Si riapre la questione del salario minimo

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Nel nostro Paese le proposte sul salario minimo sono, per ora, soprattutto messaggi a distanza tra interlocutori delle parti sociali ed esponenti o tecnici del Governo per avviare un confronto su un tema che ha sempre visto l’ostilità del sindacato dei lavoratori. Questa ostilità aveva e può continuare ad avere le sue ragioni d’essere dati i precedenti. Ma l’analisi merita un aggiornamento.

Alcuni anni or sono due persone che disprezzano i lavoratori – Matteo Renzi e il suo ministro del lavoro Giuliano Poletti ‒ avanzarono la proposta di introdurre una norma che poneva in alternativa salario minimo e contratto nazionale prefigurando la possibilità per le imprese di scegliere tra queste due opzioni. Pensavano così di utilizzare lo strumento del salario minimo per dare un duro colpo alla contrattazione collettiva nazionale. La proposta aveva il pieno sostegno della Confindustria secondo la quale «l’introduzione di un salario minimo potrebbe contribuire ad accelerare quel processo di modernizzazione che consideriamo un’opportunità». La loro idea di “modernizzazione” era chiara: «consentire alle imprese che hanno la contrattazione aziendale di negoziare solo incrementi retributivi effettivamente collegati ai risultati aziendali senza quindi, riconoscere gli aumenti fissati dai contratti collettivi nazionali» (Confindustria, Proposte per il mercato del lavoro e per la contrattazione, maggio 2014, p. 14). Alcuni anni prima il presidente della Banca centrale europea Trichet e quello della Banca d’Italia, Mario Draghi, avevano inviato al Governo italiano una lettera-ultimatum sulle riforme economiche urgenti e tra queste si suggeriva di «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione» (Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, C’è l’esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita, 5 agosto 2011). Con i provvedimenti “Salva Italia” del Governo Monti e della ministra Fornero pressoché tutte le misure proposte dai banchieri vennero trasformate in leggi e modifiche alla Costituzione ad eccezione di quelle sul sistema di contrattazione nazionale data la resistenza dei sindacati che, per una volta, ritrovarono la loro unità dato il carattere per loro esistenziale della difesa dei contratti nazionali di lavoro. Il problema del salario minimo è rimasto aperto e non sappiamo cosa effettivamente pensino in questo momento due alleati di governo come Draghi e Renzi. Dati i precedenti ogni sospetto è legittimo. Intanto, però, è cambiato il contesto nel momento in cui la elezione a presidente della Commissione europea di Ursula von der Leyen ha visto il formarsi di una coalizione favorevole alla introduzione del salario minimo in Europa con l’approvazione di una specifica direttiva.

Ancora in questi giorni qualche dirigente sindacale italiano ha dichiarato che la spinta più insistente verso il salario minimo in Europa viene dalla Germania per motivi egoistici, per contrastare un dumping fondato sulla concorrenza attraverso i bassi salari. Come se l’uguaglianza e la limitazione della concorrenza tra lavoratori nella corsa verso bassi salari fossero fatti negativi. Eppure sapevamo che, con l’unificazione monetaria, non avrebbe avuto più spazio la tradizionale concorrenza praticata con la svalutazione della moneta e la competitività sarebbe stata decisamente influenzata dalla compressione dei costi del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Così è stato ed è. Non a caso a resistere contro la direttiva UE sul salario minimo sono alcuni paesi dell’est a partire dall’Ungheria di Orban. Mentre gli orientamenti e le proposte per limitare le diseguaglianze sono in campo in diversi paesi europei, sostenute, anche qui non a caso, da forze socialiste e progressiste.

La vittoria alle elezioni tedesche di un partito che promette un salario minimo di 12 euro è un importante impulso alla campagna per porre fine al salario di povertà in tutta Europa, migliorando la direttiva dell’UE sui salari minimi (Confederazione europea dei sindacati: https://www.etuc.org/en/pressrelease/eu-must-follow-germany-minimum-wages). La Germania è attualmente tra i due terzi degli Stati membri dell’UE in cui il salario minimo è fissato al di sotto della soglia a rischio di povertà (60% del salario mediano nazionale). Oggi è di 9,60 euro l’ora, il 48% del salario medio; portandolo a 12 euro si avvicinerebbe al 60%. A seguito di una campagna della Confederazione sindacale tedesca, il salario minimo di 12 euro è diventato un impegno elettorale principale della SPD, che ha vinto le elezioni. La sua realizzazione comporterebbe un aumento salariale del 25% per 10 milioni di lavoratori. Nel 2020 in Spagna uno dei primi atti del governo Sanchez fu un aumento considerevole del salario minimo, decisione fortemente apprezzata dai sindacati spagnoli CCOO e UGT che sottolinearono il risultato dell’innalzamento dei salari per due milioni di lavoratori. D’altra parte, in una situazione dell’economia e del lavoro che non favorisce la contrattazione sindacale, l’adeguamento dei salari minimi, che si presenta anche come indicazione per gli aumenti dei salari superiori al minimo, è diventato probabilmente lo strumento più importante per garantire delle dinamiche positive per le retribuzioni.

Ecco alcuni dati relativi al 2021: a gennaio il salario minimo è aumentato in Croazia, i sindacati hanno respinto la proposta di un suo aumento del 4% in Ungheria, è annunciato un aumento in Polonia, è aumentato in Slovenia, è stato richiesto un aumento in Turchia; a febbraio è aumentato in Lituania e Slovacchia; ad aprile si è aperta la discussione sulla direttiva per il salario minimo nel Parlamento europeo; a maggio il salario minimo è aumentato nella Repubblica Ceka e per i lavoratori dell’allevamento e dell’industria della carne in Germania; a giugno c’è stato un adeguamento a Malta e, in alcuni cantoni della Svizzera tra cui quello di Ginevra, c’è stato il voto che porterà il salario minimo a più di 2.000 euro mensili… Sempre esaminando i dati paese per paese risulta evidente che una dinamica positiva del salario minimo ha influenzato positivamente la contrattazione collettiva, in particolare in Germania dove essa si fonda sui contratti collettivi di settore per Land per poi estenderli sull’intero territorio nazionale. Solo in Grecia, su pressione della cosiddetta “troika” di cui faceva parte Mario Draghi in qualità di presidente della BCE, è stata imposta una riduzione significativa del salario minimo con l’obiettivo di comprimere le retribuzioni dei lavoratori.

Mentre in Europa gli orientamenti in favore del salario minimo si fondano sulla concretezza delle esperienze nazionali più importanti (Germania, Francia, Spagna, ma anche Regno Unito) e su criteri relativamente oggettivi, in Italia le forze che hanno agito e agiscono contro i lavoratori sono di nuovo in movimento per affermare un salario minimo funzionale alla competitività delle imprese a scapito del reddito e della dignità dei lavoratori. Conviene quindi considerare i riferimenti europei e valutarli in rapporto alle proposte o anche solo alle uscite pubbliche funzionali a sondare le reazioni come ha fatto la consulente di Draghi Elsa Fornero.

A mio avviso devono essere affrontate tre questioni:

1) con quale metodo si indica il livello del salario minimo. In diversi paesi europei è stata costituita una commissione di studio che valuta l’andamento dell’inflazione e delle retribuzioni medie rendendo così trasparenti i criteri e i dati su cui si fondano elaborazioni e proposte. La loro elaborazione ha un carattere tecnico per poi procedere al confronto con le parti sociali e affidare al potere politico la decisione sul livello e sugli adeguamenti del salario minimo;

2) qual è lo scopo il salario minimo e quale il criterio guida adottato per fissarlo. L’orientamento in Europa è che si, in ogni Paese, il 60% o più del salario mediano (in Francia e in Portogallo questa soglia è stata di poco superata), indicando questo valore come soglia sotto la quale il percettore del salario rimane un lavoratore povero. È una convenzione, ma è chiara e onesta. Non sono così le proposte della consigliera di Draghi, che pone prima di tutto il criterio della competitività, contenendo i costi del lavoro. Secondo queste indicazioni un salario minimo di 9 euro lordi l’ora aumenterebbe eccessivamente il costo del lavoro (ma il voucher del lavoro occasionale non è già di 10 euro?) e inoltre dovrebbe essere diversificato nelle diverse regioni del nostro paese secondo il potere d’acquisto, considerando così il lavoratore come un consumatore (utilizzando i criteri dell’Istat per la soglia povertà assoluta: https://www.istat.it/it/dati-analisi-e-prodotti/contenuti-interattivi/soglia-di-poverta) e non come un produttore di reddito per cui a uguale lavoro deve corrispondere uguale retribuzione. Il riferimento al salario mediano del 60% evita queste manovre di mortificazione del lavoro;

3) non va ignorato l’andamento medio della produttività del lavoro. Non è una opinione personale. In qualche paese europeo questo criterio rientra, o meglio può rientrare, tra quelli considerati dalla commissione tecnica. In Italia è un’eresia per tutte le forze politiche che hanno dato vita al Governo Draghi. Eppure non si può ignorare che affidare solamente la ripartizione della produttività realizzata nella singola azienda aumenterà le diseguaglianze tra lavoratori come tra imprese committenti e quelle della subfornitura, quando invece una ripartizione nazionale può ridurre le diseguaglianze tra lavoratori e ‒ questione significativamente presente nelle politiche economiche del passato seppur del tutto ignorata oggi ‒ può determinare una spinta all’innovazione e a una crescita non solo fondata sulla riduzione dei costi, come afferma la signora Fornero in piena sintonia con la destra americana che paventa la perdita di milioni di posti di lavoro come conseguenza dell’innalzamento del salario minimo orario a 15 dollari.

Il problema è quello di sempre: o con Scholz o con Orban. Ma qui da noi il disordine è grande e la situazione non è eccellente.

 

fotografia di ricardo gomez angel

Fulvio Perini

Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

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