Il contratto sociale e il conflitto

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Diversi settori governativi, imprenditoriali e sindacali parlano della necessità di un nuovo contratto sociale. Ciò fa supporre che con la sottoscrizione di un tale contratto i problemi saranno automaticamente risolti e verranno meno i conflitti. Niente di più lontano dalla realtà.

L’idea del contratto sociale non è nuova nella storia. Essa risale almeno al tempo di Thomas Hobbes il cui pensiero, condensato nel Leviatano (1651) può essere riassunto nelle note citazioni «guerra di tutti contro tutti» e «ogni uomo è un lupo per l’altro uomo». In quell’opera è esposta la teoria secondo cui alla base dello Stato c’è un contrattualismo che consente di superare lo stato di natura in cui non esistono diritti o giudizi morali e in cui gli individui ottengono e conservano ciò che possono e con qualsiasi mezzo. A sua volta Jean-Jacques Rousseau, nel Contratto sociale (1762), sostiene che l’essere umano nasce libero ma rinuncia a parte della libertà che avrebbe nello stato di natura in cambio di diritti. Fin dall’origine, dunque, il “contratto sociale” si fonda sul riconoscimento dell’esistenza di conflitti di interessi e si propone come modo in cui la specie umana può vivere in pace, nel rispetto dei diritti dei concittadini, cioè in convivenza.

Se guardiamo alla storia, vediamo anche che il contratto sociale non si costruisce dall’oggi al domani, ma ha un’evoluzione graduale, con lenti avanzamenti e brusche battute d’arresto, che non impediscono, peraltro, di rivendicarlo. La rivoluzione francese non ha forse sostenuto l’uguaglianza? E tuttavia, Les Miserables di Victor Hugo (ambientati dopo il 1789) registrano magistralmente la persistente ingiustizia sociale e le successive insurrezioni. E ancora, forse che la Costituzione della Repubblica di Weimar del 1919, primo esempio di costituzionalismo sociale in Europa, non fu fatta a pezzi dai nazisti dal 1933, sebbene teoricamente in vigore fino al 1945? L’esempio mostra che uno dei peggiori ostacoli al contratto sociale è il fascismo e che non può esserci un vero contratto sociale senza una vera democrazia. In proposito è utile precisare che la marcia su Washington promossa da Donald Trump nel gennaio 2021, si è svolta 98 ​​anni dopo che Mussolini aveva marciato su Roma con lo slogan «se non ci danno il potere, ce lo prenderemo». Qualsiasi somiglianza tra le due situazioni non è pura casualità.

Nella realtà politica e sociale latinoamericana i casi di conclusione di contratti o accordi sociali per porre fine a situazioni di violenza e ingiustizia sono noti e permanenti nel tempo. Quando diciamo che un contratto sociale può avere ad oggetto un accordo di pace per porre fine a una guerra civile, possiamo portare l’esempio del fallito contratto guatemalteco: dopo 36 anni di conflitto costato 200mila morti, 45mila scomparsi e 100mila sfollati, la pace è stata firmata nel 1996 ma a tutt’oggi le cause che hanno originato il conflitto non sono state superate. Anche l’accordo di pace in Colombia, se vi prestiamo attenzione, può seguire la via del Guatemala: membri della guerriglia che hanno firmato l’accordo di pace, attivisti per i diritti umani e sociali e sindacalisti continuano ad essere assassinati impunemente e il Governo rifiuta di attuare le politiche di dialogo e inclusione contemplate nell’accordo. In Cile c’è la possibilità di un nuovo contratto con la Costituzione da redigere: la prospettiva è nata dalle mobilitazioni scoppiate nell’ottobre 2019, sull’onda dello slogan «strada, urne e processi istituzionali», come ha magistralmente sintetizzato un illustre cileno, a dimostrazione, ancora una volta, che il processo non è privo di conflitti e che gli stessi sono una fonte di progresso sociale e di trasformazione democratica.

Oltre al fascismo, l’altro grande ostacolo al contratto sociale è il neoliberismo, responsabile della condizione di crescente incertezza subìta dalla maggioranza della popolazione mondiale. Esso sta imponendo la deregulation sociale e del lavoro secondo la volontà degli investitori, annullando il ruolo degli Stati. L’unica certezza che sta crescendo è che i nostri discendenti vivranno peggio dell’attuale generazione di esseri umani.

Antonio Baylos, professore di diritto del lavoro all’Universidad Castilla La Mancha, sostiene giustamente che «l’insicurezza ha un chiaro pregiudizio di classe. Con la crisi sono le persone che lavorano a perdere il lavoro e ad essere costrette a lavorare al di sotto degli standard minimi con aumento della insalubrità e dell’esposizione al rischio». Senza contare le masse crescenti di addetti al settore informale, che non hanno mai trovato lavoro nell’economia formale.

Come afferma il docente uruguaiano di diritto del lavoro Hugo Barretto, il secondo dopoguerra del ventesimo secolo ha reso la sicurezza e la prevedibilità valori quasi assoluti, grazie alla creazione di normative internazionali e alla copertura, attraverso i sistemi di sicurezza sociale di gestione pubblica, dei rischi che minacciavano l’essere umano: «la formulazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è l’esempio paradigmatico dell’ideale di certezza che albergava nel sistema internazionale» e l’attività dell’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro), orientata nella stessa direzione, tendeva a fornire la certezza di una serie di standard internazionali di diritti dei lavoratori. Nella L’era dei diritti, Norberto Bobbio illustra come quella Dichiarazione stesse diventando universale attraverso le dichiarazioni di diritti per settori. Tutto ciò è avvenuto principalmente nella seconda metà del XX secolo. Ma ora è corroso dalla condizione che ha come centro il mercato e la concorrenza internazionale.

È, dunque, necessario un nuovo contratto sociale e il conflitto per realizzarlo non deve essere temuto. C’è una differenza fondamentale tra conflitto e violenza. Il primo è rivolto all’evoluzione («piazze, urne, processi istituzionali»), mentre il secondo è generalmente guidato da minoranze per difendere i propri privilegi. Inoltre, un nuovo contratto sociale può frenare la violenza. Lo si vedeva già chiaramente alla fine della seconda guerra mondiale. Ma se le grandi aziende, i governi, le organizzazioni sindacali e altri settori della società vogliono un contratto sociale, è quasi certo che immaginino cose diverse. Per questo dobbiamo avere un nostro progetto di società e di pianeta. Come dice un documento di migliaia di accademici: «sotto l’attuale regime, il compromesso capitale-lavoro-pianeta è sempre sfavorevole al lavoro e al pianeta». Insomma, il mondo oggi è combattuto tra due grandi progetti politici. Il primo è quello riassunto nello slogan «faremo soldi oggi, qualunque cosa accada al mondo domani»; il secondo è quello di coloro che intendono costruire un futuro sostenibile, in cui le prossime generazioni abbiano una vita migliore. Per questo, tra gli obiettivi centrali del nuovo contratto sociale devono esserci quello di porre fine alla diversità della legislazione deregolatrice che riduce la protezione sociale nel lavoro e quello di perfezionare il sistema internazionale e regionale dei diritti umani in modo da «demercificare il lavoro e garantire una pace universale permanente attraverso la giustizia sociale»: due obiettivi che esistono sin dalla fondazione dell’ILO ma che devono essere raggiunti.

La traduzione è di Carmen Benitez

Victor Baez Mosqueira

Victor Baez Mosqueira, sindacalista paraguayano, è stato Segretario Generale della Confederazione Sindacale delle Americhe (CSA) ed è attualmente Segretario Generale Aggiunto della Confederazione Sindacale Internazionale (CSI)

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