Attualizzare Genova? Un’esperienza

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Luglio è, per me, un mese di bilanci, sebbene Gramsci invitasse a evitarli: il tempo passa, il caldo aumenta, di anni ne ho quasi 38. Carlo invece ne ha sempre 23, i motivi per cui tra il 1999 e il 2001 sono state attraversate le piazze del mondo rimangono tutti lì di fronte a noi, quotidiani e intensificati, le proposte alternative più valide che mai, persino ovvie considerando le condizioni attuali. Continuo a chiedermi cosa potremmo fare di più e meglio per evitare che, come ci ricorda un murales , qualcuno debba fare tutto, per vivere una memoria quotidiana, presente, autentica non solo di quei giorni di luglio, ma di quel movimento globale, una memoria attualizzata e degna di quelle vite e di quei corpi. Anche per questo continuo ad apprezzare che il Comitato Piazza Carlo Giuliani, ogni anno, non si perda nel lutto, ma continui con determinazione a farsi canale di quel metodo, basato su una radicalità internazionalista e sistemica, e di quelle proposte irrinunciabili e strettamente intrecciate che porterebbero, a volerle praticare, verso altri mondi possibili e di certo migliori in quanto a giustizia sociale ed economica.

Ancora quest’anno, a venticinque anni di distanza dal G8 2001 e ventitré anni dopo l’archiviazione del processo per l’omicidio di Carlo Giuliani, le iniziative promosse a Genova cercano di collegare il passato e il presente, evidenziando, senza lasciarsi ingabbiare da approcci emergenziali, le linee di connessione come avviene ad esempio nel volume Perché c’eravamo perché ci siamo ancora ( Roma, Red Star Press, 2026) curato dal Comitato Piazza Carlo Giuliani stesso. Qui pratiche e discorsi di pace si pongono in alternativa alle retoriche belligeranti che pervadono ormai le scuole e le università, una pace che non significhi negazione del conflitto sociale, come vorrebbero i decreti sicurezza, ma che, al contrario, è possibile realizzare proprio in concomitanza con la giustizia e con un’interconnessione consapevole e costante tra locale e globale, tra personale e politico, tra i prodotti che consumiamo e i genocidi colonialisti che vi si celano.

Per quanto riguarda i riverberi del racconto di Genova 2001 sui movimenti di oggi e sulle possibili attualizzazioni delle esperienze e delle tematiche di allora, non so se per ragioni anagrafiche e per i ritmi personali della vita, mi sento in una posizione liminale dalla quale posso apprezzare l’impegno dei movimenti e delle persone che li animano, ma non sento di potermi esprimere sugli effetti che la memoria del G8 2001 produce al loro interno, a meno di non sovradeterminarli. Rischierei di parlare di me stessa, ma con la presunzione dei discorsi assolutizzanti; dunque per cercare di rispondere alla domanda, racconto cosa è stato per me, e per la piccolissima porzione della mia generazione che ho conosciuto, ovvero i miei amici e i miei compagni di scuola, il confronto con il racconto di Genova 2001.

Quando ho raggiunto la prima volta le iniziative del Comitato Piazza Carlo Giuliani e del Comitato Verità e Giustizia per Genova era il 2006 e stavo per compiere diciotto anni. Nel luglio 2001 di anni ne avevo quasi tredici e, di fronte alle immagini del telegiornale, ricordo di aver provato una sensazione di stordimento: le proposte del movimento dei movimenti mi erano state trasmesse attraverso i loro aspetti più creativi e quotidiani, come il consumo consapevole del commercio equo e solidale, il riciclo e la sobrietà che si prefiggevano altri modelli di sviluppo. Sapevo che le contestazioni di fine anni ’90 e inizio 2000 erano state accompagnate da incontri in cui si praticavano forme di democrazia partecipativa e assembleare, come i social forum, da cui nascevano proposte concrete, locali e globali, per altri mondi possibili che tenessero conto delle esigenze e dei contesti di ogni persona e di ogni latitudine. Il 20 luglio 2001, per la prima volta rispetto alla mia vita, ho assistito dal televisore di casa alla violenza del liberismo all’interno dei confini del cosiddetto primo mondo, quello che tende a porsi come difensore dei diritti umani, universali, liberali, democratici. Più tardi avrei imparato a considerare quella violenza secondo un’analisi intersezionale e sistemica, ma già allora, mi appariva come un nuovo colonialismo, interno e esterno al tempo stesso, che selezionava non solo le classi economiche, ma i pensieri, i gesti, le emozioni, gli incontri.

L’omicidio di Carlo, le torture della scuola Diaz e della caserma Bolzaneto – così come quelle meno note della caserma Forte San Giuliano o altre del tutto simili (raccontate, per esempio, da E. Bartesaghi in Genova: il posto sbagliato. La Diaz, Bolzaneto, il carcere. Diario di una madre [Nonluoghi libere edizioni, 2004] e da P. Fornaciari in Tre giorni di qualche anno fa [Altraeconomia e Terre di Mezzo, 2008], entrambi consultabili gratuitamente https://www.veritagiustizia.it/altro/libri.php) –, le aggressioni in strada con strumenti fuori ordinanza o con dispositivi autorizzati come i manganelli tonfa, spesso usati al contrario, i gas lacrimogeni CS che rilasciano nei corpi indelebili tracce di cianuro (E. Magnone ed E. Mangini, La sindrome di Genova. Lacrimogeni e repressione chimica, Fratelli Frilli, 2002), questo lungo, eppure troppo breve e parziale, elenco non ha fatto sbiadire nella mia percezione, né in quella dei coetanei che ho conosciuto nel corso degli anni, la ricchezza di quel movimento, l’unione profonda di metodo e contenuti, la volontà di incontrarsi nonostante e attraverso le differenze, la capacità di mettere in discussione concretamente la proprietà, da quella della terra e dei corpi a quella delle piattaforme informatiche e della comunicazione come nel caso di Indymedia.

Ricordo il ritorno a scuola, a settembre 2001, proprio come il momento degli incontri, del consolidamento delle amicizie: trascorrevamo ore a documentarci, proprio perché a compagni di classe, familiari e conoscenti che ci chiedevano conto dell’innocuità dei manifestanti invitandoci a considerarne la colpevolezza, cercavamo di rispondere raccontando perché quelle persone avessero raggiunto Genova, anziché andare in vacanza durante un’estate torrida. Informarci, dunque, non era un modo per rimanere ancorati a una dimensione traumatica e vittimizzante (V. Callieri, È così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, Feltrinelli, 2021), al contrario, rappresentava una strada per comprendere come, persino in frangenti così dolorosi e complessi, gli oppressi potessero autorappresentarsi, autodeterminarsi e scrivere pagine della storia politica e giuridica degli anni a cavallo tra il 1900 e il 2000.

Così, insieme a quelli che sarebbero rimasti i miei amici più stretti, ho conosciuto le sezioni dei siti internet (https://piazzacarlogiuliani.it/ e https://www.veritagiustizia.it/) dei due comitati fondati per non sottostare al silenzio e, al contrario, produrre e lasciare tracce giuridiche, politiche, ormai anche storiche. Accanto a loro Indymedia, Reti-Invisibili, Supporto Legale, Peace Link, fino a che non ho deciso di uscire dallo schermo, salire su un treno e raggiungere Genova città. Nonostante fossero ancora in corso i processi per le torture della Diaz e Bolzaneto (anche se fino al 2017 il reato di tortura non esisteva nel nostro codice penale) e quello per i dieci manifestanti accusati di devastazione e saccheggio (si noti che alcuni manifestanti sono stati accusati di compartecipazione psichica, ovvero una sorta di supporto ideale alle azioni compiute presupposto per il fatto di non essere intervenuti attivamente per inibirle), ogni anno i due comitati proponevano incontri e dibattiti sui temi al centro delle analisi e delle pratiche del movimento altermondialista: sistema fiscale, indebitamenti e sviluppismi, previdenza sociale welfare e spesa pubblica, confini diversi per le merci e le persone, sistemi di oppressione e repressione, ma anche vie di liberazione, proposte per altre relazioni tra umani ed ecosistemi.

Per questo il racconto di Genova, per me, è stato un racconto liberatorio, un profondo insegnamento su come supportarsi reciprocamene e su come ribaltare, insieme, una narrazione distorta che vorrebbe rendere gli oppressi colpevoli dell’oppressione.

 

Gli autori

Ilaria Bracaglia

Ilaria Bracaglia è laureata in antropologia con una tesi sul G8 2001. Proseguendo la ricerca ha conseguito un dottorato in storia. Lavora come insegnante e fa parte, dal 2019, del Comitato Piazza Carlo Giuliani.

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