Sorpresa: negli Usa i lavoratori si ribellano!

Volerelaluna.it

16/12/2021 di:

Qualcosa di straordinario sta accadendo nel mondo del lavoro statunitense. Nel momento in cui, con l’uscita dal lockdown pandemico, l’attesa generalizzata era per un nuovo esercito di riserva di lavoratori ‒ pronti ad accettare condizioni di lavoro perfino peggiori di prima pur di ritornare a guadagnare per vivere dopo l’ondata di licenziamenti seguiti al periodo di chiusura ‒ a sorpresa si è assistito al fenomeno opposto. Il mercato del lavoro statunitense ha offerto un volto fatto di scarsa disponibilità dei lavoratori a riprendere le precedenti attività alle stesse condizioni, di dimissioni di massa come non si erano mai viste, di scioperi per ottenere per sé e per i futuri dipendenti condizioni più dignitose e di messa in atto di iniziative volte alla sindacalizzazione di aziende in cui i sindacati non avevano mai fatto ingresso.

Chi conosce la storia delle crisi economiche sa, in verità, che è proprio all’uscita dalle stesse che la forza lavoro tende a far valere le proprie ragioni, poiché può sfruttare il momento di ripresa e di necessità di mano d’opera che ne deriva. È quel che negli Stati Uniti era accaduto per esempio dopo le due guerre mondiali e la Great Depression del ’29, quando le mobilitazioni dei lavoratori avevano nel tempo dato vita ad aumenti salariali e a una distribuzione dei redditi più equa, durata fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, ciò che fra l’altro aveva consentito la crescita di una classe media (oggi decimata). Non è però quel che è accaduto dopo la Great Recession del 2008 ed è per questo che non ci si aspettava che succedesse oggi, dopo la riapertura delle attività economiche sospese a causa della pandemia.

Al di là delle diverse circostanze geopolitiche rispetto alla prima metà dello scorso secolo ‒ quando la guerra fredda e il “modello” sovietico fungevano da controspinta rispetto agli interessi padronali e davano in questo senso man forte agli operai ‒ gli ultimi quarant’anni hanno visto la classe lavoratrice perdere il senso del collettivo, per diventare sempre meno classe e sempre più somma di individui non in relazione fra loro, con quel che ne è derivato in termini di capacità di resistenza e lotta politica. Di più, sono stati anni in cui si è assistito all’abbandono dei lavoratori da parte del sistema giuridico: permessi, ferie o benefici assicurativi sono diminuiti ‒ quando non addirittura azzerati ‒ e il salario minimo, non indicizzato al costo della vita, ha smesso di garantire un tenore minimamente decoroso. Addirittura quel sistema ha osteggiati i lavoratori quando la bassa disoccupazione avrebbe potuto avvantaggiarli: è il caso dell’arbitrato obbligatorio e delle clausole così dette non-compete e no-poaching, spesso previste dai contratti di lavoro con l’obiettivo di intrappolare i lavoratori nei loro bassi salari, nonché di un apparato di regole giuridiche di grande aiuto per le aziende nell’impedire la sindacalizzazione dei dipendenti, con quel che ne è conseguito in termini di scarsa capacità di lotta di questi ultimi (https://www.questionegiustizia.it/articolo/great-resignation). Si è così costruita una diffusa rassegnazione dei lavoratori, calpestati dal sistema giuridico e individualizzati da condizioni lavorative fortemente divisive. Eppure oggi i lavoratori statunitensi sembrano avere deciso di averne abbastanza e, contro ogni aspettativa, si sono ribellati al sistema, rifiutandosi di lavorare. È questa la grande sorpresa del dopo lockdown pandemico negli Usa!

Great resignation e labor shortage

I dati delle dimissioni (resignation) degli ultimi mesi sono impressionanti: da aprile a settembre, 24 milioni di lavoratori statunitensi hanno abbandonato la loro occupazione, con un’escalation che a settembre ha raggiunto in un mese il picco da record del 3.4% di tutta la forza lavoro impiegata, pari a 4.4 milioni di persone. Lasciare il proprio impiego ha assunto per moltissimi il significato di un atto di sfida alle corporation, sfruttatrici e irrispettose dei bisogni dei lavoratori. Immortalato in centinaia di video postati su TikTok con l’hashtag #quitmyjob, l’aperto rigetto di un sistema lavorativo che cancella la dignità del lavoratore sembra diventato il nuovo collante per una lotta comune, a dispetto della paura di denunciare le condizioni lavorative insoddisfacenti che attanagliava in precedenza chi le voleva rendere pubbliche. Il rapporto fra lavoratori in cerca di impiego e posti di lavoro disponibili è d’altronde, negli ultimi mesi, sempre più favorevole ai primi, con un mese di settembre che vede 10 offerte lavorative ogni 7 disoccupati attivi nella forza lavoro. In alcuni Stati, quel rapporto è perfino parecchio più alto, come in Nebraska, dove, a fronte di 69.000 offerte di lavoro ci sono solo 19.300 persone che lo cercano. Con un buco di circa 4 milioni di occupati rispetto al febbraio 2020 e con 2 milioni e mezzo di persone in meno che cercano impiego, perché preferiscono stare ancora a casa, a novembre la situazione continua a essere di un mercato del lavoro strozzato in cui sono i lavoratori e non i datori a potersi permettere di essere choosy.

Messi in grande difficoltà dalla mancanza di mano o mente d’opera (labor shortage), gli imprenditori cercano di correre ai ripari dimostrandosi finalmente più attenti alle esigenze di chi lavora. Pur di non perdere chi se ne va, offrono periodi di congedo nella speranza che rientrino, mentre, per incentivare le assunzioni, evitano in percentuali assai maggiori di prima di richiedere precedenti esperienze lavorative o un diploma di scuola superiore. Addirittura arrivano a promettere dei bonus d’entrata – Amazon per esempio, pur di non rimanere senza mano d’opera durante la stagione natalizia, offre 3000 dollari come premio per chi accetta di lavorare – o dei bonus settimanali per periodi limitati (come Walmart, Target o Kohl’s) e garantiscono benefici mai concessi prima: aiuti economici ai propri dipendenti per istruirsi (Target, Walmart, Strabucks, Chiplote, fra gli altri giganti del settore retail, propongono per esempio di pagare per loro le tasse universitarie), contributi per la scuola dei figli, piani pensionistici o assicurativi decenti o perfino condivisioni dei profitti, e paiono finalmente attenti alle esigenze di flessibilità e di vita privata dei nuovi dipendenti.

È però soprattutto sul piano degli aumenti salariali che il massiccio rifiuto di lavorare ha permesso ai lavoratori di ottenere risultati importanti. Dopo decenni di stagnazione dei salari mediani – o addirittura di riduzione, nel caso dei lavoratori meno qualificati e quindi più vulnerabili – in tre mesi, da luglio a settembre, le retribuzioni sono cresciute come non era mai accaduto nei 20 anni precedenti e l’ascesa continua. Sono soprattutto i lavoratori più deboli che hanno potuto godere dei più sostanziosi aumenti, nei settori in cui maggiore è stata la caduta occupazionale. Così, per esempio, a settembre 2021 la paga di chi lavora nel commercio al dettaglio ha visto, in un anno, un incremento del 5.9% e quella di chi è impiegato in bar e ristoranti addirittura dell’8.1%. 

Un riscatto duraturo?

Nonostante la costruzione a tavolino della loro rassegnazione i lavoratori statunitensi hanno dunque ritrovato la forza di combattere e hanno saputo sfruttare l’opportunità che la pandemia ha offerto loro. Dopo un periodo in cui molti hanno potuto apprezzare una diversa qualità della vita, in tanti si sono infatti domandati che senso avesse alienare la propria esistenza a prenditori di lavoro che offrono loro sempre di meno e hanno smesso di accettare condizioni di lavoro degradanti e paghe troppo basse. Si è così innescato un circuito virtuoso che sta continuando a dare fiducia a chi non accetta o si dimette da occupazioni poco gratificanti, in quanto pensa di poter ragionevolmente ambire a un lavoro più dignitoso e meglio pagato.

E se lo stimulus provenuto dai governi Trump e Biden durante la pandemia ha contribuito all’innesco di quella spirale virtuosa, dando un po’ di respiro economico a chi voleva resistere, il suo venir meno non ha arrestato il percorso di resistenza, a dispetto di quanti – al pari di ciò che è avvenuto a casa nostra con la questione del reddito di cittadinanza – avevano voluto spiegare il fenomeno del “labor shortage” statunitense addebitandolo ai 300 dollari integrativi del sussidio di disoccupazione previsti a livello federale fino al 5 settembre 2021.

Il rifiuto del lavoro «non è una carenza di forza lavoro – scrive Bob Reich, che come sempre coglie nel segno –. Quel che sta realmente accadendo è più precisamente descrivibile come una carenza di salario sufficiente per vivere, una carenza di giusta retribuzione per i lavori rischiosi, una carenza di aiuto per le famiglie con figli, una carenza di permessi per malattia e di adeguata copertura sanitaria. La riluttanza a lavorare, insomma, non ha nulla a che vedere con il sussidio di disoccupazione. Ha molto a che vedere invece con il fatto che i lavoratori sono stufi» (https://www.commondreams.org/views/2021/10/25/dont-believe-corporate-labor-shortage-bullsht).

Per la prima volta da decenni a questa parte i lavoratori hanno preso coraggio ed è in questa chiave che si possono leggere i tanti scioperi che hanno caratterizzato l’appena trascorso mese di ottobre – per questo motivo denominato strike-tober – e hanno coinvolto migliaia di persone, da New York al Michigan, dall’Illinois, Iowa o Kansas al South Carolina. I lavoratori di McDonald’s, del Kaiser Permanente, della Kellogg’s, così come quelli della John Deere, hanno scioperato, non solo per un salario migliore per sé ma anche per i futuri dipendenti, chiedendo più rispetto e condizioni generali decorose. All’orizzonte paiono perfino prospettarsi sindacalizzazioni mai finora conquistate, come quelle presso le sedi di Starbucks o gli stabilimenti di Amazon di New York. Si tratta di un’inaspettata rivincita della forza lavoro che, qualora perdurasse, potrebbe rendere la società statunitense finalmente un po’ meno diseguale. La strada da percorrere è certamente ancora lunga e la speranza è che quello cui oggi assistiamo non sia che un inizio.

Una versione più ampia dell’articolo, con riferimenti giornalistici e bibliografici, può leggersi in Questione giustizia (https://www.questionegiustizia.it/articolo/great-resignation).