Il 1° maggio degli operai americani, con Donald!

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C’è qualcosa di stranamente simbolico nella decisione di Donald Trump di fissare per il Primo maggio 2018 la data dell’introduzione dei dazi doganali su acciaio e alluminio contro la concorrenza di Europa e Canada. Né la proroga di un mese all’ultimo minuto cambia granché.

E ancor più simbolica è la scelta di annunciare tale decisione non a Washington D.C. ma a Washington Township, “an outer suburb of  Detroit” nel cuore del Michigan ex siderurgico, davanti a una folla di operai bianchi in delirio. Il presidente tuona contro l’Europa, che “si è costituita per approfittare degli Stati Uniti”, “per fregarci!”, per vivere alle spalle dei probi lavoratori americani, e la platea applaude scandendo a gran voce slogan duri, sui cappellini rossi la scritta “Make America Great Again”, accogliendo con boati le bordate contro la senatrice Debbie Stabenow, colpevole di aver reso “porosi i nostri confini”, di aver votato contro il taglio delle tasse ai super-ricchi e di aver sabotato la sicurezza della nazione e del suo popolo (si veda la cronaca sui giornali americani),  Ridono, gli uomini e le donne assiepati sulle tribune della grande sala, molti con ancora addosso gli abiti da lavoro, quando il “loro” presidente sbeffeggia i riti di palazzo e contrappone il successo di Washington Township con il fallimento della cena annuale alla Casa Bianca per  i corrispondenti della stampa politica,  definita “a very big, boring bust…”, .dov’era atteso e che per la seconda volta ha disertato preferendole il bagno di folla del Michigan. Applaudono anche quando li strapazza per aver votato in passato Democratico e aver portato al Senato l’odiata Debbie “again and again and again”. Loro alle ultime presidenziali, per la prima volta da sempre, hanno cambiato partito (nel 2008 e nel 2012 avevano dato una vittoria netta a Obama) e hanno votato lui, e così faranno alle elezioni di mid term, a novembre, perché non ne sono pentiti, anzi.  Nell’area – abitata al 95% da bianchi – il declino si è sentito, dal 2000 la popolazione caduta al di sotto della soglia di povertà è raddoppiata (dal 3,7% al 7,1%), le famiglie si sono disgregate (le famiglie monogenitore, in cui manca il padre, l’antico breadwinner) sfiorano il 25%, quelle composte da singles sono circa il 20%, numerosi gli anziani soli.

 

 

Peggio ancora se la passano gli operai di Braddock, intervistati da Federico Rampini, anch’essi fedeli sostenitori di The Donald, conquistati alla causa del tycoon multimiliardario dalla promessa/minaccia dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, le produzioni in cui il loro villaggio (poco più di 2000 abitanti) è specializzato.  A Braddock – che prende il nome da un generale che alla fine del ‘700 si distinse nella guerra contro gli indiani – nel 1873 Andrew Carnegie , uno dei più noti “baronoi predoni” costruì la prima acciaieria americana che usò il Bessemer process, la Edgar Thomson Steel Works impiantata nello storico sito di Braddock’s Field e dal 2010 passata alla United States Steel Corporation la quale ne ha avviato la ristrutturazione nel quadro di un processo di globalizzazione che ha avuto in Serbia e in Slovacchia le proprie linee principali di sviluppo. Da allora il declino è stato evidente: un primo maggio di sei anni fa, nel 2012, la Compagnia ha annunciato un taglio lineare del proprio organico “worlwide” e poco dopo o titolo è stato rimossa dall’indice S&P500 per la riduzione del suo volume di capitalizzazione.  E la popolazione di Braddock (per il 30% bianchi, per il 66% afro-americani) se ne è accorta: il reddito pro capite – 13.135$ – è tra i più bassi degli Stati Uniti, il 35% della popolazione sta sotto la soglia di povertà (il 54,4% tra gli under 18), il 32% delle famiglie è composto da sole madri senza il padre presente e il 37% ha una composizione individuale…

 

 

 

Eppure l’episodio che aveva fornito l’occasione per la scelta del Primo maggio come giorno del Lavoro o meglio Festa dei lavoratori (la “rivolta di Haymarket e il relativo eccidio) era avvenuto proprio negli Stati Uniti, non lontano da qui, a Chicago – che rispetto a Detroit sta sull’altra sponda del lago Michigan, quella oddidentale,  verso l’Illinois – nel 1886.  Allora era stato proclamato uno dei primi scioperi generali negli Stati Uniti, e gli operai riuniti davanti alla  fabbrica di macchine agricole McCormick, erano stati attaccati dalla polizia che aveva sparato e ne aveva uccisi due ferendone molti altri.  Per protesta  gli anarchici organizzarono una manifestazione nell’Haymarket Square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole, nel corso della quale, da una traversa, fu lanciata da uno sconosciuto (che non fu mai individuato) una bomba che uccise un poliziotto sul colpo. La polizia a sua volta sparò sui manifestanti provocando un alto numero di vittime e cinque morti per fuoco amico tra gli stessi agenti. Il processo che ne seguì portò alla condanna a morte di sette operai anarchici di origine tedesca (poi dimostrati innocenti): August Spies, Albert R. Parsons,  Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; per altri due -Michael Schwab e Samuel Fielden la pena capitale fu convertita nell’ergastolo. L’impiccagione di Spies, Parsons, Fischer ed Engel avvenne  l’11 novembre 1887 e suscitò un’enorme emozione nel mondo per il modo atroce in cui fu eseguita (i condannati soffocarono lentamente). Poco prima di morire Spies pronunciò la celebre frase “verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!”. Engel gridò “Urrà per l’anarchia” e Fischer lo ripetò in tedesco: “Hoch die Anarchie”. Le parole di Parsons furono soffocate dal boia che strinse subito il cappio ma furono intese “Lasciate che si senta la voce del popolo”. Appena si diffuse la notizia dell’assassinio degli esponenti anarchici di Chicago, nel 1888, il popolo livornese si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura, dove si diceva che si fosse rifugiato il console degli Stati Uniti. Nel 1889 i delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi  ufficializzarono la proclamazione del Primo maggio come Festa del lavoro in tutta l’Europa. Pietro Gori Gori scrisse il suo celebre Inno del Primo maggio nel 1892, nel carcere milanese di San Vittore, dove era stato rinchiuso preventivamente.

 

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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