Il mestiere di “fare rete”. Il recupero della Micronix Network

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Bolle di ricchezza

Se qualcuno ancora si illudesse che le imprese a rischio di fallimento possano essere recuperate (cfr. https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/12/28/autogestione-fabbriche-recuperate/) soprattutto grazie a fattori esterni anziché alla determinazione dei loro lavoratori sarebbe costretto a ricredersi di fronte alla storia – più unica che rara –  di una delle pochissime imprese recuperate italiane specializzate nel settore dei servizi informatici: la Micronix Network. Raccontarne la storia significa in qualche modo sciogliere e dipanare quel groviglio di fili intrecciati che chiamiamo attualità.
Prima della crisi, l’azienda, nata nel 1984, poteva contare sulle competenze professionali di 230 lavoratori specializzati nella gestione della piattaforma AS/400 della IBM. Da uno dei player più importanti del settore in un mercato in forte espansione, caratterizzato da una domanda superiore all’offerta, nel 2000 la Micronix Computer  tentò la quotazione in borsa per attingere a nuovi investimenti che avrebbero favorito la sua ulteriore strutturazione e internazionalizzazione. Ma lo scoppio della bolla delle Dot-Com tra il 2000 e il 2001 fece letteralmente evaporare le speranze riposte nella capitalizzazione: una volta avvenuto lo scoppio, per tante aziende informatiche italiane non fu possibile quotarsi, contrariamente a quanto era avvenuto fino a quel momento.

La rincorsa agli investimenti

Eventi epocali sono quelli che, una volta avvenuti, non cessano più di accadere; sono eventi capaci di interrompere il flusso cronachistico del presente, fino a imprimersi nella memoria biografica dei contemporanei di un’epoca. Esiste un banco di prova affidabile per verificare il carattere epocale di un evento: basta chiedere ai suoi testimoni dove si trovassero e che cosa stessero facendo quando appresero la notizia dell’evento in questione. Anche a distanza di tempo, i testimoni ricordano esattamente i dettagli del momento in cui furono informati di questi eventi e si sentirono parte di un unico spettacolo chiamato Storia, capace di sintonizzare l’attenzione e le emozioni di milioni di persone.
Benché l’impatto della crisi del 2000 non possa essere paragonato a quello generato dal fallimento della Lehman Brothers appena sette anni più tardi, lo scoppio della cosiddetta Bolla delle Dot-com può essere considerato una sorta di straordinaria anticipazione degli eventi epocali che, a brevissima distanza di tempo, destarono l’Occidente dai nuovi sogni di pace internazionale e prosperità economica in cui si era cullato dopo il crollo del muro di Berlino di appena undici anni prima.
La bolla speculativa che scoppiò esattamente a metà fra il XX e il XXI secolo non si limitò a rivelare senza preavviso l’instabilità strutturale dei mercati finanziari su cui, a partire dagli anni Novanta, era venuta trasferendosi una porzione crescente della ricchezza e degli investimenti, ma palesò la sopravvalutazione generalizzata nei confronti del settore informatico. Le protagoniste di questa rivoluzione tecnologica furono soprattutto imprese di piccole e medie dimensioni, che contavano di ripagare le perdite momentanee con gli ingenti introiti ottenuti dal loro posizionamento all’interno di un mercato in forte crescita ed espansione.
Dopo essere state quotate in borsa, in molti casi senza che vi fossero le condizioni finanziarie per assicurare la capitalizzazione, ci fu una vera e propria rincorsa agli investimenti da parte di vecchi e nuovi azionisti. Il prezzo delle azioni aumentò vertiginosamente e rapidamente, senza che gli investitori tenessero conto dei classici parametri di valutazione. In molti preferirono persino smettere di lavorare e si convertirono al trading professionale. A bolla scoppiata, alcune aziende fallirono, altre persero gran parte della loro capitalizzazione.
Ma quella crisi ha segnato anche e soprattutto la storia di imprese come la Micronix Computer e la vita delle persone che vi lavoravano. La grandezza di storie come questa non dipende dalle dimensioni assunte dalla cooperativa dopo il salvataggio di un’azienda sull’orlo del fallimento, ma dal coraggio, dalla determinazione e dalla solidarietà dei suoi lavoratori e lavoratrici, che hanno saputo trasformare in realtà un progetto di recupero che in molti consideravano semplicemente impossibile.

One-stop shop

Dopo lo scoppio della bolla, in Italia la Consob ritenne opportuno bloccare la quotazione di un centinaio di aziende informatiche, fra cui la Micronix Computer, nonostante fossero già stati effettuati gli investimenti e le acquisizioni necessarie. In quegli stessi mesi la proprietà della Micronix Computer entrò in contatto con un’altra società del settore delle telecomunicazioni, con cui fu raggiunta un’intesa sulla loro prossima fusione in attesa che la bolla si sgonfiasse. Il 51% della proprietà del nuovo attore sorto dalla fusione sarebbe appartenuto proprio a questa azienda di telecomunicazioni. Dopo l’11 settembre 2001, però, la crisi del settore delle telecomunicazioni mise in forte difficoltà il nuovo partner, che improvvisamente si trovò nelle condizioni di non poter più versare il corrispettivo del 51% delle azioni. La fine della Joint venture auspicata segnò l’inizio di una situazione di impasse, da cui la Micronix Computer uscì temporaneamente soltanto nel 2003, quando riuscì a tornare in possesso del 100% delle sue azioni.
L’azienda scelse allora la politica dello “one-stop shop”: nelle intenzioni della proprietà, la Micronix Computer sarebbe dovuta diventare leader nel settore informatico dopo aver scommesso sul massimo range di servizi e competenze da offrire ai clienti. Questa politica aziendale non era certo immune da rischi: in primis, quello di fornire più servizi di quelli richiesti dal mercato e di mancare l’appuntamento con la specializzazione necessaria a soddisfare le prossime trasformazioni della domanda interna a questo settore.
«La storia è fatta di episodi, a volte, che non dipendono da te»: sono le parole con cui l’attuale responsabile commerciale dell’azienda, Massimo Beatrice, già RSU CGIL e responsabile formativo della Micronix Computer, commenta questo passaggio decisivo della storia aziendale. Siamo nel 2004: fra le altre sue attività, la Micronix vende server  – il cui valore oscilla dai 15 mila ai 100 mila  euro – su cui installa i suoi software. L’azienda poteva contare su un fido concesso da una grande multinazionale dell’IT (dai 3 ai 4 milioni di euro), che usava per  acquistare questi server che poi rivendeva sul proprio mercato. Il fido venne però pressoché azzerato a tutti i business partner di questa multinazionale, perché in quel periodo molte aziende avevano creato problemi di crediti non riscossi o riscuotibili da parte della multinazionale. Nel giro di pochi giorni la multinazionale chiese il rientro di buona parte dell’intero fido entro pochi mesi. Venne meno la fiducia delle banche e, con essa, anche la possibilità di attingere ad altri fondi da nuove società di credito. I conseguenti problemi finanziari dell’azienda divennero ingestibili nel 2005, quando la crisi finanziaria determinò la mancanza della liquidità necessaria a pagare gli stipendi dei  dipendenti.
Fino a quel momento in azienda i sindacati non erano stati presenti. La constatazione di Massimo non ha una valenza polemica: fino ad allora non se ne era mai sentito il bisogno, dal momento che la proprietà aveva sempre soddisfatto le necessità  dei propri dipendenti sulla base delle loro esigenze e bisogni personali. Nel corso del 2005 il numero totale dei dipendenti che scelsero di continuare a lavorare senza stipendio calò da 230 a 210. «Fu allora che il sindacato intervenne nella vicenda con un approccio costruttivo e maturo»: si poteva puntare sulla ristrutturazione aziendale basata sul ricollocamento degli esuberi e sul pagamento degli stipendi. La proprietà, però, si ostinò a cercare nuovi soci con cui avviare una joint venture. Risultato: dopo più di un anno di stipendi non pagati, nei primi giorni di aprile 2006 i lavoratori entrarono in mobilità.

Il pane e le rose

Nel 2006 la Regione Toscana con il Presidente Martini e la Provincia di Pistoia dimostrarono la loro vicinanza ai lavoratori in mobilità della Micronix Computer. Fu anche grazie all’intervento del Presidente della Regione se la curatela fallimentare ascoltò con attenzione e interesse la disponibilità dei lavoratori, organizzati in cooperativa, a rilevare gli asset della vecchia azienda. Quando venne costituita la cooperativa, i soci erano circa sessanta. Da quella cooperativa nacquero tre realtà distinte: una nuova azienda con sede in Perugia; un’azienda specializzata nella produzione di hardware e infrastrutture di rete; infine, la nuova cooperativa Micronix Network. Ancora oggi, queste tre realtà nate dal fallimento della precedente proprietà continuano a collaborare fra loro, come peraltro attesta il nome scelto per la nuova cooperativa di Pistoia.
Nel giugno del 2007 il marchio, i prodotti software e il portfolio dei vecchi clienti furono rilevati da AFB Net di Perugia e dalla Micronix Network. Quando l’azienda ripartì, i soci (dipendenti/collaboratori) della Micronix Network erano in 15. Oggi, invece, sono in 24 (di cui 16 soci), a ennesima riprova del successo che accompagna storie di recupero aziendale come questa. Una storia di successo, è bene ribadirlo, che è stata resa possibile dalla determinazione dei soci lavoratori prima di ogni altro fattore: nei primi mesi di attività della cooperativa, infatti, furono loro a lavorare per i vecchi clienti senza ricevere stipendio alcuno e senza poter contare sulle precedenti risorse aziendali (dalle auto, ai cellulari, ai pc).
Furono sempre loro, inoltre, a forzare l’inerzia dei partner sociali e istituzionali che pure accompagnarono l’avvio della cooperativa: «Noi si va avanti»: con questa frase, ricorda l’attuale  presidente della Micronix Network Riccardo Rocca, quei lavoratori dimostrarono tutta la loro fermezza a sindacati e centrali cooperative. E in effetti ripartirono, nonostante la carenza di risorse. La Micronix Network è rinata, disponendo di un fido bancario di soli 1000 euro; di fronte alla determinazione dimostrata dai lavoratori, Legacoop intervenne affinché in appena dieci giorni venissero concesse le garanzie bancarie utili ad acquisire i vecchi asset aziendali. Venne siglato un “accordo sui servizi” con i clienti, che si impegnarono, per il periodo iniziale, al pagamento anticipato dei servizi erogati a loro favore. Quando arrivarono i soldi del fondo rotativo messo a disposizione delle nuove cooperative da Coopfond, la Micronix Network era già ripartita e poteva contare su una solida situazione finanziaria grazie alle competenze e alla cura delle relazioni con i clienti, che le consentirono di onorare, senza alcune ritardo e con mezzi propri, il prestito ricevuto dalla banca per l’acquisto degli asset di Micronix Computer Spa e quanto ricevuto da Coopfond.
Oltre a includere il vecchio nome nella propria ragione sociale, la cooperativa si dedicò alla specializzazione dei servizi informatici per valorizzare al meglio l’esperienza pluridecennale nel settore: i software messi a disposizione dei clienti sono appositamente creati per integrare quelli preesistenti e le soluzioni offerte sono create su misura delle esigenze applicative dei clienti.
Prima di salutarci, vengo invitato a pranzare assieme ai soci della cooperativa. A capotavola non c’è nessuno perché il tavolo è quadrato, un po’ come questi lavoratori. Non è un rito estemporaneo, messo in scena per accogliere o stupire un estraneo come il sottoscritto. Ogni giorno cambiano i cuochi che cucinano per gli altri colleghi. Alla Micronix Network si lavora e si spezza il pane assieme. Insieme raccolgono i frutti del loro lavoro. Con buona pace di chi pensava e continua a pensare che il pane e le rose non siano di questo mondo.

About Leonard Mazzone

Leonard Mazzone è assegnista di ricerca in Filosofia sociale presso il Dipartimento di Studi politici e sociali dell’Università degli Studi di Firenze. Alla ricerca universitaria combina l’attività di formazione presso le scuole medie superiori di Torino e l’organizzazione di iniziative culturali per l’Unione culturale Franco Antonicelli, di cui è vicepresidente. È autore di “Una teoria negativa della giustizia” (Mimesis, 2014), “Il principio possibilità. Masse, potere e metamorfosi nell’opera di Elias Canetti” (Rosenberg & Sellier, 2017) e di “Introduzione a Elias Canetti. La scrittura come professione” (Orthotes, 2017) nonché di diversi contributi apparsi su riviste italiane e internazionali. È presidente del Collettivo di ricerca sociale della Rete italiana imprese recuperate.

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