Alabama: la vittoria di Amazon

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A Bessemer, in Alabama, la sfida (https://volerelaluna.it/lavoro/2021/03/31/usa-i-lavoratori-dellalabama-contro-amazon/) l’ha vinta Golia. Ha vinto il gigante che ha messo in campo ogni strategia, lecita e illecita, per evitare la sindacalizzazione dei suoi dipendenti. Ha vinto Amazon che ‒ per capire quali fossero gli sforzi sindacali messi in campo dai suoi dipendenti – per mesi li ha fatti spiare dall’agenzia Pinkerton all’uopo assoldata; ne ha attentamente monitorato i profili social; li ha inondati di messaggi anti-sindacali; li ha obbligatoriamente convocati in captive audience meetings, in cui ha dato liberamente sfogo a discorsi intimidatori; ha raccontato bugie, quali l’obbligo di pagare le quote sindacali anche in capo ai non iscritti; ha perfino provato a impedire il voto per posta con argomenti trumpiani ottenendo comunque che le poste installassero una buca delle lettere all’interno dello stabilimento così da controllare il voto dei lavoratori e ha fatto addirittura allungare i tempi del verde del semaforo all’esterno dello stabilimento, per modo che i sindacalisti non avessero modo di parlare con i dipendenti. Si stima che negli Stati Uniti le imprese spendano circa 340 milioni l’anno in consulenze di esperti per garantirsi luoghi di lavoro liberi dai sindacati e che, allo stesso scopo, quando i dipendenti sono più di 60, addirittura nel 54,4% dei casi le aziende pongano in essere pratiche anti sindacali illecite (unfair labor practices), che ricevono una sanzione talmente blanda da essere sempre convenienti (https://www.epi.org/publication/unlawful-employer-opposition-to-union-election-campaigns/).

Gli sforzi del gigante hanno prodotto i loro effetti: se più di 3.000 dipendenti su quasi 6.000 avevano chiesto il referendum (occorre che almeno il 30 per cento dei lavoratori domandi di poter votare perché la consultazione venga indetta https://www.theverge.com/2021/3/28/22352987/amazon-bessemer-alabama-union-vote-rwdsu), ed erano quindi desiderosi di sindacalizzarsi, al momento del voto solo 738 hanno votato a favore, contro 1.798 contrari; tutti gli altri lavoratori si sono astenuti dal partecipare. Un ottimo risultato per il secondo datore di lavoro degli Stati Uniti, dopo Walmart, che sul referendum di Bessemer ha giocato il suo futuro e quello dell’intera gig economy, ben conscio che una sindacalizzazione dei lavoratori di quello stabilimento avrebbe potuto innescare un effetto domino presso il suo quasi milione di dipendenti e un’inversione di rotta rispetto all’imponente declino della sindacalizzazione, che ha caratterizzato il settore privato statunitense negli ultimi quattro decenni.  

Ha vinto Jeff Bezos, nonostante gli autogol, dettati dal nervosismo, che hanno messo a nudo le drammatiche condizioni lavorative dei suoi dipendenti. Emblematica è stata l’inedita controffensiva scatenata su twitter dai così detti ambasciatori di Amazon, quei dipendenti cioè che, in base a un programma chiamato Veritas e in vigore dal 2018, vengono assunti per decantare le lodi di un posto di lavoro che in verità non conoscono. I lavoratori di Amazon, si sa, sono intensamente monitorati perché il raggiungimento degli obiettivi, sempre più ambiziosi in termini di consegna rapida delle merci ordinate online, è un imperativo non negoziabile (all’inizio del 2020, ci dice Forbes, la compagnia ha ridotto il tempo medio di consegna da 3.4 a 2.2 giorni, contro una media di 5.1 giorni dei suoi concorrenti https://www.forbes.com/sites/shelleykohan/2021/02/02/amazons-net-profit-soars-84-with-sales-hitting-386-billion/). È il capitalismo, bellezza, che richiede tempi sempre più veloci, per poter rimanere al top e tenere a distanza ogni possibile competitor. Velocità significa, però, anche non consentire a chi lavora di perdere tempo con i suoi bisogni fisiologici. Negli stabilimenti questi devono essere ridotti al minimo, pena il licenziamento dopo tre volte che ci si reca in bagno in momenti diversi dai pochissimi consentiti. Fuori dagli stabilimenti, quando si consegnano le merci, non c’è soluzione alternativa alle bottiglie o ai sacchetti di plastica, come nel noto film di Ken Loach, Sorry We Missed You (su cui Rita Sanlorenzo https://www.questionegiustizia.it/articolo/la-recensione-di-sorry-we-missed-you-di-ken-loach_11-01-2020.php). È questa disumanizzazione del lavoratore Amazon che il senatore democratico Mark Pocan aveva osato criticare, provocando risposte sconvenientemente irridenti da parte degli ambasciatori di Amazon: «Ma davvero credi che i lavoratori Amazon debbano urinare in una bottiglia?» twittava uno di loro schernendo il senatore. Poco dopo, anche a seguito di una reprimenda interna per i toni irriverenti usati contro il Congressman, Jeff Bezos ammetteva obtorto collo per lo meno i disagi dei suoi fattorini, rivelando definitivamente, con le sue scuse, al mondo intero le tristi condizioni dei lavoratori Amazon (https://www.geekwire.com/2021/amazon-offers-rare-apology-says-will-look-solutions-drivers-peeing-bottles/. )

Sono le condizioni di insicurezza, precarietà e privazione di soggettività in cui si lavora, non la paga oraria che si percepisce, a trasformare i lavoratori Amazon ‒ emblema di tutta la categoria della gig economy ‒ negli schiavi del nostro tempo e a rappresentare le ragioni che hanno indotto i dipendenti dello stabilimento di Bessemer a chiedere il referendum per aderire alla Retail, Wholesale and Department Store Union (RWDS). (Sull’impatto di Amazon in termini di ricchezza e povertà negli States e sulle sue pratiche anti-sindacali si veda Alec McGillis, Fulfillment: Winning and Losing in One-Click America, New York, marzo 2021).    

La paga oraria offerta da Amazon, assai più alta del minimo salariale previsto in Alabama ‒ ma pur sempre più bassa rispetto a quanto percepiscono in quella stessa area e per le stesse attività i lavoratori sindacalizzati ‒, è d’altronde l’unico modo, per Jeff Bezos, di attirare persone in un lavoro dalle condizioni così disagevoli. Proprio la difficoltà di resistere ai ritmi e alle condizioni sempre più disumane e robotizzate comporta, tuttavia, un alto turn over dei lavoratori Amazon e la conseguente incapacità degli stessi di auto rappresentarsi come classe. Poveri e individualizzati essi hanno così un destino assai diverso rispetto ai pur poveri operai delle fabbriche degli anni ’30, la cui capacità di solidarizzare fra di loro e con i movimenti sociali esterni aveva prodotto negli anni successivi una crescente sindacalizzazione e il conseguente notevole miglioramento della corrispondente situazione salariale e di ogni altra condizione economica e lavorativa. Pur rappresentando di fatto la nuova classe operaia, i lavoratori della gig economy mancano oggi di quella capacità di far rete, che nel passato aveva reso possibile la creazione del ceto medio-basso su cui gli Stati Uniti hanno edificato l’immagine di terra delle opportunità. Né essi possono contare sull’appoggio di un Parlamento, presso cui Amazon è il secondo lobbista del paese, o sulla Corte Suprema federale, composta oggi da 6 giudici conservatori su 9.

La consultazione a Bessemer ‒ si è detto ‒ è avvenuta nello Stato più difficile, nel momento storico più difficile e contro il datore di lavoro più difficile. Si tratta certamente di difficoltà per i lavoratori, in una Bessemer in cui la povertà assoluta raggiunge il 30 per cento, ma anche di un momento storico particolarmente delicato per Amazon. Se la pandemia ha permesso al gigante della vendita online di aumentare nel 2020 il suo giro di affari del 38 per cento e il suo guadagno netto addirittura dell’84 per cento, è pur vero che la rapida crescita ha richiesto e richiederà sempre più lavoratori disponibili, che proprio su questo potrebbero giocare per segnare dei punti a loro favore.

È una partita difficile, la cui momentanea conclusione con una schiacciante vittoria del ricco gigante sfruttatore pare se non altro aver indicato con chiarezza che solo una lotta dal basso, che sia partecipata, plurale e solidale e che coinvolga tutto il settore, può ridare al lavoro e alla classe medio-bassa la necessaria dignità (sul punto: Michael Goldfield, The Southern Key, Class, Race, and Radicalism in the 1930 and 1940, OUP, 2020).

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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One Comment on “Alabama: la vittoria di Amazon”

  1. in alabama era uno di quegli stati in cui il KKK andava per la maggiore.
    grandi piantagioni di cotone, tanti neri. schiavitu.

    togli le piantagioni e metti i capannoni di un gigante digitale bianco, del nord.

    cos é cambiato dai tempi delle piantagioni?

    tutti a preoccuparsi della storia antica, di censurare film, e nessuno “vede” che succede nei capannoni
    dove lavorano migliaia di neri senza diritti?

    aspettano un articolo sul washingotn post?

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