Uno spettro si aggira per il mondo: il lavoro informale

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Probabilmente il termine «economia informale» fa parte del linguaggio degli specialisti e, sempre probabilmente, una parte di questi pensa che sia una attività diffusa nel terzo modo e nei paesi in via di sviluppo. Non è così.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro per «economia informale» si intendono «tutte quelle attività economiche svolte da lavoratori e unità produttive che – nella legislazione o in pratica – non sono sufficientemente coperte da sistemi regolari, o non lo sono affatto». Quindi anche in Italia moltissimi lavoratori – la maggioranza dei lavoratori dell’agricoltura e tanta parte dei lavoratori della logistica – si trovano in questa situazione per il reddito percepito e per la parzialissima, o assente, protezione sociale e previdenziale. Non parliamo del lavoro domestico e non parliamo delle donne che svolgono l’attività con un rapporto di lavoro precario o a part-time involontario, che dopo una vita di lavoro scopriranno di non avere neppure raggiunto il minimo di contributi per maturare la pensione. Si può obiettare che il sistema è “regolare” perché previsto dalla legge e convenuto nel 1995 dai sindacati confederali, ma in pratica sono prive di una copertura previdenziale e dovranno aspettare i 70 anni per avere la pensione dei poveri. Si stima che in Italia i lavoratori informali siano 16% (più il 3% presente anche nelle attività regolari) e non a caso l’OCSE si ricorda che il 10-15% di lavoratori (lavoratrici e immigrati) percepisce una retribuzione inferiore ai minimi previsti dal contratto collettivo nazionale.

Il problema è che nel mondo queste forme di lavoro si vanno diffondendo. La corsa verso il basso dei salari e dei diritti dei lavoratori si è affermata come il nuovo modo di produrre. Le catene globali di produzione (non solo di manufatti, ma sempre più di servizi) vedono concentrarsi il potere in un numero sempre più ridotto di grandissime imprese con il parallelo diffondersi della subfornitura che non è, meglio ricordarlo, la tradizionale componentistica della fase di produzione industriale del passato. Le multinazionali e i grandi conglomerati come Amazon, Walmart, Alibaba, controllano i mercati di sbocco della piccola e media impresa. Per essere competitivi in questo processo gli Stati stanno favorendo la nascita nel loro territorio di “zone franche” dove la regola è il lavoro senza diritti. In qualche caso è lo stesso Stato che sceglie di essere zona franca. È il caso del Bangladesh: sicuramente in Italia circola qualche maglietta Benetton prodotta alla Rana Plaza prima del crollo dell’edificio che causò la morte di 1124 lavoratrici che lavoravano senza assicurazione contro gli infortuni e i committenti si sono rifiutati di pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime.

La produzione si fa ora in questo modo e così possiamo comprare a basso costo molti beni di consumo che diversamente non potremmo comperare dati i livelli retributivi decrescenti. Luciano Gallino aveva caratterizzato questo costume sociale come il «modello Walmart». Comunque oltre due miliardi di esseri umani cercano di lavorare per avere di che vivere con lavoro informale: più del 60% degli occupati censiti a livello mondiale.

Nella mappa mondiale si evidenzia la distribuzione del loro lavoro considerando tutti i rami di attività, compreso quello agricolo, dove il lavoro informale è diffusissimo.

La rilevazione dei dati nei diversi paesi non è omogenea ed è difficile indicare con precisione se c’è un aumento o una riduzione. Ci si avvicina maggiormente alla realtà esaminando le tendenze in alcune aree territoriali vaste o continenti.

In America Latina c’è stata una diffusa e significativa riduzione del lavoro informale in pressoché tutti i paesi ma, dopo il cambio dei governi avvenuto negli ultimi anni, questo ha ripreso ad aumentare. Sicuramente è aumentato in Europa e in Asia Centrale con la sola eccezione dell’Armenia. Certo, in Europa e in Asia Centrale questo tipo di attività si assesta attorno al 7%, nell’America del Nord al 17%, mentre in Africa è mediamente del 76% e in alcuni paesi superiore al 90. Proprio esaminando la mappa risulta evidente che in alcuni territori, come l’Africa o i paesi arabi, oltre il 90% delle unità produttive sono classificabili come informali: è evidente l’incidenza dell’impresa individuale e dell’economia agricola mentre il lavoro informale si riduce con l’aumento delle classi d’ampiezza delle unità produttive.

Su due miliardi di lavoratori informali 740 milioni sono donne, ma questo dato medio è fortemente influenzato dall’occupazione in due paesi come la Cina e la Russia. Se si considerano solo i cosiddetti paesi in via di sviluppo il rapporto percentuale si capovolge e il lavoro informale è decisamente prerogativa delle donne.

C’è una chiara correlazione tra diffusione dell’economia informale e andamento dell’indice di sviluppo umano (reddito, istruzione e speranze di vita nei singoli paesi) che mette in evidenza due aspetti importanti del lavoro: la povertà e la differenza di genere.

È evidente che il drammatico e inarrestabile fenomeno delle diseguaglianze è non solo l’espressione della ingiustizia redistributiva ma anche l’affermazione di un nuovo modello di produzione in agricoltura, nella manifattura e nei servizi. Se si considerano i rapporti di lavoro, diventa chiaro che il lavoro informale senza diritti e senza sicurezza sociale è appannaggio dei contratti a termine, del lavoro a tempo parziale, del lavoro venduto tramite agenzie e del lavoro autonomo economicamente dipendente da committenti, mentre l’84% dei lavoratori con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato svolge le sue attività nei settori dell’economia formale: vale in Zimbawe come in Italia.

A livello mondiale il numero delle ore perse per effetto della pandemia da Covid 19 corrisponde a una riduzione di 400 milioni di occupati a tempo pieno ma la ripresa economica non avverrà spontaneamente e a livelli così accelerati da riportare l’occupazione ai livelli precedenti. C’è quindi una seria preoccupazione che il numero di lavoratori senza diritti e senza sicurezza sociale crescerà. La Cina pare essere in controtendenza, ma non è una contraddizione perché è la conferma del nuovo modello produttivo, il “modello Walmart”.

L’indebolimento delle organizzazioni sindacali è inevitabile se non verrà trovato il modo di organizzare i lavoratori senza diritti e senza sicurezza sociale; c’è bisogno di una nuova solidarietà e quindi di una rinnovata vita associativa che permetta una loro partecipazione affermando nuovi legami, per rendere i lavoratori nuovamente protagonisti della lotta per affermare l’eguaglianza dei diritti umani attraverso l’accesso universale e pubblico all’istruzione, alla tutela della salute, alla sicurezza per la vecchiaia.

Per fare questo è necessaria una cultura dei “progressisti” che sappia far vivere la lotta per i diritti civili integrandola indissolubilmente con la lotta per cambiare le condizioni materiali e, con esse, i rapporti sociali. In fondo la più grande diseguaglianza è ritornata ad essere quella del potere.

Fulvio Perini

Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

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