Perché, ora più che mai, è necessaria una solidarietà sindacale internazionale

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Il testo qui pubblicato (tradotto da Fulvio Perini) è un articolo di fondo, di indirizzo politico, della rivista del Sindacato internazionale dei lavoratori dell’industria, IndustriALL[1].
Mentre il sindacalismo nostrano è impegnato a conquistarsi dei posti a tavola, sul futuro del lavoro si è aperta una riflessione internazionale. A poco più di un mese della Conferenza dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro dedicata al suo centenario e che ha approvato un deludente documento sul futuro del lavoro nel XXI secolo[2], è stato pubblicato dalla Confederazione sindacale internazionale il rapporto annuale sui “diritti globali” dei lavoratori che mette in luce le crescenti violazioni dei diritti, delle condizioni e della dignità degli esseri umani che cercano di vivere con il proprio lavoro[3]; anche il presidente del sindacato statunitense AFL-CIO ritiene che sia necessaria una dimensione globale per l’azione di contrasto alle diseguaglianze e per difendere la democrazia; nel nostro miserevole piccolo cominciamo a sperimentare i decreti sicurezza del Governo M5S-Lega: quando il rappresentante in Italia del Governo Putin chiede al ministro dell’interno di bloccare le lotte sindacali alla Lukoil di Priolo, l’ordine viene trasmesso all’autorità competente e il Prefetto decide di interdire al sindacato e ai lavoratori in lotta di presenziare davanti alla fabbrica.
La sollecitazione di Luciano Gallino di studiare e agire consapevoli di fare parte di una “società mondo” è ormai dimenticata e con questa, inevitabilmente, la possibilità di riaffermare una rinnovata cultura del lavoro. Altri si stanno interrogando. Come è evidente da questo articolo la sfida è molto impegnativa e l’elaborazione dovrà fare ancora molti passi, ma la strada è quella giusta.

f.p.

Le donne si mettono in fila, tenendosi per il braccio, davanti alle porte di una fabbrica in una zona industriale alla periferia di Istanbul. Sono vecchie e giovani, con abiti moderni o abiti tradizionali, unite in quel momento di azione. Un sistema audio mobile con un amplificatore alimentato a batteria inizia a suonare una canzone popolare turca.

“La resistenza è bella!”, grida la giovane donna alla testa alla fila, e la danza inizia, muovendosi avanti e indietro e girandosi. Dopo essere state licenziate per essersi organizzate nel sindacato, le operaie della fabbrica Flormar del gruppo Yves Rocher hanno ballato in questo modo ogni giorno, per quasi 300 giorni, in pieno sole e neve, trasmettendolo in diretta su Facebook e diffondendolo su Twitter e Instagram. E attraverso le reti di solidarietà globali, le loro voci sono state ascoltate nella comunità locale, nel Parlamento turco, nella sede dell’azienda, nell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e nei punti vendita in Francia, Germania, Svizzera e Stati Uniti.

Con il sostegno dei sindacati in Francia esse hanno portato il loro picchetto alla casa madre di Yves Rocher a Parigi. Questa è la solidarietà sindacale 4.0, resa possibile dall’azione dei sindacati globali, diffusa dai social network, che unisce sindacati e consumatori in tutto il mondo contro una multinazionale saccheggiatrice. Il picchetto raggiunge il tuo smartphone, tablet o computer e puoi rispondere in tempo reale.

A fronte di questo deciso impegno, la società ha scelto di giungere a un accordo. Molte donazioni a sostegno dello sciopero sono arrivate da tutto il mondo e la crescente pressione globale minaccia di danneggiare l’immagine del marchio. È un momento emozionante quello in cui i lavoratori in sciopero firmano l’accordo, accettando una serie di misure che includono il pagamento dello stipendio di 16 mesi.

Coloro che non hanno voce e gli emarginati hanno ritrovato la loro forza collettiva, resistendo con successo all’attacco di una grande multinazionale. Il sindacato riacquista la sua forza e ritorna al lavoro di organizzazione sindacale. È semplicemente un altro giorno in prima linea nella battaglia mondiale tra capitale e lavoratori e lavoratrici.

Ci sono molte storie come questa: cittadini comuni che si uniscono in solidarietà, trovando la forza di unirsi gli uni agli altri. Una vittoria come questa ci rafforza, ci dà speranza e ci insegna come realizzare campagne di successo. Sfortunatamente, ci sono anche storie che non hanno un lieto fine. Storie in cui l’azienda viola i diritti con impunità, licenzia i sindacalisti e non soddisfa i requisiti di salute e sicurezza a spese della vita dei lavoratori. Fabbriche che si chiudono semplicemente perché ci sono speculatori che cercano vantaggi rapidi. Come nel caso dei tremila operai della miniera di Grasberg in Indonesia che hanno perso il lavoro quando sono diventati oggetto di gioco politico tra la società e il Governo. Nonostante una campagna internazionale, la situazione non è cambiata. E ci sono molti altri casi che non conosciamo perché nessun sindacato li ha potuti rappresentare per dare loro una voce.

Molte crisi si accumulano contemporaneamente

Anche quando vinciamo, la maggior parte delle nostre vittorie sono difensive. A volte combattiamo con successo contro un assalto ai nostri diritti e condizioni di lavoro, ma non stiamo guadagnando nuovo terreno. I lavoratori sono sulla difensiva. I lavori sono sempre più precari. Ci sono meno lavoratori con buone pensioni. La disuguaglianza sta aumentando. Ogni anno aumenta la percentuale di ricchezza accumulata da un ristretto gruppo di miliardari, mentre viene ridotta la parte che rimane per noi, per i lavoratori. La distribuzione del potere tra capitale e forza lavoro ha fortemente favorito il capitale.

La crisi che devono affrontare i lavoratori fa parte di una grave crisi politica. Il terreno centrista crolla e il mondo si sta polarizzando. Invece di lavorare insieme per una prosperità condivisa, stiamo gareggiando in un gioco in cui nessuno vince. Le istituzioni che promuovono il consenso globale vengono minate, dalle Nazioni Unite e l’OIL all’Unione Europea e ai sindacati globali.

Con la caduta dell’Unione Sovietica nel 1989, per la prima volta nella storia il mondo si è unito sotto un unico sistema economico. Il mondo ha preso le distanze da qualsiasi tentativo da parte dello Stato di regolare o controllare l’economia. I mercati avevano vinto, campioni indiscussi. Per molti, è stato un momento di grande speranza, di credere in un futuro di prosperità condivisa e di interdipendenze condivise. Ma la storia si è ripresentata quando il sistema finanziario mondiale è crollato.

Il crollo dell’economia mondiale, insieme a tutte le vecchie convinzioni, è avvenuto nel 2008. Le banche sono state salvate e gli investitori sono stati protetti a spese dei lavoratori, che hanno subito un decennio di austerità mentre si è andato lacerando il tessuto della società. Una nuova generazione di un capitalismo dannoso e parassitario genera denaro basato sul caos anziché sull’attività produttiva.

Per salvare il sistema economico globale, corriamo il rischio di distruggere il futuro. Mentre i paesi in via di sviluppo entrano nell’economia globale a rotta di collo, le persone che vivono nell’ovest industrializzato, per la prima volta, si aspettano che i loro figli stiano peggio di loro. L’era del progresso è finita e l’ordine globale sta crollando. Mentre il centro politico si va disgregando e perdendo il controllo, la situazione si sgretola e le corporazioni economiche e i populisti colmano il vuoto.

Si vengono accumulando crisi diverse, interconnesse e che si alimentano a vicenda: i cambiamenti climatici, la democrazia viene erosa, guerre estenuanti che vengono fatte per conto di altri, rifugiati, notizie false, teorie del complotto, posti di lavoro ridotti in frantumi prima di scomparire a causa dell’automazione.

Ci restano 12 anni per ridurre drasticamente le nostre emissioni di carbonio se vogliamo preservare la qualità della vita sul pianeta. Gli oceani sono stati contaminati da prodotti di plastica che sono penetrati nella nostra catena alimentare e il cambiamento climatico sta causando il caos: inondazioni, ondate di calore e altri eventi meteorologici estremi costano vite e miliardi di dollari. Coloro che organizzano o partecipano a manifestazioni per il clima vengono detenuti per aver paralizzato le città, ma la risposta politica rimane inadeguata e l’uomo più potente del mondo rifiuta di accettare le conclusioni scientifiche sul clima.

Viene minata la democrazia, le società si vanno polarizzando e il fascismo è di nuovo in campo. Man mano che i paesi sovrani perdono potere, aumentano le chiamate al nazionalismo. Le più grandi società multinazionali del mondo hanno budget annuali molto più alti di molti paesi. I governi nazionali hanno sempre meno potere di influenzare il loro comportamento e sono ridotti a un concorso di bellezza, in una competizione al ribasso per fornire i salari peggiori e l’aliquota fiscale più favorevole per la più appetibile infrastruttura.

Il conflitto è all’opera in tutto il mondo, alimentato dall’aumento del budget militare, rendendo lo sviluppo delle armi praticamente l’unica industria ancora in piena espansione. La democrazia sta collassando sotto il peso del populismo reso possibile dai social media e la verità si perde nel mare degli incantesimi. Gli standard del lavoro si indeboliscono quando il lavoro diventa precario, prima di scomparire completamente.

La politica della disperazione

Come risultato dell’emergere di nuovi media, siamo esposti a più notizie che mai, direttamente e immediatamente: sentiamo di essere presenti mentre ogni evento si svolge. Di conseguenza, ci sentiamo sopraffatti e indifesi. È difficile ottenere una valutazione equilibrata del mondo: viviamo in uno stato di crisi costante. Invece di incolpare le società e un sistema economico globale che dà la priorità non alle persone ma all’aumento di capitale, i populisti di destra danno la colpa agli immigrati e agli stranieri. Le persone che fanno parte della classe operaia si sentono alienate in balìa di élite lontane, ed è la destra che parla in loro nome.

I governi populisti di destra negli Stati Uniti, Regno Unito, Israele, Brasile, Ungheria, Turchia, India e altri paesi si stanno allontanando dalle istituzioni e relazioni globali e propongono di guardare a sé stessi: “Per un’America di nuovo grande”, “Recupera il nostro paese”, “il Brasile sopra ogni cosa”, “Dio soprattutto”. Mentre lo sviluppo globale consuma le identità locali, l’identità viene ristabilita in modo reazionario.

Il movimento sindacale deve ancora affrontare la realtà del futuro del lavoro. Quando furono creati i primi sindacati, gli operai erano insieme nelle fabbriche e noi organizzavamo il lavoro sindacale alle porte della fabbrica. Tuttavia, poiché le catene di subfornitura si sono allungate, il lavoro è stato esternalizzato e reso precario, e i sindacati rappresentano una base sempre più piccola di lavoratori permanenti.

Il capitalismo è globale, ma le nostre risposte sono ancora nazionali. I lavoratori sono incoraggiati a scontrarsi a vicenda, contando sulla propria impresa e sui politici del loro paese piuttosto che sui sindacati di altri paesi. Tuttavia, sebbene la diagnosi sia complicata, il rimedio è semplice: dobbiamo riacquistare il diritto umano alla dignità sul lavoro. Dobbiamo avere nuove forme di organizzazione sindacale e un nuovo internazionalismo. Il movimento sindacale globale è l’unica cosa che abbiamo, l’unico modo per contrastare il capitale globale.

Una politica di speranza: il cammino del sindacato verso un mondo più giusto

Che cosa è successo a “un altro mondo è possibile”? Nelle condizioni attuali, in cui l’attenzione è focalizzata sulla crisi, le persone non ascoltano le buone notizie, le iniziative piccole e poco eclatanti che prendiamo per migliorare il mondo. Ogni volta che firmiamo un accordo quadro globale, induciamo un’azienda a impegnarsi a migliorare la propria condotta, stabilendo rapporti di lavoro internazionali.

Abbiamo affermato le nostre radici sociali, siamo ovunque. I sindacati sono le più grandi organizzazioni democratiche del mondo. I nostri membri estraggono minerali e ferro, producono acciaio, creano componenti, assemblano auto e barche, telefoni cellulari e lavatrici. Quindi li smontano e li riciclano.

Lungo tutta la catena del valore, i lavoratori e i loro sindacati costruiscono e mantengono il mondo. IndustriALL rappresenta 55 milioni di lavoratori e gli altri sindacati globali molti altri milioni. La Confederazione Sindacale Internazionale, ITUC, rappresenta 207 milioni di persone. Quali altre organizzazioni mondiali hanno questa dimensione?

A differenza delle ONG o dei gruppi di consumatori, i sindacati hanno un mandato e una legittimità democratici. A differenza delle organizzazioni benefiche e dei gruppi di pressione che cercano di risolvere i problemi dall’esterno, i sindacati danno alle persone un senso di potere e unità per risolvere i propri problemi.

E a differenza dei partiti politici, i sindacati uniscono i lavoratori indipendentemente dalle loro opinioni politiche, genere, razza, religione o nazionalità. Chiunque tu sia, qualunque sia la tua identità, se lavori per vivere, hai un interesse economico comune. Questo produce politiche inclusive radicate nell’esperienza piuttosto che nell’ideologia: i sindacati ci danno l’opportunità di partecipare all’economia in modo massiccio e democratico.

Con l’aumentare dell’instabilità globale, molte persone hanno un senso di impotenza. I sindacati possono offrire speranza e un percorso realistico per un futuro migliore. Per questo dobbiamo stabilire alleanze con gruppi di consumatori e movimenti sociali, affrontando le questioni che sono importanti per loro, invece di essere percepiti come sostenitori di questioni di scarso interesse. Dobbiamo partecipare al movimento per l’ambiente, al femminismo, a tutte le questioni in cui le persone si incontrano attorno alla visione di un mondo migliore. Dobbiamo dimostrare di essere parte del futuro, non solo del passato.

Tuttavia, la nostra forza dipende dalla nostra unità. Le strategie nazionali non sono sufficienti per battere le multinazionali e non possiamo fare affidamento sui governi nazionali per proteggerci. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro. E possiamo affrontare le multinazionali quando organizziamo i loro lavoratori in tutto il mondo, specialmente quando rappresentiamo anche i lavoratori delle loro catene di approvvigionamento e di subfornitura.

Organizzarci lungo le catene della subfornitura

Il capitalismo globale diffuso in tutto il mondo ha catene di approvvigionamento lunghe e complesse che esternalizzano lo sfruttamento. I componenti sono fabbricati in tutto il mondo, utilizzando i processi di acquisizione “just in time” e inviati per il montaggio altrove. Quanto più si è in basso nella catena di approvvigionamento, quanto più bassi sono gli standard e più basso è il livello di sindacalizzazione. Un macchinario avanzato assemblato in Europa da lavoratori con buoni salari e una forte rappresentanza sindacale contiene materie prime estratte dalla terra da lavoratori che lavorano in condizioni pessime e componenti fabbricati da lavoratori precari con bassi salari in paesi repressivi.

Il capitale ha sempre interesse a investire in quei paesi in cui i salari sono bassi e le norme del lavoro sono carenti, perché la produzione è più economica e i profitti sono più alti. I sindacati nei paesi sviluppati dovrebbero preoccuparsi di questo. Nei paesi in via di sviluppo in cui i sindacati sono forti, le aziende trovano più difficile spostare il proprio capitale in un altro paese in cui possono ignorare più facilmente le norme del lavoro.

L’impegno del sindacato focalizzato solo ai vertici della catena di approvvigionamento non costituisce solidarietà. Dobbiamo rappresentare tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici nella catena di approvvigionamento.

Un modello di solidarietà

Lo sviluppo sindacale è ciclico. I paesi che per primi hanno vissuto la rivoluzione industriale hanno sviluppato i primi sindacati e hanno combattuto per le norme del lavoro che ora diamo per scontate. Tali standard sono stati integrati nella legislazione nazionale e nelle convenzioni dell’OIL e in altri regolamenti globali. Sebbene siano ora sotto attacco, a causa delle passate vittorie sindacali, i lavoratori delle democrazie avanzate stanno attualmente vivendo condizioni di lavoro relativamente buone.

La produzione si è spostata verso i paesi in via di sviluppo. Molti di loro si stanno industrializzando per la prima volta, creando una nuova forza lavoro composta da persone che fino a poco tempo fa erano agricoltori di sussistenza. Questi lavoratori sono sfruttati allo stesso modo della forza lavoro occidentale al tempo della rivoluzione industriale ma nella loro azione di resistenza creano sindacati dove prima non esistevano. Ma non devono iniziare dall’inizio. Hanno imparato dall’esperienza del passato. I sindacati nei paesi avanzati dispongono di risorse e conoscenze specializzate ed è un investimento importante spendere soldi per la crescita del sindacato. Allo stesso tempo, i sindacati nei paesi in via di sviluppo devono creare strutture sostenibili. Per essere veramente indipendenti, i sindacati devono essere finanziati attraverso le quote versate dai loro membri.

Difendere e ricostruire le istituzioni

Dopo aver conosciuto l’inutile e distruttivo orrore di un mondo lacerato dalla competizione e dalla guerra, sono state create istituzioni internazionali per sviluppare la pace e il dialogo. Queste includono organizzazioni come le Nazioni Unite e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, OIL, organizzazioni non governative come la Croce Rossa e molte altre migliaia, tra cui sindacati globali come IndustriALL.

Ma siamo sotto attacco. Esiste una tendenza mondiale contro lo sviluppo di relazioni di lavoro positive: dal 2012 il gruppo di datori di lavoro dell’OIL ha cercato di minare il diritto di sciopero in tutto il mondo, in centinaia di modi diversi ogni giorno, i datori di lavoro stanno minando i progressi del lavoro che sono stati raggiunti nel corso di un secolo. Tutti i lavoratori, ma in particolare i giovani e le donne, sono i più colpiti.

Abbiamo bisogno di organizzazioni forti e democratiche per contrastare il potere delle multinazionali. Le istituzioni rappresentative traducono l’attivismo dei lavoratori in potere strutturato. Per gran parte del ventesimo secolo dipendevamo dai governi nazionali per gestire i rapporti di lavoro attraverso la legislazione sui diritti e le responsabilità dei lavoratori. La legge era un’arma importante nell’arsenale del sindacato. Nel 21° secolo, abbiamo bisogno di un sistema legale globale. A causa della globalizzazione del capitale, i paesi competono tra loro e solo gli standard di lavoro globalizzati possono garantire che i lavoratori di tutto il mondo possano lavorare con dignità.

Le convenzioni dell’OIL rappresentano molti anni di esperienza e buone pratiche. Quando un paese ratifica una convenzione OIL, la incorpora nella legislazione nazionale. Per questo motivo, promuovere la ratifica delle convenzioni è una parte importante della strategia sindacale globale.

Quest’anno l’OIL compie cento anni. Abbiamo bisogno di un OIL per il 21° secolo, con una garanzia di lavoro universale che dia a tutti i lavoratori i diritti dei principi fondamentali dell’OIL: eliminare il lavoro minorile e forzato; eliminare la discriminazione sul lavoro; garantire la libertà di associazione e contrattazione collettiva, nonché il diritto a un salario per vivere dignitosamente, salute e sicurezza sul lavoro e controllo della giornata lavorativa.

Strumenti globali vincolanti

Ma questo non è abbastanza. Molte volte, le imprese globali sono più potenti dei governi nazionali e la legislazione nazionale sul lavoro non è sufficiente come strumento di protezione dei lavoratori. Allo stesso modo in cui i contratti collettivi nazionali forniscono ai lavoratori una protezione rafforzata che si ottiene attraverso la contrattazione collettiva, abbiamo anche bisogno di contratti collettivi globali legalmente vincolanti.

Gli accordi quadro globali si basano fondamentalmente su questa idea, realizzando accordi finalizzati a stabilire uno standard globale per le relazioni sindacali. Tuttavia, non sono strumenti giuridicamente vincolanti: la prossima generazione di questi accordi dovrebbe esserlo. Il primo esempio di un meccanismo vincolante globale efficace è stato l’accordo del Bangladesh, un impegno giuridicamente vincolante per migliorare la sicurezza delle fabbriche. Un precedente è stato istituito nel 2016, quando due marchi mondiali sono stati portati in arbitrato per violazione degli accordi.

Questo è il futuro dei rapporti di lavoro internazionali e dobbiamo lottare per questo. IndustriALL sta svolgendo un lavoro innovativo, sviluppando i meccanismi di cui abbiamo bisogno per negoziare e far rispettare accordi globali vincolanti, ma molto altro dovrà essere fatto: dovranno essere stabiliti accordi, lottare per casi specifici e stabilire precedenti.

Se non lo facciamo noi, allora chi?

Una crisi globale ha bisogno di una risposta collettiva che non può essere data da governi e aziende in concorrenza tra loro. Nonostante le parole cordiali di Davos e delle altre assemblee mondiali, i responsabili hanno interessi opposti e non possono lavorare insieme in modo significativo. Per contrastare il crollo del contratto sociale, dobbiamo avere una internazionale dei popoli, un ecosistema globale di lotte interconnesse e intersettoriali.

La contraddizione è che il capitalismo ha bisogno di sindacati forti e istituzioni forti per creare stabilità attraverso salari più alti e migliori condizioni di lavoro, garantendo che i lavoratori guadagnino abbastanza per comprare cose e dare impulso all’economia. Le tasse riciclano il capitale in eccesso, mantenendolo produttivo anziché nasconderlo in paradisi fiscali. Le istituzioni statali forniscono infrastrutture fisiche, pianificazione economica a lungo termine e supporto alle industrie emergenti o in trasformazione che sono elementi necessari per trovare la strada in un mondo del lavoro instabile. Internet, ad esempio, è nata sulla base della ricerca finanziata con fondi pubblici mentre il settore privato non riuscirà a realizzare una transizione equa ed efficace verso un futuro senza emissioni di carbonio, con lavoro e dignità per tutti.

Il consenso globale modellerà il futuro. Come sindacati, siamo tra le organizzazioni più rappresentative del mondo. E i sindacati globali come IndustriALL collegano i lavoratori lungo le catene di approvvigionamento per affermare il potere di determinare l’assetto e l’armonia del nostro mondo.

NOTE

[1] IndustriALL, “FEATURE: Why we need International union solidarity now more then ever”, http://www.industriall-union.org/feature-why-we-need-international-union-solidarity-now-more-than-ever.

[2] ILO, “Centenary Declaration for the Future of Work, 2019”, https://www.ilo.org/global/about-the-ilo/mission-and-objectives/centenary-declaration/lang–en/index.htm.

[3] ITUC, “2019 ITUC Global Rights Index”, https://www.ituc-csi.org/IMG/pdf/2019-06-ituc-global-rights-index-2019-report-en-2.pdf.

One Comment on “Perché, ora più che mai, è necessaria una solidarietà sindacale internazionale”

  1. Da RSU Flc Cgil conosco i difetti dei nostri sindacati, ma una frase come “il sindacalismo nostrano è impegnato a conquistarsi dei posti a tavola” posta in introduzione alla traduzione dell’articolo della rivista di una organizzazione di cui i “nostri” sindacati, le categorie dell’industria di CGIL, Cisl e Uil, fanno parte la trovo degna del blog di Grillo. Comunque ringrazio per la segnalazione, leggerò e posterò su fb l’articolo originale.

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