Addio al “profeta” Pierre Carniti

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È morto Pierre Carniti. Un popolo, il popolo del sindacato confederale italiano, lo piange e ognuno si sente un po’ più solo. È un popolo che emerge, per una volta ancora, da dove ora è sprofondato e si è frantumato.

Eccezionalmente unito da un’emozione, dalla memoria, dalla partecipazione dolorosa a una perdita che fa rivivere una storia, una grande storia. È una storia di lotta di classe, è una storia di un movimento operaio che nella lotta ha reinventato le sue istituzioni, prima tra tutte il sindacato. In una storia tante storie, di lavoratrici e di lavoratori, di donne e di uomini, che si sono incamminati sulle strade della lotta per l’emancipazione e per la liberazione da ogni forma di sfruttamento e di alienazione.

Una volta, salutando la CGIL che stava lasciando, un altro grande sindacalista, Fernando Santi, disse: «Sono un uomo di grandi ambizioni e vorrei che domani, quando non ci sarò più, un bracciante del sud e un operaio del nord possano dire di me: Fernando? Era uno dei nostri». Si può star certi che loro, come tanti altri, persone che lavorano o che vengono deprivate del lavoro e della libertà, oggi e domani, ricordando Pierre Carniti, penseranno e diranno, prima di ogni altra cosa, quello era uno dei nostri.

Il sindacalismo italiano in tutto il Novecento è stato un protagonista della storia del Paese e della formazione del suo popolo. Pierre Carniti è stato un protagonista principe di quella che è stata la pagina più straordinaria di questo sindacato, una pagina innovativa e carica di una promessa di trasformazione radicale della società e di liberazione del lavoro.

Edgard Morin, un filosofo che ne è stato il cronista, ha scritto un libro sul maggio ’68 che ha titolato “La breccia”. In Italia quel maggio ’68 si è aperto sull’autunno caldo del ’69 e per quella breccia è passata la riscossa operaia e studentesca che ha cambiato il Paese, dando vita a quel che è stato chiamato “Il caso italiano”, una scalata al cielo.

Il fatto che essa sia stata sconfitta, non ne cancella la storia. Parlo della storia del sindacato dei consigli. Di questa storia il sindacato dei metalmeccanici, prima FIM, FIOM e UILM, poi l’FLM, la Federazione dei lavoratori metalmeccanici, sono stati il cuore e il motore. In essi Pierre è stato un profeta e un uomo d’azione. Un testimone e un dirigente.

Ho imparato tardi ad accettare il ruolo della personalità nella storia sociale. Mi sento ora di dire che la storia di cui parliamo non sarebbe stata quella senza il sindacalista Pierre Carniti.

In quegli anni a Torino ci sentivamo così dentro la storia del sindacato dei consigli da sentirci indistinguibili, pur militanti nella CGIL o nella CISL o nella UIL. Lui era per tutti Pierre. Muoveva fraternità e rispetto. Né l’una né l’altro vennero mai meno, neppure nella drammatica rottura dell’unità sindacale sulla scala mobile, nemmeno nella divisione nella pur così cruciale lotta dei 35 giorni alla Fiat.

Fraternità è un termine antico il cui abbandono è tuttavia parte non secondaria dell’uscita del sindacato e della sinistra dalla grande scena. Ma fraternità è ciò che ti viene in mente subito se pensi a Pierre.

È stato un militante, senza però mai fare del patriottismo d’organizzazione un vincolo. È stato un uomo del dialogo e della ricerca aperta. Aveva fatto, nei tempi della divisione sindacale e dei collateralismi ancora resistenti, della FIM milanese una fucina in cui si lavoravano i materiali di una nuova stagione del conflitto sociale, dell’autonomia sindacale, del sindacato soggetto politico.

La centralità della fabbrica nel conflitto sociale e politico, la contestazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro, la critica della neutralità della scienza e della tecnica lo hanno visto all’opera per una ricollocazione del sindacato nel conflitto sociale e nella riforma della società.

Della conquista del sindacato alla democrazia diretta dei lavoratori è stato tanto protagonista da volere vedere venire alla luce, quali base del nuovo sindacato, i delegati di reparto, delegati direttamente eletti da tutti i lavoratori su scheda bianca, iscritti o non iscritti al sindacato. All’assemblea di tutti i lavoratori quel sindacato deve rivolgersi per esistere, definire i propri obiettivi, lottare e contrattare.

Non è solo questo il luogo del dolore e della commozione per la perdita di un compagno e di un amico, l’occasione per ricordarne la straordinaria capacità di elaborazione di ricerca e direzione, ma una parola e uno slogan almeno vorremmo ricordarli.

La parola è egualitarismo. Un’idea grande per una pratica sociale senza la quale c’è solo o la sconfitta o l’adattamento all’ingiustizia e alla diseguaglianza del capitalismo. Il secondo non è meglio della prima.

Lo slogan è «lavorare meno lavorare tutti».

Ora Pierre Carniti se n’è andato ed è come se un’intera storia se ne andasse con lui. Pierre ci direbbe però di non arrenderci.

Ci mancherai davvero tanto Pierre. «Hai combattuto la giusta battaglia, hai terminato la tua corsa, non hai perso la fede». Ti sia lieve la terra.

L’articolo è stato pubblicato su “Il Manifesto” del 6 giugno 2016