La raccolta di frutta a Saluzzo (e non solo): un groviglio di contraddizioni

image_pdfimage_print

Questa storia non piacerà a chi cerca croci da gettare.

La retorica della versione di Menenio Agrippa, quella del braccio e dello stomaco, più volgarmente raccontata con l’eterno «siamo tutti sulla stessa barca» non fa per me, ma questa volta la matassa è così ingarbugliata che tracciare linee di confine nette è complesso. Non sono tutti sulla stessa barca a Saluzzo, ma il mare è in tempesta per tutti, a maggior ragione dopo una pandemia che ha minato l’edificio di civiltà costruito con fatica negli anni passati.

A Saluzzo, secondo comparto ortofrutticolo d’Italia, ho incontrato un mondo di contraddizioni violente: una storia in cui l’estetica brutale dovrebbe essere in grado di dettare canoni morali e chiavi di lettura lineari come gli interminabili filari di frutta che corrono nelle vaste pianure. Ma così non è. Ve ne propongo tre, le più marcate.

Il modello economico

Venerdì 24 luglio 2020, mercato di Porta Palazzo a Torino: un chilo di pesche grosse come un pugno scende fino a 75 centesimi, e il prezzo più diffuso non supera l’euro. È l’inizio della stagione, il periodo più “caro”.

Un chilo di pesche del saluzzese, varietà tra le più pregiate – almeno questa un tempo era la nomea – nel 2019 è stato comprato dalla grande distribuzione, mediamente, a 35 centesimi. Pagamento dopo mesi, devono ancora arrivare i soldi dell’anno scorso. Aggiungete la frutta in arrivo a prezzi stracciati da tutto il mondo, prodotta da schiavi veri che affogano nei pesticidi. Fate i calcoli: togliete le tasse, togliete intermediari vari e costi di conservazione e trasporto abnormi e partite da qui per comprendere le dimensioni e la qualità del garbuglio. Il mercato di Porta Palazzo è il mercato dei poveri di Torino: senza quel prezzo, mangerebbero frutta? O saremmo tutti quanti dei nuovi americani che si nutrono di pattumiera confezionata aromatizzata gusto frutta e diventano obesi a decine di milioni?

Ma, permettetemi di portarvi dentro un altro contrasto ancor più violento e sgradevole, il punto da cui scrivo: se non ci fossero forme di sfruttamento più o meno pesanti – quello che io definisco lavoro combattente (semi) salariato – a Saluzzo per altro praticamente inesistenti, le pesche per i poveri potrebbero essere vendute a 75-99 centesimi (25-30 vanno allo Stato per le tasse) al chilo a fine luglio? Domanda tremenda, che apre squarci morali antichi ma sempre nuovi, purtroppo.

Carlin Petrini direbbe che la questione deve essere spostata sul piano culturale, se si vuole tenere insieme produzione e consumo. Molti anni fa facevo l’educatore presso il centro di educazione ambientale di Pracatinat, in alta val Chisone, Torino. Ai ragazzi delle scuole superiori facevamo fare questo esperimento: dovevamo posare su un tavolo, posizionato al centro della classe, un «elemento naturale o artificiale» senza il quale la loro vita sarebbe stata impossibile. La quasi totalità escludeva il cibo, nemmeno preso in considerazione. La costruzione della loro piramide di Maslow, la piramide dei bisogni, metteva alla base i telefoni e i social, e solo dopo ampi suggerimenti qualcuno si ricordava del cibo. La frutta, dal concetto di cibo, era praticamente esclusa. Il processo educativo sarà molto molto lungo e molto molto faticoso.

La frutta non è un bene voluttuario, che puoi anche boicottare per ragioni etiche. Puoi rinunciare al pollo cantonese portato a spalle da un rider bengalese (categoria che in Italia guadagna, mediamente, la metà dei braccianti della frutta, circa 3.2 euro), ma alla frutta no.

Procediamo nel disordine, seguendo il caos che ho incrociato in questo sistema. Ho la vaga idea che tutto questo non abbia più relazione con il libero mercato e che, anzi, tutto quanto rappresenti una delle forme più strambe di socialismo. Il socialismo spacciato per libero mercato: una sorta di travestimento della storia, uno scherzo buffo e maledettamente serio.

Nessuno lo dice chiaramente, ma i fondi dell’agricoltura, enormi, dell’Unione Europea permettono al sistema di reggere sul triplice piano del lavoro, del plusvalore e del consumo: di reggere alla concorrenza sleale extra e intra UE, di reggere a condizioni climatiche sempre più feroci, di reggere a una calo di consumi inarrestabile, di puntellare così una catena del valore che abbandonata a se stessa collasserebbe. Chi parla di uscita dalla Unione Europea è semplicemente un irresponsabile.

Discutere di queste dinamiche è addentrarsi dentro processi di cui hanno piena conoscenza solo pochi sacerdoti. I quali, per lo più, tacciono, o parlano da aruspici. Tempo fa, parlando con un alto funzionario della Coldiretti, mi ha spiegato che esiste, o esisteva, una regola sorprendente: sono, o erano, possibili dei contratti di conferimento totale della produzione, stipulati tra grande distribuzione e produttori, prevalentemente medio piccoli. Ho sorriso, perché tale pratica fu l’architrave della politica sovietica negli anni della lotta tra regime e kulaki. Il libero mercato di oggi utilizza(va?) tecniche della Russia di Stalin: curioso, no? E come allora ‒ mi raccontava il funzionario ‒ i contadini mettevano da parte una quota del raccolto per rivenderla su mercati paralleli. Pratica assolutamente vietata dai contratti. Perché questo processo? domandai. Per tenere altissima l’offerta di frutta sul mercato, e così far fronte a ogni tipo di richiesta senza caricare sui prezzi.

Incombono sempre quei pochi centesimi al chilo dei mercati popolari, che al massimo raddoppiano nelle grandi catene di supermercati che sono inquadrati come “grande distribuzione”. Ma, se ho ben capito, per i produttori vendere attraverso la grande distribuzione, un negozietto o il mercato rionale non fa molta differenza: la tassazione più i costi di gestione (per la grande distribuzione i costi energetici di mantenimento, i sistemi refrigeranti, si mangiano tanto, situazione che peggiora con l’avvento di estati torride come le ultime) e l’aumento degli intermediari fanno sì che il plusvalore sia, a parità di prodotto, più o meno simile. Sempre che ci sia, il plusvalore.

Certo i soldi si fanno, anche, con le grandi quantità vendute, ma non possiamo che rallegrarci di ciò: come detto prima, è un indicatore prezioso che la parte più debole della società si nutre con dignità, non si espone a miserie nutritive che demolirebbero la salute di una nazione. Il lumpen compra frutta perché costa meno, al momento, degli snack aromatizzati.

Ricapitolando: un sistema parasocialista, dove vige il lavoro combattente (semi)salariato, che permette prezzi bassi per beni primari indispensabili alla massa sociale. Ne sono sconcertato io per primo. Ovviamente poi ci sono i ladri e i delinquenti che prosperano, ma questo è un altro discorso e a loro pensano forze dell’ordine e magistratura.

Il lavoro combattente salariato 

I raccoglitori di frutta, braccianti, sono diventati protagonisti. A Saluzzo sono migliaia, per la maggior parte accolti nelle aziende, che non hanno alcun obbligo a farlo: almeno per quanto riguarda i flussi interni, di fatto i nuovi italiani che magari da anni vivono nel nostro Paese, lavorano, pagano le tasse etc etc. Se invece si chiama una polacco dalla Polonia gli si deve riconoscere l’alloggio. Follie della Bossi-Fini, che resiste.

Per strada rimangono i prodotti di scarto dei decreti sicurezza, che cercano un contratto qualsiasi per avere un permesso di soggiorno. Uomini arrivati alla ricerca di protezione umanitaria o asilo politico che si ritrovano a mendicare un posto nei campi di frutta. Come se, per altro, raccogliere la frutta non necessitasse di professionalità e fosse un mestiere da bestie da soma e nei campi si potesse buttare chiunque.

E allora arrivano in un paese e si accampano dove capita: quest’anno, a Saluzzo, fino a quando non hanno aperto le accoglienze diffuse in un giardino del centro, erano davanti al condominio più prestigioso della città.

Su di loro aleggia l’ombra del caporalato, anche se da queste parti nessuno osa dirlo perché le condizioni di lavoro anche dei più derelitti sono lontanissime dalle forme di sfruttamento dei campi del sud. Un unico caso, nel 2019, accertato, ha portato sotto processo un giovane africano che recuperava braccia da far lavorare in nero nel settore dell’allevamento. Il processo doveva essere celebrato a marzo, rimandato a settembre dalla pandemia. Pochi giorni fa i carabinieri di Saluzzo hanno comunicato che avevano comminato sessantamila euro di multe per irregolarità e appena tredici braccianti erano stati scoperti privi di permesso di soggiorno.

Rimangono forme di lavoro grigio: straordinari pagati in ritardo o non pagati, alloggiamenti sgangherati, contributi non versati.

Secondo l’Osservatorio regionale del Piemonte i contratti registrati nel 2018 sono stati 12.063 mentre nel 2019 si è giunti a 18.496, con una imponente emersione della legalità. Al punto che, durante una conferenza pubblica tenutasi lo scorso febbraio, il vice questore di Cuneo Paola Capozzi ha parlato di Saluzzo come «caso virtuoso grazie alla sinergie istituzionali presenti sul territorio».

Buone notizie?

No. Se un territorio emerge dal buco nero dello sfruttamento in agricoltura, quel territorio diverrà la terra promessa per moltitudini in arrivo da ovunque, alla ricerca di un lavoro. Condizione acuita dalla pandemia che ha lasciato sul campo legioni di disoccupati, anche italiani, del settore turistico. E più arrivano, più si ingrossano le vene del collo di quelli che urlano di invasione. È il mito dell’uroboro che si accanisce sui virtuosi. «Sun brau, ma a fan na macia»: sono bravi, ma fanno una macchia, mi disse una volta un’anziana signora di Saluzzo indicando un gruppo di braccianti africani. Spiegazione onnicomprensiva di molte cose, di tutto forse.

Quando giungono quelli che un contatto con un imprenditore non ce l’hanno, iniziano a vagare per le campagne con le loro biciclette. Sono visibili ‒ la macia quello fa, si nota ‒ rispondono quindi ai precetti del decreto sicurezza: mettere sotto gli occhi di tutti gli africani. Gli invisibili, definizione quanto mai infelice, devono essere visibili il più possibile, devono fare la macia.

Partono al mattino, e girano, di cascina in cascina a chiedere lavoro: «lavoro capo?», urlano dal principio del filare. Una parte minima viene presa nel caso in cui vi siano state improvvise defezioni della manodopera già presente. Capita però che vaghino tutto il giorno senza trovare nulla, e poi ritornino a casa: nel loro giaciglio, che per alcuni rappresenta un problema minore rispetto a non aver lavorato un giorno intero. Sono uomini che esprimono una resistenza semplicemente inconcepibile e su di loro, l’aggettivo che più li racconta – da parte spesso delle istituzioni preposte all’ordine pubblico – sono questi : «buoni», «docili».

Se vuoi far arrabbiare un bracciante africano devi provare a fargli una foto: tutto il resto se lo caricano sulle spalle con un fatalismo che, a volte, può risultare perfino indisponente. Essi esprimono livelli di sopportazione del carico fisico, e psicologico, di lavoro inarrivabili. Hanno una scarsissima propensione alla conflittualità sindacale ‒ lo stesso Soumahoro a Saluzzo è stato, nel 2019 quando venne ad arringare i braccianti, pressoché ignorato ‒ nonché una marcata deferenza verso il datore di lavoro, che senza eleganze linguistiche che alleggeriscono definiscono «padrone».

Gli africani, ma anche i cinesi, soprattutto le donne impegnate nel confezionamento, sono totalmente insostituibili, e rappresentano il motore del lavoro combattente salariato. Seppur privi di una qualsiasi inquadratura ideologica novecentesca si muovono, la stragrandissima maggioranza, nel solco del mito del lavoro quale fondamenta della vita e della società. I settantacinque centesimi al chilo delle pesche del mercato di Porta Palazzo gravano sulle loro spalle. Sono i poveri che producono il cibo che mangiano i poveri.
 

La carità hic et nunc e la visione politica. Che fare?

Chi sta dietro agli ultimi, che dormono per strada e vagano con le loro biciclette? L’elenco dei volenterosi è lunghissimo. Caritas, cooperative sociali, istituzioni locali, sindacati. È il principio della carità, che copre le storture del mercato e della società. Potrebbe andare avanti all’infinito: un principio di contenimento del danno che tiene insieme il sistema, dicono gli anarchici e i sindacalisti di base.

Che fare, quindi? Domanda fatidica, rivoluzionaria.

A Saluzzo, nel silenzio si muove un carsismo giuslavorista – vagamente ignorato, forse perché la politica di qua è lontana dal centro dell’impero – che vuole cambiare, eufemismo, il modello. Il sindaco Pd, Mauro Calderoni, e i sindacati propongono la creazione di un meccanismo centralizzato statale che intersechi domanda e offerta di lavoro, gestito dalle Prefetture. Si torna ai centri di collocamento pubblici gestiti dallo Stato? La proposta azzererebbe il fenomeno del caporalato, azzererebbe ogni tipo di sfruttamento, farebbe emergere, soprattutto al Sud, moltitudini dai bassifondi dell’impero.

Ma il prezzo della frutta nei mercati rionali per i poveri? Calderoni parla, anzi scrive, di una «redistribuzione della catena del valore» al fine di mantenere i prezzi dove sono ora. Probabilmente si terranno degli Stati generali dell’agricoltura che ruoteranno intorno questo tema, a Saluzzo, a ottobre: si vedrà chi avrà il coraggio di dar forza a questa prospettiva.

Voi cosa preferite? La carità che mitiga l’impatto del socialismo fondato sul lavoro combattente salariato oppure la regolamentazione del mercato tout court, il buon vecchio Stato regolatore e gestore dell’economia?

Ed eccoci qui, alla fine di questo piccolo viaggio nelle enormi contraddizioni dell’agricoltura saluzzese, che ovviamente non rappresentano una sineddoche, ma che possono essere presi come spunto per comprendere cosa c’è dietro il primo gustoso morso a una pesca.

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive per “Il Manifesto”. Ha pubblicato, presso l’editore Castelvecchi, «Chi comanda Torino» (2012) e «Sistema Torino, sistema Italia» (2014).

Vedi tutti i post di Maurizio Pagliassotti

One Comment on “La raccolta di frutta a Saluzzo (e non solo): un groviglio di contraddizioni”

  1. Solo una precisazione: il peso della tassazione, per il cibo non trasformato, come la frutta, è praticamente nullo, ben lontano dai 20-25 centesimi al kilo di cui si parla all’inizio dell’articolo.
    Riguardo al dilemma di fondo, credo che la soluzione sia ridare dignità e reddito a tutto il lavoro, in modo che non ci sia più chi non potrebbe comprare la frutta se costasse pochi centesimi in più.

    Fausto Angelini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.