Come contrastare la “Questione Hitler”

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I sostenitori della guerra e della militarizzazione fanno spesso riferimento alla memoria collettiva di Hitler e della Seconda guerra mondiale per sostenere che ci troviamo oggi in una situazione simile. Che si tratti di Saddam Hussein nel 2003, di al-Qaeda durante la “guerra al terrorismo”, della Guida Suprema dell’Iran nel 2017 o di Putin dal 2022, un espediente classico consiste nel paragonare i leader nemici ai nazisti. Alla vigilia della guerra contro l’Iran di febbraio, il senatore repubblicano Lindsey Graham ha paragonato i leader religiosi iraniani a Hitler e ha sostenuto la necessità di un mutamento di regime con ogni mezzo. Di lì a poco Hitler è stato invocato di nuovo per giustificare l’ennesima guerra o un’ulteriore militarizzazione. Come possono coloro che provano inquietudine di fronte alla guerra e al militarismo prepararsi a contrastare tali argomentazioni?

La “domanda a proposito di Hitler” – cosa faresti se dovessi affrontare l’aggressione nazista? – è stata a lungo utilizzata come argomento retorico contro il pacifismo e la nonviolenza. Di solito viene posta come una trappola. Se i pacifisti ammettono che la violenza potrebbe essere necessaria, i loro principi si rivelano privi di fondamento. Se invece rifiutano la violenza anche in quel caso, vengono dipinti come ingenui o moralmente indifferenti. A un esame più attento, tuttavia, risulta che questa impostazione si basa su presupposti fragili e semplificazioni discutibili. Anche di fronte a una sfida seria come la “questione Hitler”, il pacifismo e la nonviolenza offrono spunti di riflessione ben più seri e pratici di quanto solitamente si riconosca. Come ho approfondito in un recente articolo pubblicato su una rivista accademica, esistono dieci modi in cui è possibile mettere in discussione i presupposti convenzionali alla base della “questione Hitler”.

La resistenza ai nazisti.

Innanzitutto, per quanto riguarda il contesto storico specifico della questione nazista, inquadrare la questione paragonando la crisi del 1939 con la guerra in corso o imminente, significa aggirare o ignorare i decenni di scelte politiche, violenza strutturale e opportunità mancate che hanno reso quella crisi così acuta. Dagli accordi punitivi dopo la Prima guerra mondiale, alla reazione nazionalista e alle più ampie ripercussioni del crollo economico del 1929, fino alle rivalità imperiali e alla politica militarizzata in tutta Europa, sono state prese decisioni e sono state scelte determinate strade. In primo luogo, scelte diverse avrebbero potuto impedire l’ascesa del nazismo. La crisi del 1939 non fu causata dal pacifismo, ma da decenni di violenza e militarismo che contribuirono a creare le condizioni da cui Hitler trasse vantaggio.

In secondo luogo, anche ammettendo che la guerra abbia in ultima analisi contribuito alla sconfitta della Germania nazista, una descrizione onesta dovrebbe includere un’analisi più critica di ciò che la violenza ha ottenuto e non ha ottenuto. La forza militare non ha impedito l’ascesa di Hitler, né ha fermato la prima espansione del potere nazista. La guerra non ha nemmeno protetto gli ebrei d’Europa dal genocidio; anzi, l’Olocausto si è intensificato sotto la copertura e la brutalità delle condizioni belliche. Né lo sforzo bellico degli Alleati era motivato principalmente dal desiderio di fermare il genocidio. Le priorità strategiche si concentravano sulla competizione territoriale e politica, e spesso non venivano colte le opportunità di interrompere il meccanismo dello sterminio di massa. Ciò complica la narrazione diffusa della Seconda Guerra Mondiale come un trionfo morale inequivocabile. Gli stessi Stati che sconfissero Hitler tollerarono o ignorarono altre atrocità prima e dopo la guerra (Gaza ne è un esempio recente). Inoltre, il conflitto stesso ha comportato ingenti perdite tra i civili, bombardamenti indiscriminati e forme di punizione collettiva che rendono confusa la linea di demarcazione tra giustizia e distruzione. La guerra avrà anche abbattuto il regime nazista, ma lo ha fatto a un costo umano enorme e senza sradicare le ideologie sottostanti del fascismo e del militarismo, che persistono in varie forme, sono state particolarmente rafforzate e sono diventate minacciose negli ultimi anni.

In terzo luogo, la resistenza violenta non fu l’unica forma di opposizione che alla fine sconfisse i nazisti. Anche la resistenza non violenta diede il proprio contributo. In tutta l’Europa occupata, la gente comune e le istituzioni si impegnarono in atti di sfida civile, tra cui scioperi, ostruzionismo burocratico, pubblicazioni clandestine, boicottaggi scolastici e reti che nascondevano e proteggevano gli ebrei (L’opera di Jacques Semelin a cui si riferisce questo passaggio è apparsa per la prima volta in Francia nel 1951 e in traduzione italiana con il titolo Senz’armi di fronte a Hitler, nel 1993 e nel 2013 per le edizioni Sonda). In paesi come la Danimarca e la Bulgaria, la solidarietà pubblica contribuì a salvare un gran numero di vite tra gli ebrei. Anche all’interno della Germania, proteste come la manifestazione di Rosenstrasse, quando le mogli non ebree ottennero il rilascio dei loro mariti ebrei, costrinsero il regime a fare concessioni (Per inciso, esempi di resistenza e difesa nonviolenta si possono trovare anche nell’attuale guerra in Ucraina). Questi sforzi erano raramente coordinati su larga scala e non sconfissero il nazismo da soli. Ma il loro contributo mette in discussione l’idea che la nonviolenza fosse assente o irrilevante. Tali esempi, tuttavia, erano anche in gran parte spontanei (come lo sono stati in Ucraina dal 2022). Le popolazioni che hanno resistito in modo nonviolento non hanno beneficiato di una formazione sistematica e di investimenti in tali metodi. Eppure, proprio come il successo militare dipende dall’addestramento, dalle risorse e dal coordinamento, così anche l’efficacia della resistenza nonviolenta (si veda anche l’articolo di George Lakey pubblicato in Waging Nonviolence il 26 febbraio 2022).

In quarto luogo, come dimostrano numerosi studi recenti e centinaia di esempi, la nonviolenza opera in modo diverso dalla violenza. Anziché cercare di sopraffare fisicamente un avversario, mira a minare le fondamenta sociali e politiche del suo potere. I regimi autoritari – anche quelli più brutali – dipendono dall’obbedienza, dalla legittimità e dalla partecipazione della gente comune. Quando queste forme di sostegno vengono meno, la capacità del regime di funzionare è compromessa. La resistenza nonviolenta può anche creare quello che spesso viene chiamato un “effetto boomerang”, mettendo a nudo l’ingiustizia della repressione e rivoltandola contro l’oppressore attraverso la mobilitazione dell’opinione pubblica. Persino il regime nazista non era immune da queste dinamiche. Prestava attenzione allo stato d’animo collettivo e adeguava le politiche quando le reazioni negative minacciavano la stabilità. La visibilità della violenza era importante: dopo la brutalità della Notte dei cristalli, ampiamente condannata, le politiche antisemite furono attuate in modo più discreto. Le autorità naziste fecero di tutto per nascondere alla vista del pubblico gli aspetti pratici della “soluzione finale”. Laddove le comunità ebraiche erano meno isolate e godevano di una più ampia solidarietà, come in Danimarca e in Bulgaria, i tassi di sopravvivenza erano più alti. Questi esempi suggeriscono che l’opinione pubblica e i legami sociali non erano irrilevanti, nemmeno sotto un regime totalitario.

In quinto luogo, la Seconda guerra mondiale viene spesso ricordata come una guerra contro “i tedeschi”, una guerra totale che ha messo intere popolazioni l’una contro l’altra, come se tutti i tedeschi fossero ugualmente colpevoli. Ciò oscura il fatto che anche molti tedeschi non nazisti furono vittime del nazismo, come civili, coscritti e dissidenti. Il conflitto militare tende a trasformare intere nazioni in nemici. La guerra disumanizza, rafforzando identità binarie e legittimando la distruzione su larga scala (come illustra fin troppo chiaramente il genocidio a Gaza). Il pacifismo e la nonviolenza, al contrario, insistono nel riconoscere l’umanità di tutte le persone coinvolte, anche mentre si resiste all’ingiustizia.

Resistere alla guerra

Al di là delle specificità del contesto nazista, vale la pena mettere in discussione anche alcuni dei presupposti con cui viene solitamente affrontata la “questione Hitler”. Anche in questo caso emergono cinque punti che mettono in discussione la visione convenzionale.

In primo luogo, il pacifismo è spesso oggetto di esagerazioni caricaturali e fraintendimenti. Ad esempio, si presume spesso che il pacifismo sia una dottrina unica e assolutista che rifiuta ogni forma di violenza in qualsiasi circostanza. Eppure, il pensiero pacifista è variegato. Alcune correnti sono basate su principi, altre sono pragmatiche; alcune si oppongono a ogni guerra, mentre altre sostengono che la guerra moderna in particolare – specialmente nell’era nucleare – sia troppo distruttiva per essere giustificata. Molti pacifisti si confrontano profondamente con questioni di strategia, efficacia e responsabilità politica. Un altro malinteso è che il pacifismo equivalga a passività. Al contrario, l’azione nonviolenta comporta spesso rischio, sconvolgimento e coraggio. Può includere scioperi, disobbedienza civile, boicottaggi e altre forme di resistenza attiva che sfidano direttamente le strutture di potere. Lungi dall’essere passive, tali azioni richiedono spesso una notevole organizzazione e sacrificio personale.

In secondo luogo, la nonviolenza è più efficace di quanto i suoi detrattori spesso sembrino supporre. Gli studi hanno dimostrato che le campagne non violente hanno storicamente avuto più successo di quelle violente, anche contro regimi autoritari, e che tendono a produrre risultati più democratici e stabili. Sebbene questi risultati abbiano suscitato un certo dibattito e certamente non garantiscano il successo in ogni caso, essi mettono in discussione il presupposto secondo cui la violenza sia intrinsecamente più efficace.

Vero è che non esiste un chiaro esempio storico di una società che sia riuscita a difendersi con successo da un’invasione su vasta scala ricorrendo esclusivamente a metodi non violenti. Tuttavia, si possono trovare casi di resistenza civile all’occupazione e al regime autoritario, il che suggerisce che la difesa non violenta potrebbe fungere da estensione di tali pratiche. L’idea di una “difesa basata sui civili” implica l’impegno a preparare intere popolazioni a resistere attraverso la non cooperazione, rendendo l’occupazione difficile o insostenibile. Questo approccio non è mai stato implementato in modo sistematico, il che rende difficile valutarlo, ma il suo potenziale non può essere liquidato a priori.

In terzo luogo, non va trascurato nemmeno l’impatto “costitutivo” della guerra. La violenza, anche quando è efficace, non si limita a raggiungere degli obiettivi, ma rimodella le società (come è evidente nei paesi colpiti dalla guerra in Ucraina, nonché in Israele e Palestina). La guerra rafforza le istituzioni militarizzate, normalizza la gerarchia e coltiva culture più inclini ad accettare la violenza. Lascia profonde cicatrici psicologiche e sociali e spesso alimenta conflitti futuri. I sistemi economici e politici costruiti per sostenere la guerra – industrie degli armamenti, alleanze militari, infrastrutture di sicurezza – assumono una vita propria. Questo solleva un altro tipo di domanda: non solo se la violenza possa sconfiggere un nemico specifico, ma che tipo di mondo crei nel processo. Se la guerra favorisce proprio quelle condizioni — militarismo, disumanizzazione, autoritarismo — che rendono possibili regimi come la Germania nazista, allora fare affidamento su di essa come soluzione potrebbe rivelarsi controproducente.

In quarto luogo, è discutibile anche l’ipotesi che la violenza possa essere controllata. La guerra viene spesso immaginata come uno strumento preciso, ma nella pratica è caotica e imprevedibile. Si intensifica, genera conseguenze indesiderate e spesso va oltre le intenzioni di chi la scatena, come stiamo vedendo con la guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Le vittime civili, la distruzione ambientale e l’instabilità a lungo termine non sono anomalie, ma caratteristiche ricorrenti. Una volta scatenata, la violenza è difficile da contenere.

Quinto, vale la pena riflettere sugli usi culturali e politici della “questione Hitler”. Spesso viene invocata non solo nei dibattiti storici ma anche nei conflitti contemporanei, quando di volta in volta il leader nemico viene ricorrentemente dipinto come “un altro Hitler” per giustificare l’ennesimo intervento militare. Questa impostazione semplifica situazioni complesse e incoraggia una narrazione morale in cui la violenza appare come l’unica scelta responsabile. Essa, inoltre riflette una prospettiva particolare, radicata nelle esperienze occidentali e nelle memorie dominanti della Seconda guerra mondiale, che oscura altre storie e punti di vista, come quelli degli obiettori di coscienza, dei dissidenti, delle donne, delle minoranze o dei popoli colonizzati. Di conseguenza, si ripropone una visione idealizzata della guerra come momento di lotta eroica e ipermascolina contro il male, in cui la violenza è deplorevole ma necessaria. Questa narrazione trascura le conseguenze più ampie della guerra e le voci di coloro che ne subiscono i costi in modo più diretto: i civili, le comunità emarginate e chi si trova al di fuori dei centri di potere.

Tutto ciò non significa che la nonviolenza avrebbe sicuramente fermato Hitler o che tutte le guerre siano evitabili. Quello che intendo dire, tuttavia, è che la “questione Hitler” non è un argomento così decisivo contro il pacifismo e a favore della prossima guerra come spesso sembrano pensare coloro che la pongono. Esaminandone i presupposti e rivisitando i dati storici, la scelta tra violenza e non violenza emerge come più complessa di quanto la questione tenda a far credere. Il pacifismo e la nonviolenza non offrono un semplice rifiuto della forza, ma una serie di strumenti critici per riflettere sul potere, sulla resistenza e sulle conseguenze a lungo termine dell’azione politica. In un mondo in cui le richieste di guerra continuano a essere giustificate invocando minacce esistenziali e urgenze morali, i sostenitori del pacifismo e della nonviolenza non dovrebbero sentirsi disarmati dalla “questione Hitler”. La sfida non è fornire risposte facili, ma ampliare il dibattito: considerare alternative, mettere in discussione i presupposti e invitare a prendere sul serio la possibilità che resistere alla violenza non richieda sempre un ricorso maggiore ad essa.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione, dal sito Comune-info

La traduzione è di Bruna Bianchi

Gli autori

Alexandre Christoyannopoulos

Alexandre Christoyannopoulos, studioso del pensiero della nonviolenza, è docente di scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università di Loughborough, nonché caporedattore della rivista Pacifism and Nonviolence.

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One Comment on “Come contrastare la “Questione Hitler””

  1. Non credo sia fuori luogo affiancare la “Questione Netanyahu”. La “domanda a proposito di Israele” – cosa faresti se dovessi affrontare l’aggressione sionista? non è un’ipotesi di scuola ma la terrificante realtà di oggi. Tutti sanno benissimo che una soluzione nonviolenta ci sarebbe: isolare Israele! A cominciare dal commercio di armamenti. L’obiezione sarebbe certamente che gli Stati Uniti basterebbero da soli a rifornire Israele nel portare a termine il genocidio. Ma è un’obiezione fallace perché nemmeno la complicità USA riuscirebbe da sola a tenere in piedi il mostro che è oggi Israele. Se infatti l’Europa applicasse un ampio spettro di sanzioni economiche, finanziarie e commerciali (l’UE è il primo partner commerciale di Israele. Il volume degli scambi tra i due blocchi supera i 42 miliardi di euro annui) il mostro andrebbe in asfissia. Senza contare che l’Europa sarebbe certamente seguita da moltissimi altri Stati. Ma l’Europa preferisce, al pari degli USA, essere complice, dal momento che nemmeno dopo più di due anni di atrocità si è azzardata e emettere una sola significativa sanzione. Personalmente sono arrivato al paradosso di affidarmi ai missili iraniani, e molti con me, ne sono certo. Mi sento in colpa? No! La colpa è tutta da ascrivere all’inetta Europa che, anzi, rilancia per un ormai nemmeno dissimulato conflitto con la Russia.

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