India: i più grandi scioperi al mondo

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In India, in rapporto alla popolazione, è in corso una partecipazione alle lotte sociali non si vede in Italia o in Europa ormai da decenni. Proprio per queste ragioni le lotte dei lavoratori e, soprattutto, le lotte dei contadini in India hanno destato l’attenzione della stampa internazionale (Farmers’ protest in India: why have new laws caused anger?, The Guardian, 12 febbraio 2021; Why Are Farmers Protesting in India?, New York Times, 27 febbraio 2021).

Al quinto sciopero generale dell’industria e dei servizi dell’8 gennaio 2020 hanno partecipato poco meno di 200 milioni di lavoratori e a quello dei contadini del 26 novembre più di 250 milioni, proseguendo con un movimento denominato Dilhi Chalo («Andiamo a Delhi») che il 30 novembre ha portato centinaia di migliaia di manifestanti nella capitale sfidando la repressione e i blocchi stradali delle forze dell’ordine, superando le barricate con i loro trattori (https://www.rosalux.de/en/news/id/43553/from-the-fields-to-the-capital?cHash=089740e9d6b466063cd603441c2df977). Questo movimento è ancora in campo ed è ormai la lotta più importante del popolo indiano da quella per la sua indipendenza. Non a caso qualcuno la chiama la lotta per la seconda indipendenza. Durante lo svolgimento delle lotte i contadini hanno anche ricevuto la solidarietà e il sostegno dei lavoratori di altri settori, come quello del sindacato dei camionisti (14 milioni di aderenti) che ha organizzato il boicottaggio nel trasporto dei prodotti agricoli.

La lotta degli agricoltori colpisce per l’intensità, l’estensione e la continuità. Non a caso la domanda di importanti quotidiani inglesi e statunitensi segnalata in apertura è sorta dopo la manifestazione del 3 febbraio, occasione di durissimi scontri con la polizia con centinaia di feriti e un morto tra i manifestanti e moltissimi arresti. Lo sciopero dei lavoratori dell’industria e dei servizi era in difesa delle loro condizioni e dei loro diritti (ricordiamo le decisioni del Governo Modi di aumentare l’orario di lavoro e di stabilire per legge che un sindacato può essere riconosciuto in azienda solo se supera il 75% dei consensi tra i lavoratori interessati: https://www.ituc-csi.org/open-letter-india?lang=en) mentre alla base delle lotte dei contadini c’è l’ostinata resistenza in difesa della propria esistenza.

L’India è lo Stato con il più vasto territorio destinato alle coltivazioni agricole, seguito dalla Cina e dagli Stati Uniti; più del 60% degli 1,3 miliardi degli indiani dipende ancora principalmente dall’agricoltura per il proprio sostentamento, sebbene il settore rappresenti solo il 15% circa della produzione economica del paese; il censimento del 2014 ha rilevato che gli agricoltori in India hanno piccole proprietà terriere (i due terzi inferiori a un ettaro) e questo è uno dei motivi per cui non sono in grado di soddisfare i loro bisogni. Il piccolo proprietario terriero è così esposto al variare delle condizioni economiche e di mercato e fa in fretta, prima, a indebitarsi e, poi, a perdere tutto poi. Per queste ragioni i suicidi tra i contadini indiani si contano ogni anno in molte migliaia (28 suicidi ogni giorno, secondo l’ufficio di statistica statale): fenomeno drammatico che, secondo il ministro dell’agricoltura Basavanagowda Patil, è dovuto «alla fragilità mentale dei contadini».

Con l’epidemia da Covid 19 molti lavoratori emigrati con le loro famiglie nelle città per svolgere il lavoro nell’industria o nei servizi sono rimasti disoccupati ritornando così nei loro luoghi di origine e rendendo ancora più difficile l’esistenza nelle zone agricole.

È in questo contesto che, nella tarda primavera dell’anno passato, il Governo Modi ha deciso di avviare una politica di “modernizzazione” dell’agricoltura indiana con le stesse motivazioni che abbiamo conosciuto noi: «per attrarre gli investitori esteri». Da luglio sono scattate le proteste a partire dai coltivatori degli Stati del Punjab (il granaio dell’India) e Haryana, in prevalenza della minoranza religiosa sikh. La solidarietà degli altri contadini è scattata subito e poi si è trasformata in partecipazione alla lotta.

Il Governo ha accelerato l’iter legislativo e, a settembre, il Parlamento ha approvato tre leggi di liberalizzazione del mercato agricolo: la cancellazione dei luoghi pubblici (mandis) e sotto controllo pubblico per lo svolgimento della contrattazione dei prodotti dell’agricoltura; l’introduzione del contratto di conferimento del prodotto a prezzo prestabilito prima ancora della sua raccolta; la libertà per le imprese, nella sostanza le grandi imprese, di accaparrarsi i prodotti senza alcun limite, determinando così nei fatti i prezzi. Queste tre leggi si sono inserite in un contesto in cui l’intervento dello Stato a sostegno dei prezzi al momento della produzione, la legge sul prezzo minimo di appoggio (MSP, nella sigla inglese), è stato progressivamente abbandonato su richiesta dell’Organizzazione mondiale del commercio e degli Stati Uniti (che godono, insieme all’Europa, di politiche di sostegno assai più consistenti) e la promessa elettorale del signor Modi di eliminare il lavoro informale in agricoltura introducendo norme di riconoscimento previdenziale per i coltivatori è stata dimenticata una volta eletto (https://soberaniaalimentaria.info/otros-documentos/luchas/826-las-protestas-agrarias-en-la-india-contra-la-nueva-legislacion-neoliberal).

Il 42% della manodopera impegnata nell’agricoltura indiana è composto da donne (mentre i maschi possiedono il 98% delle terre) e ormai da molti anni sono in corso lotte importanti che vedono le donne protagoniste, in particolare per l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari durante lo svolgimento del lavoro. Per questo non ci si può stupire che le donne siano in prima fila nelle battaglie in corso partecipando alle manifestazioni alla guida dei trattori durante le marce verso Delhi. In qualche caso i cortei erano composti da sole donne.

Il Governo ha opposto un netto rifiuto alle richieste dei coltivatori e ancora il 4 dicembre, dopo lo sciopero generale del 26 e la marcia su Delhi del 30 novembre, ha avanzato delle proposte correttive che i manifestanti hanno respinto perché irrilevanti; anzi, le loro posizioni si sono radicalizzate e quando a gennaio il Governo ha deciso di sospendere per 18 mesi l’applicazione delle nuove norme di liberalizzazione hanno ribadito la richiesta del loro ritiro. Si prosegue così in un confronto assai aspro accompagnato da pesanti azioni di repressione da parte del Governo Modi con decine e decine di arresti dei leader del movimento contadino e dei giornalisti che lo sostengono, come pure con la chiusura dei social media. Queste azioni hanno determinato una netta presa di posizione di Amnesty International che ha chiesto il rilascio immediato degli arrestati e la riattivazione dei servizi di informazione via internet. Dopo la denuncia del 30 settembre, relativa alla violazione dei diritti umani sino alle esecuzioni extragiudiziali, per rappresaglia il Governo ha congelato i suoi conti obbligando l’ufficio indiano a sospendere l’attività (https://www.amnesty.it/amnesty-international-india-costretta-a-sospendere-le-sue-attivita/). Una delle motivazioni della repressione è l’accusa di azioni con carattere “antinazionale”, con esasperazione della scelta di Narendra Modi sin dalla prima elezioni a presidente fondata sulla supremazia dell’etnia indù rispetto alle altre minoranze etniche e in particolare ai musulmani (oltre 200 milioni di indiani). Nel 2019, infatti, è stata, dapprima, adottata la legge Citizenship Amendment Act (CAA), secondo cui la cittadinanza indiana è stabilita su base religiosa, e, immediatamente dopo, abrogato l’articolo 370 della Costituzione che prevedeva uno status speciale di autonomia del Kashmir riconoscendone le “differenze storiche e culturali” rispetto al resto dell’India.

Qualche osservatore internazionale ha sottolineato come sia in corso in India la più importante lotta per la democrazia del mondo. Negli ultimi anni abbiamo assistito allo svolgimento di lotte molto dure e tante volte represse nel sangue determinate dalla diffusa consapevolezza di un’iniquità crescente e ormai portata a mettere in pericolo l’esistenza di milioni e milioni di esseri umani. La selezione per censo nelle cure e nella distribuzione dei vaccini per il contrasto alla pandemia da Covid è solo una delle espressioni di tali diseguaglianze. Chissà se e quando finiranno le nostre paure e il nostro sonnambulismo.

Fulvio Perini

Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

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2 Comments on “India: i più grandi scioperi al mondo”

  1. L’India é un paese vastissimo e molto variegato per molti aspetti e con oltre 1,5 miliardi di abitanti.
    quasi un continente.

    una societa ancora prevalentemente agricola, nella quale la distribuzione della popolazione é ancora sana,
    ovvero con un tasso adeguato di under 25. una delle prime cose che balza all occhio arrivando in India
    é il numero elevatissimo di giovani e bambini e di tantissime coppie che noi definiremmo giovanissime,
    in realtá perfettamente fertile.

    il tasso di analfabetismo é elevatissimo. la poverta estrema pure, soprattutto nelle grandi citta, dove il livello di civilta ë “occidentale”.

    nei campi si vedono moltissimi contadini, spesso scalzi. trattori
    sono praticamente inesistenti, soprattutto per i piu piccoli. tuttavia non si vedono scene di poverta estrema come si vede frequentemente nelle metropoli.

    un mondo agricolo, lontanodal nostro.
    fragile. se si scontra con le logiche commericiali delle corporation (quelle che producono le sementi)
    e del mercato globale rischia la propria sopravvivenza.

    e, se 1,5 miliardi di persone consumano quanto noi, i rischi riguardano anche noi.

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