È bastato che Giuseppe Conte scrivesse il 21 agosto su Repubblica che il woke non può essere «l’ossatura ideologica» di una forza progressista perché si levasse, dal campo largo, il consueto coro di sopracciglia aggrottate. Filippo Sensi vi ha visto la spregiudicatezza di chi salta sul dibattito del momento per attaccare una caricatura del Pd; Lia Quartapelle avrebbe preferito un ripensamento sul Superbonus; Simona Malpezzi ha giudicato sbagliato servirsi del woke per parlare di diseguaglianze. Alessandro Alfieri, più conciliante, ha concesso che certi eccessi esistano, ma ha subito ricordato che il Pd parla già di salari, lavoro e sanità. Massimo Giannini ha replicato che «i diritti camminano insieme» e che, in Italia, il vero problema non è il politicamente corretto, bensì lo stato di salute della Repubblica. Tutto legittimo. Resta però il sospetto che si sia risposto con grande zelo a una tesi che Conte non aveva sostenuto, evitando quella che aveva sostenuto davvero. Conte, infatti, non propone di archiviare i diritti civili in uno scantinato, in attesa di tempi economicamente più seri. Nel suo articolo riconosce alla cultura woke di avere affinato l’attenzione verso razzismo, sessismo, discriminazioni e gerarchie simboliche; denuncia semmai il momento in cui questa sensibilità si trasforma in religione morale autosufficiente, capace di distinguere i buoni dai cattivi regolando parole, simboli e microconflitti. La conclusione non è «meno diritti», ma una cosa molto più difficile da confutare: non si combatte una società diseguale «muniti solo di un’agenda morale sui diritti civili», né ragionando soltanto di identità e spazi simbolici. Conte chiude, anzi, chiedendo di tenere insieme riconoscimento e redistribuzione, libertà individuali e sicurezza sociale.
Singolare destino della sinistra italiana. Per anni le è stato rimproverato di occuparsi delle vocali finali mentre sparivano i salari; di conoscere ogni sfumatura dell’identità e molto meno la busta paga; di presidiare i diritti nelle università, nei giornali e nelle Ztl lasciando i lavoratori alle destre. Quando qualcuno riprende quella critica e propone di riportare al centro diseguaglianze, costo della vita e potere economico, ecco che diventa sospetto di diserzione civile. Pare che la questione sociale debba essere invocata di continuo, purché nessuno pretenda di farne davvero il criterio ordinatore della politica. L’innesco scelto da Conte è americano: la battuta «Woke 1 was crazy», rilanciata da Alexandria Ocasio-Cortez citando il consigliere newyorkese Chi Ossé, e la lunga guerra sulla cancel culture. Si può discutere se l’importazione sia necessaria, visto che l’Italia non ha conosciuto gli stessi eccessi statunitensi. Ma Conte non sostiene che Bologna sia diventata Berkeley né che il principale problema dell’operaio di Taranto sia Omero accusato di suprematismo. Usa un caso americano come segnale d’allarme. E non senza ragione: siamo un Paese dalla sorprendente rapidità nel ricevere dall’America le peggiori mode culturali, le più discutibili tecniche politiche e persino le nevrosi, quasi sempre quando lì cominciano già a risultare fuori stagione.
Il cuore del suo intervento sta altrove. Una forza progressista – scrive – dovrebbe affrontare le inquietudini dei sottopagati, degli operai, dei piccoli imprenditori e dei ceti medi senza futuro; la finanziarizzazione che estrae rendite e comprime salari e investimenti; l’asfissia dell’economia reale; il predominio delle Big Tech e il capitalismo della sorveglianza; le politiche salariali, l’equità fiscale, la casa, la sanità e l’istruzione. Si può contestare la genericità di alcune formule, chiedere strumenti più precisi, ricordare a Conte responsabilità e contraddizioni dei suoi governi. Ma sarebbe curioso sostenere che questi non siano precisamente i problemi dei quali una sinistra degna del nome dovrebbe occuparsi. Perché, allora, tanto fastidio? Perché, in mezzo a questo catalogo abbastanza canonico, Conte tocca i fili ad alta tensione. Collega la ricostruzione del welfare alla revisione delle spese militari; denuncia la corsa al riarmo e una deterrenza trasformata in ossessione; propone di sottrarre risorse all’escalation per investirle nel capitale umano e in un nuovo modello di sicurezza sociale. A questo punto il dibattito cessa di riguardare il lessico e investe il bilancio, le alleanze, l’industria militare, i vincoli europei e la collocazione atlantica dell’Italia. Finché si discute di statue, pronomi e presepi, ciascuno può sventolare la propria bandiera e il denaro continua tranquillamente a seguire il proprio corso. Un diritto civile può cambiare concretamente una vita; una guerra culturale, però, può essere combattuta senza spostare un euro né un rapporto di proprietà. Quando si domanda quale costo-opportunità abbia la nuova spesa militare per ospedali, scuole e salari, la conversazione diventa improvvisamente meno elegante.
Non parliamo, del resto, di un’allucinazione pacifista. Il piano europeo ReArm Europe/Readiness 2030 mira a mobilitare fino a 800 miliardi di euro; la Nato ha assunto l’impegno destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla difesa e alla sicurezza. Si può ritenere tutto ciò necessario; si può, come nella Fortezza Bastiani, fare dell’attesa dei Tartari il principio ordinatore delle priorità collettive. Ma allora bisogna dirlo e assumersene il costo politico. Non si può fingere che la scelta sia senza alternative e senza effetti distributivi. Se si apre una corsia di flessibilità finanziaria specificamente destinata alla difesa, si è già stabilita una gerarchia delle priorità: ogni bilancio è una morale scritta in caratteri contabili.
Il Pd, in verità, non è un monolite bellicista. Schlein ha contestato il riarmo nazionale e opposto ad esso il progetto di una difesa comune europea. Ma proprio questa distinzione non è diventata una linea capace di ordinare il partito e, soprattutto, di connettere stabilmente politica estera e questione sociale. Nel voto europeo del marzo 2025 sul testo che accoglieva il piano ReArm, i ventuno eurodeputati democratici si divisero: dieci votarono a favore e undici si astennero. Sul sostegno militare a Kiev, inoltre, il Pd ha rivendicato una linea di continuità, compreso il voto ai decreti per l’invio di armi. Il punto, dunque, non è che a sinistra nessuno pronunci le parole «sanità», «scuola», «salari» o persino «no al riarmo». È che il nesso fra queste parole non diventa il centro di una scelta politica comune: si elencano i bisogni sociali, ma ci si arresta davanti alla domanda su quali priorità militari debbano essere ridimensionate per finanziarli.
Ed è qui che Conte diventa ingombrante. Non perché abbia scoperto la lotta di classe in una lettera estiva, né perché la sua biografia di governo lo renda immune da obiezioni. Diventa ingombrante perché insinua che un programma sociale abbia bisogno non solo di buone intenzioni, ma di una sottrazione concreta di risorse a un altro blocco di interessi. E quel blocco non è un fantasma della cancel culture: è fatto di apparati militari, industrie, impegni internazionali, classi dirigenti europee e rapporti transatlantici. Non occorre immaginare ambasciatori con il telefono rosso o veti vergati con l’inchiostro simpatico. In un Paese strutturalmente inserito nell’Unione europea e nella Nato, l’«affidabilità» di un candidato alla presidenza del Consiglio viene misurata anche sulla continuità delle alleanze e degli impegni di sicurezza. È ragionevole ritenere che chi proponesse una vera inversione di rotta sulla spesa militare sarebbe, per ciò stesso, meno rassicurante per una parte consistente degli establishment europei e statunitensi. Meloni lo ha capito per tempo: il linguaggio antisistema può restare nei comizi; l’atlantismo deve sedere al tavolo del governo. Conte, ponendo il problema inverso, ricorda che la politica sociale non è un’aggiunta domestica alla politica estera: ne paga il conto. Ecco perché è molto più comodo trasformare tutto in una disputa fra woke e anti-woke. Il Pd può difendere i diritti, Conte può reclamare i salari, Renzi può approvare «meno woke e più economia» aggiungendo subito «meno sussidi e più sussidiarietà», la destra può denunciare la dittatura del politicamente corretto: ognuno torna a casa con la propria insegna, e il manovratore non viene disturbato. Il conflitto simbolico divide rumorosamente; quello sulla destinazione delle risorse divide realmente.
La sinistra non deve scegliere fra diritti civili e diritti sociali. Deve semmai chiedersi perché i primi vengano spesso trattati come un universo autosufficiente e i secondi come un elenco di desideri privo di copertura. E deve avere il coraggio di nominare ciò che Conte, con tutti i suoi limiti, ha nominato: non si ricostruisce il welfare accettando come intangibile ogni aumento della spesa militare; non si promettono ospedali, scuole e salari migliori lasciando che l’unica misura della sicurezza diventi la quantità delle armi accumulate, come se prevenzione dei conflitti, diplomazia, cooperazione internazionale e sicurezza reciproca fossero improvvisamente diventate ingenuità per anime belle. Il woke, in questa storia, è il formaggio con le pere: saporito abbastanza da occupare per giorni giornali e televisioni. Il potere delle armi è ciò che non bisogna far sapere alla sinistra, perché potrebbe accorgersi che la vera bestemmia non consiste nel criticare un’agenda identitaria, ma nel domandare chi pagherà il riarmo. E soprattutto chi, grazie al riarmo, continuerà a comandare.
