Stati Uniti, il fenomeno di massa ha avuto una connotazione più radicalmente antilavoristica, di cui è testimonianza lo specifico canale Reddit.

Pare opportuno rammentare l’art. 4 comma 2 della nostra Costituzione, secondo cui il lavoro è definibile come «un’attività o una funzione» che, «secondo le proprie possibilità e la propria scelta», «concorra al progresso materiale o spirituale della società». In altri termini, l’attività o la funzione esercitata può essere orientata al progresso spirituale della società, in alternativa a quello materiale, e – secondo l’interpretazione del giuslavorista Federico Mancini – ricomprendere un «tutto laico diritto all’otium in radicale rottura con forme di lavoro convenzionalmente produttivo».

In questo contesto, la risignificazione del lavoro potrebbe essere inquadrata nella più ampia cornice della transizione ecologica, superando la crescente tensione tra diritto e dovere di lavorare e valorizzando qualsiasi attività socialmente apprezzata indipendentemente dal fatto che contribuisca o meno alla crescita economica. Si può cioè immaginare che la produzione si orienti verso bisogni realmente essenziali e non indotti, ipotizzando un rovesciamento del meccanismo di condizionalità che possa incidere “a monte” nei confronti delle imprese, condizionando gli incentivi e sgravi fiscali sulla base della sostenibilità sociale, ambientale e di genere. Vale la pena evocare, in proposito, le lucide parole di Bruno Trentin con l’accento posto «sull’esigenza di partire da una modifica del lavoro per giungere a uno sviluppo qualitativamente diverso, più compatibile con l’ambiente», riconciliando «la persona che lavora e che cerca maggiori spazi di libertà nel lavoro con le tematiche ambientaliste, con le questioni della salute, sia della specie umana che del pianeta». Se – concludeva Trentin – questi ambiti, profondamente interconnessi, continuassero a restare separati, talora contrapposti, sarebbero entrambi destinati alla sconfitta. Una relazione del think thank britannico Autonomy presenta il tema sotto questa veste: «Piuttosto che discutere di come massimizzare le nostre performance economiche (troppo spesso un messaggio in codice per costringere la maggioranza della popolazione a lavorare di più a vantaggio dei detentori del capitale), la crisi climatica ci ha costretti a cambiare discorso e a porci una domanda: considerando gli attuali livelli di emissioni carbonio e di produttività delle nostre economie, quanto lavoro possiamo ancora permetterci?».

Sul finire dello scorso millennio André Gorz e Dominique Meda esortavano a disincantare il lavoro, evocando provocatoriamente un esodo dalla società del lavoro «per ritrovare il gusto e la possibilità del lavoro “autentico”», rompendo quel sortilegio attraverso il quale il lavoro «esercita su di noi un fascino di cui oggi siamo prigionieri». Cogliendo questi spunti, si può inquadrare il diritto al lavoro ex art. 4 Costituzione anzitutto come diritto di libertà: un lavoro la cui scelta non può essere imposta dall’esterno, evitando così che la vita venga assorbita nel lavoro e questo, a sua volta, nell’economia.

Nota: L’espressione “Miserie del presente, ricchezza del possibile” del titolo è ripresa dal titolo di un saggio di André Gorz del 1997

Gli autori

Giovanni Modica Scala

Giovanni Modica Scala è dottore di ricerca in Diritto del lavoro nell’Università di Bologna. È anche tra i fondatori di "Modicaltra" e attivista di "UP- Su la testa".

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