Il processo del lavoro costa

image_pdfimage_print

Con la sentenza n. 77/2018 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 92, secondo comma, del codice di procedura civile nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti anche qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni non previste dalla norma.

La regola generale del nostro sistema è che la parte soccombente deve rimborsare per intero a quella vittoriosa le spese di cause. In sostanza, chi ha agito in giudizio e ha perso oppure chi si è difeso in giudizio e ha perso deve pagare non solo le proprie spese legali ma anche quelle della parte vittoriosa: la ratio è quella secondo cui il ricorso al giudice non deve mai risolversi in un danno per chi ha ragione. Tale regola, peraltro, ha sempre trovato un temperamento nella possibilità per il giudice di compensare parzialmente o per intero le spese, ossia di decidere in sentenza che ognuno deve provvedere all’onorario del proprio avvocato. Ciò era possibile, prima dell’intervento della Corte costituzionale, solo in tre ipotesi tassative: 1) la soccombenza reciproca (ossia quando entrambe le parti perdono, perché vengono rigettate, almeno parzialmente, le domande sia dell’una che dell’altra); 2) l’assoluta novità della questione trattata; 3) il mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti. In realtà non era stato sempre così. In passato, la possibilità per il giudice di compensare le spese era riconosciuta anche, in linea generale e senza necessità di specifica motivazione al riguardo, in presenza di “giusti motivi”. Nel tempo, peraltro, la giurisprudenza e il legislatore hanno posto dei limiti a questa discrezionalità del giudice, dapprima prevedendo la necessità di una esplicita motivazione sul punto e poi inserendo la norma sopra ricordata.

Con la sentenza indicata in premessa la Corte costituzionale, investita della questione da due giudici del lavoro, ha ritenuto la norma in contrasto con una serie di principi costituzionali, in quanto sono state escluse dalla possibilità di compensazione “analoghe ipotesi di sopravvenienze relative a questioni dirimenti e a quelle di assoluta incertezza, che presentino la stessa, o maggiore, gravità ed eccezionalità di quelle tipiche espressamente previste dalla disposizione censurata”, con ciò violando il principio di ragionevolezza (art. 2 Costituzione) e quello di eguaglianza (art. 3), il canone del giusto processo (art. 111, primo comma) e il diritto alla tutela giurisdizionale (art. 24, primo comma). Secondo la Corte, infatti, la prospettiva della condanna al pagamento delle spese anche in altre situazioni impreviste e imprevedibili per la parte che agisce o resiste in giudizio può costituire una remora ingiustificata a far valere i propri diritti.

Viene così reintrodotta, in sostanza, una sorta di clausola generale che consente al giudice, dandone puntuale motivazione, di valutare elementi diversi da quelli espressamente indicati dalla legge al fine di addivenire alla compensazione delle spese. In altri termini, dopo la sentenza della Corte, la parte soccombente senza colpa non è più automaticamente costretta a rimborsare alla parte vittoriosa le spese di causa. Si evita così che il riconoscimento di diritti possa essere frustrato dal timore di essere condannato al pagamento di spese ingenti anche in situazioni incolpevoli.

Il cambiamento determinato dalla sentenza è di grande rilievo nelle cause di lavoro, anche se la Corte non ha accolto un secondo profilo di incostituzionalità sollevato dai giudici remittenti secondo cui la posizione del lavoratore come parte debole del rapporto costituirebbe di per sé sola una grave ragione per compensare le spese nelle controversie in materia di lavoro.

La Corte infatti, pur riconducendo i casi di compensazione a situazioni oggettive e non puramente soggettive (come la debolezza di una parte del rapporto controverso), riconduce nella prima categoria alcune ipotesi tipiche del processo del lavoro. In questa materia capita spesso che il lavoratore non sia a conoscenza prima dell’instaurazione della lite di circostanze di fatto che sono nella disponibilità solo del datore di lavoro ma che poi si rivelano fondamentali ai fini del rigetto o dell’accoglimento del ricorso. È il caso, ad esempio, della presenza e dell’entità delle ragioni organizzative e produttive richieste ai fini della legittimità dell’intimazione del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. In tale ipotesi a legittimare la compensazione non sarà la qualità di lavoratore della parte soccombente, ma la mancata conoscenza di elementi di fatto che non appartengono alla sua sfera di conoscenza (idonea a integrare le gravi ed eccezionali ragioni nuovamente introdotte dalla Corte).

È evidente come ciò renda più agevole per il lavoratore rivolgersi al giudice, attenuando il timore di essere condannato al pagamento delle spese processuali (potenzialmente rilevanti) per l’ignoranza scusabile di condizioni sottratte alla propria sfera di conoscenza.

Giulia Marzia Locati

Giulia Marzia Locati è giudice presso il Tribunale del lavoro di Milano e componente del comitato esecutivo nazionale di Magistratura democratica

Vedi tutti i post di Giulia Marzia Locati