Lavoro: il primo passo verso il futuro è nei campi di frutta

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Una palla di cristallo dove vedere il futuro che attende molti, forse tutti. Un futuro che non è il superamento del capitalismo, la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la sostenibilità ambientale e tutto il resto: sogni da cui presto ci sveglieremo. Eppure molti ci credono, ne discutono anche seriamente. Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema: così abbiamo letto in questi giorni (https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/).

Ora che stiamo riaprendo gli occhi si dischiudono di fronte a noi le fasi successive che ci riporteranno al fantastico mondo di “prima”, chissà per quanto tempo, possiamo percepire un’accelerazione di un modello che alcuni troppo presto hanno dato per spacciato. È come un rantolo di un animale ferito che reagisce, lo si vede in lontananza. Soffre e scalpita, noi pensiamo che sia finito, ma sta solo recuperando le forze.

La palla di vetro in cui guardare è l’agricoltura, la filiera strategica che non può chiudere per eccellenza, e quindi anticipa un modello che presto sperimenteremo, che piaccia o no. Tutto sarà strategico, tra poco. Nei campi si otterranno sinistri successi in progressione, e l’avvitamento che già si vede sarà salutato come trionfo, la patria che resiste, lo spirito italiano, gli eroi e via cantando.

Nei giorni di massima pressione emotiva, quando pareva che il virus stesse fagocitando l’intera macchina produttiva, c’è stato un attimo in cui i produttori agricoli italiani hanno riflettuto sui 6.67 euro orari che prendono i braccianti, come da contratto collettivo: alcuni erano giunti alla conclusione che si potevano alzare, che potevano diventare di più. Molti di più.

L’Italia era ferma. In quel momento molte cose sono emerse: tra tutte, l’immensa ricchezza che genera la terra – anche attraverso massicci aiuti comunitari al settore – in grado di sostenere un’ascesa istantanea, o quasi, del costo orario. In generale l’immensa ricchezza che genera il lavoro, che poi scompare tra paradisi fiscali, elusione, sussidi, mentre i salari rimangono inchiodati al dogma della semi deflazione dovuta al cosiddetto e indiscutibile “vincolo esterno”.

Quei giorni di panico sono stati interessanti perché il lavoro ha perso l’aura creata in questi ultimi trenta anni, cioè quella del generoso dono che pioveva dal cielo verso masse di senza dio, la cui vita inutile si srotolava solo grazie alla bontà dell’impresa. Ovviamente non i piccoli produttori che hanno la cascina, o la mini fabbrichetta, bensì i mega produttori, la cui proprietà di campi su campi riporta ai tempi del latifondo. Perché non si dice ma è così: il latifondo in Italia esiste. Molto ci sarebbe da scrivere sui fiumi di inchiostro gettati per difendere l’agricoltura italiana vessata dalla grande distribuzione, dalle doppie aste e altri meccanismi che “obbligano” a forme di sfruttamento più o meno palesi che si scaricano sugli ultimissimi. Una retorica traslabile a buona parte dei settori produttivi, sempre tartassati da nemici potentissimi che prendono il nome di tasse, Stato e altri retaggi bolscevichi.

Era vera quella voglia di alzare i salari? O era vera in parte? O non era vero per nulla? È stato un discutere sotto traccia quello sul prezzo orario, non palese, che quando ha increspato l’onda è stato prontamente stroncato da proposte calmieranti: voucher in agricoltura, percettori di reddito di cittadinanza deportati nei campi, nuovo decreto flussi per l’est Europa e addirittura una sanatoria per gli irregolari. Tutto insieme, come se si dovesse strangolare nella culla qualcosa che stava iniziando a vagire troppo forte.

Il gran vociare su questi strumenti, unito all’urlo di guerra «non abbiamo le braccia per raccogliere», ha aperto la via della ipernormalità, alla reazione della bestia ferita. Una serie di inviti agli italiani a farsi sotto, in particolare ai disperati del lavoro stagionale nel settore del turismo, ha prodotto una prospettiva diversa, molto rassicurante. Del resto che manchino le braccia è fuorviante: mancano perché sono bloccate al sud quelle africane. Ma presto saliranno e troveranno lungo il loro percorso plotoni di italiani che vorranno soffiargli il posto. Tutto questo, mentre imperversava l’infezione, pareva impossibile.

Questi due flussi, enormi, stanno per andare a coprire un numero ampio, ma limitato di posti. Allora chi vincerà la lotteria del lavoro nei campi? L’italiano licenziato dalla pizzeria della riviera o il centro africano che ha moglie e figli a casa in attesa di denaro per tirare avanti? Vale anche per il primo ovviamente. Una cosa sappiamo: i due verranno messi contro, nella prossima fase della ipernormalità. Magari non sui campi, nella realtà, ma nell’immaginario già si odono i primi lai che spingono in tal senso.

Ora, pensateci: questo meccanismo, visibile ad occhio nudo, sarà confinato all’agricoltura? No, non lo sarà. Sarà confinato agli africani contro gli italiani? No, non lo sarà. Non solo, c’è molto di più: c’è un nuovo modello di vita che emerge.

L’agricoltura sarà il contesto dove costruire un modello di ipernormalità, fondato appunto sul dogma del lavoro combattente. Il lavoro combattente vivrà e prospererà su un principio tipico dell’agricoltura: si lavora e basta. Non c’è spazio per altro nella vita, perché il lavoro è duro e porta via tutto, e il tempo che rimane lo si spende a casa, a riposare.

L’ha detto, in termini più o meno simili, Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza: «Si può lavorare, ma oggi per mantenere la sicurezza bisogna avere uno stile di vita simile a quello dei nostri nonni, che uscivano di casa solo per lavorare e quando finivano tornavano a casa. Un percorso casa-lavoro-casa, perché se invece si ricomincia ad andare in libreria e cartoleria si fa esattamente il contrario». Ricorda un po’ Gianni Agnelli quando, in compagnia di un amico, mentre osservava dalla sua villa in collina la notte torinese degli anni Settanta: «È tutto spento, buio», gli disse quello. E Agnelli rispose: «Lascia che riposino».

Il gigantesco debito che giungerà sulle spalle di ogni singoli cittadino italiano, con il senso di colpa che ontologicamente reca in sé e che verrà usato come una clava quando il tempo dell’emotività sull’infezione sarà superato, cementerà questo impasto.

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive per “Il Manifesto”. Ha pubblicato, presso l’editore Castelvecchi, «Chi comanda Torino» (2012) e «Sistema Torino, sistema Italia» (2014).

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