Vita da rider: hamburger di Natale

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Se pensate che quelle vite che vedete correre in bicicletta siano lontane dalle vostre, vi sbagliate. Quelle storie, e soprattutto quella forma del lavoro che scolpisce vite apparentemente lontane sono la palla di cristallo dove vedere il futuro di noi tutti.

Ma partiamo da lui, partiamo da Armand: che non si chiama così, ma ha chiesto che questa storia che lo riguarda finisse sotto un nome che a lui piace e lo tiene al riparo da ritorsioni, delazioni, vendette, dai bassifondi dell’umanità. Lui è un rider pachistano, cioè un fattorino del delivery food: sono quelli che vediamo proliferare nel centro delle nostre città, assenti o quasi dalle periferie, dove invece vivono stipati dentro stamberghe che vengono loro affittate a caro prezzo. Trenta anni, segnati da rughe che raccontano cosa sia il lavoro duro celato da un grande sorriso e un grande calore umano.

Appuntamento in piazza Statuto a Torino la sera di Natale, alle sette: arriva puntuale, fresco, coperto da vari strati di vestiario che lo proteggono da un freddo pungente che lentamente ha preso il posto di un insolito e minaccioso tepore dicembrino. Ha già nelle gambe qualche ora di lavoro, nel giorno di Natale.

Non parla italiano «perché non ho il tempo di avere amici italiani con cui parlarlo: io lavoro sempre e basta». E quando non lavori cosa fai? A questa domanda fatica a trovare una risposta perché le sue giornate, sette giorni su sette o quasi, sono così composte: dieci dodici ore di bicicletta, cibo, sonno a casa. Fine.

Mi spiega brevemente il funzionamento dell’applicazione che illumina il suo telefono: arriva l’offerta di consegna, lui l’accetta, raggiunge il ristorante fast food dove recupera il cibo che ricovera nel bidone giallo, e poi via, di corsa verso l’affamato cliente. Il fattorino-rider è libero di accettare la proposta di consegna o meno, è libero di andare piano o forte in bicicletta, è libero di rispettare o meno semafori rossi, strade contromano, inversioni di marcia, è libero di fare quello che vuole. Ma sono tutte libertà che hanno un costo.

Nella palla di cristallo in cui possiamo vedere il nostro futuro scorgiamo chiaramente che queste libertà sono fittizie, aleatorie, in realtà scandite da un pesante controllo: il lavoro deve essere eseguito (leggi alla voce non si può mai rifiutare), veloce (devi correre in bici al massimo) e preciso (non si deve fare casino con il cibo dentro al bidone). Si chiama produttività.

Tra i fattorini vi è una dura competizione, premiata dall’algoritmo – l’algoritmo è una sorta di dio, che valuta solo in base parametri oggettivi e insindacabili: chi accetta tutto, chi va più veloce e chi è più preciso e gentile ha un punteggio che lo premia nelle assegnazioni. Alcuni chiamano tutto ciò “meritocrazia”, parola ormai distorta al punto tale da essere divenuta minacciosa.

In questo contesto è chiaro perché Armand vola sulla bici di notte, bruciando semafori rossi e contromano, picchiando sui pedali fino a raggiungere velocità da passista: se non lo fa lui, lo farà un altro. Se lui rispetta il rosso e un altro lo brucia, lui è fuori. Poi certo, la compagnia impone sul piano teorico il ferreo rispetto di tutte le normative inerenti la sicurezza: ma quando si scende nel reale è il lavoratore che sceglie. E sceglie sempre per il rischio, perché sa che se non lo farà lui lo farà un altro. Una sorta di tripudio hobbesiano, un darwinismo distorto e piegato all’ideologia neoliberale, in cui la selezione non la fa il padrone delle ferriere: sono direttamente i lavoratori ad auto selezionarsi, a combattere come in un’arena per sopravvivere.

«Quando piove, o nevica, o tira vento è molto peggio e molto meglio: è pericoloso, ma pochi resistono e si guadagna di più. Certo non si può vivere così». Lui lo sa, la sua compagnia lo sa, anche i clienti lo sanno.

La prima consegna si conclude dopo tre chilometri in un palazzo del prestigioso quartiere torinese di Cit Turin, dove anche un garage non scende sotto i duemila euro al metro quadro. Armand arriva, mi lascia la bici in custodia ‒ «take care, my bicicle is all my life, fai attenzione la bici è la mia vita» – citofona, sale, consegna l’hamburger e scende. Guadagno netto, meno di tre euro.

Si riparte, verso la base e subito lo schermo del telefono si illumina per un’altra chiamata. Un altro hamburger: in questo strano lavoro, come in un carnevale grottesco si concretizza un Arlecchino sghimbescio, dove si mischiano il costante benessere dei clienti, il cibo di qualità infima o quasi – preponderante sull’iconografia che si vuole spacciare – la povertà dei lavoratori, i nuovi miserables. Mi aspettavo cibi raffinati portati di corsa a consumatori esigenti: ho trovato junk food portato di corsa a consumatori pigri.

E infatti anche la seconda consegna della serata sarà hamburger e patate in un altro bel palazzo del centro: mancia, in entrambi i casi, zero. Dopo le numerose polpette con patate giunge l’asiatico, e poi ancora hamburger. Guadagno totale della serata: venticinque euro meno le tasse. Chilometri percorsi, circa venticinque. Pausa zero.

Armand percorre venticinquemila chilometri all’anno: io, che mi vanto di essere un discreto ciclista, ne faccio seimila. Lui fa gli stessi chilometri che coprono i campioni che corrono le grandi corse a tappe, Giro e Tour in testa.

Laureato, Armand ha studiato a Londra, poi è arrivato in Italia attraverso la rotta balcanica. Le sue parole ricalcano le storie dei meridionali, e veneti, e abruzzesi, e tutti, che giunsero a Torino con l’unica idea di lavorare e basta. Quelli andavano nelle miniere industriali della FIAT, i ragazzi come Armand vanno nelle miniere dell’economia digitale.

La sua vita come una catena di montaggio: dal suo lavoro dipende il permesso di soggiorno da cui dipende tutto. Se perde il lavoro, scatta il decreto sicurezza e addio Italia, addio «un giorno andrà meglio», si torna in Pakistan dalla famiglia che ogni mese riceve un bonifico. Il semaforo rosso, così come tutto ciò che intralcia la sua produttività, in questo contesto ha valore residuale. Guadagno mensile, circa 1400 euro: meno le tasse arriva a 1150-1200 netti. Tutti i giorni o quasi su due turni, pranzo e cena, per cinquanta e anche più ore settimanali.

Alle undici io sono leggermente provato, lui mi dice: «Faccio ancora un’ora, magari esce qualcosa che mi porta sulla strada di casa».

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive per “Il Manifesto”. Ha pubblicato, presso l’editore Castelvecchi, «Chi comanda Torino» (2012) e «Sistema Torino, sistema Italia» (2014).

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