Per un 2 giugno democratico e anti-militarista

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Eccoci, di nuovo, al 2 giugno. Una ricorrenza che negli ultimi anni – in particolare da quando si è insediata a Palazzo Chigi una Presidente del Consiglio che non nasconde la propria vicinanza ideologica e culturale al MSI – ha assunto una rilevanza nuova. Ricordiamo e celebriamo in questo giorno il referendum costituzionale con il quale, 80 anni fa, i cittadini (e, per la prima volta, anche le cittadine!) hanno mandato a casa una monarchia e un re vergognosamente complici del fascismo e hanno eletto l’assemblea che ci ha regalato una Costituzione antifascista in ogni suo articolo. Una Costituzione che, dopo avere superato (quasi) indenne reiterati tentativi di stravolgerla e di sfigurarne l’impianto, è ancora oggi la nostra bussola.

Il 2 giugno del ’46 i votanti sfiorarono il 90% degli aventi diritto, una percentuale che oggi ha dell’incredibile. Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Con un eufemismo, possiamo dire che viviamo una fase di stanchezza democratica, che si traduce in percentuali di partecipazione al voto sempre più esigue, in tutti i tipi di elezione. L’ultima tornata di amministrative, pochi giorni fa, ha segnato un nuovo record al ribasso, con una perdita di quasi 5 punti percentuali rispetto alle consultazioni precedenti (da 64,9% a 60,1%). Se la china discendente dovesse proseguire e consolidarsi, rischiamo di precipitare in pochi anni al di sotto della soglia del 50%, già oltrepassata alle ultime europee, che certificherebbe matematicamente la morte della democrazia e la sua trasformazione in oligarchia (alla lettera, “governo dei pochi”). Nel commentare simili dati si è soliti deprecare la caduta generalizzata di senso civico, il qualunquismo, l’indifferenza, la protesta che si esprime in forme inconcludenti e rinunciatarie. Eppure questa tornata di amministrative, che sembra avere lasciato fredde in particolare le nuove generazioni, arriva poco tempo dopo una consultazione referendaria a cui i giovani hanno partecipato, eccome, contribuendo in buona misura alla vittoria del “no”.

Il referendum del 22 e 23 marzo si era, nel corso dei mesi, caricato di molteplici significati, ma fondamentalmente riguardava la difesa della Costituzione. Se il risultato fosse stato diverso, non avremmo potuto continuare a celebrare la festa della Repubblica antifascista, nata dalla Resistenza, ma avremmo dovuto prendere atto della nascita di una “terza” repubblica, tenuta a battesimo dagli eredi di una tradizione politica che, non avendo partecipato alla stesura della Carta del ’48, avrebbe così celebrato la sua rivincita. Se il risultato fosse stato diverso – e ringraziamo di nuovo la “generazione Gaza” se non lo è stato – avrebbe molto probabilmente ripreso il suo iter parlamentare una riforma costituzionale ancora più pericolosa di quella appena sventata: il premierato. L’idea dell’elezione diretta del capo dell’esecutivo è da sempre nel dna della destra, in particolare quella erede del fascismo. Giorgio Almirante, commemorato con grande enfasi e partecipazione da Giogia Meloni solo pochi giorni fa, il primo giorno di ogni legislatura depositava una proposta di legge costituzionale per l’introduzione del presidenzialismo. Ma l’elezione diretta del premier prevista dal disegno di legge costituzionale approvato in prima lettura al Senato è ancora più sbilanciata a favore dell’esecutivo di quanto non siano i classici modelli presidenziali. Se negli Stati Uniti è possibile che il Presidente sia privo di una solida maggioranza al Congresso al momento dell’elezione o possa perderla nelle consultazioni di metà mandato, come tutti oggi ci auguriamo che avvenga, nulla di simile potrebbe accadere con il premierato in salsa italica. Congegnata in modo da attribuire automaticamente una maggioranza assoluta di parlamentari al premier eletto, questa riforma avrebbe l’effetto di esautorare definitivamente l’assemblea legislativa, degradandola a camera di registrazione della volontà dell’esecutivo. Con tanti saluti anche alla divisione dei poteri, perché la maggioranza gonfiata dal premio consentirebbe al governo di ottenere facilmente il controllo degli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, giudici costituzionali, Csm. Destinati, tutti, a cadere nell’orbita dell’esecutivo.

Scampato il pericolo, dobbiamo essere consapevoli che sono in atto tentativi di ottenere gli stessi risultati in modo più subdolo e obliquo, attraverso la legislazione ordinaria. Si pensi al regionalismo differenziato, smontato, ma non definitivamente fermato, dalla Corte costituzionale. Ma si pensi soprattutto al progetto, per il momento fallito, di trasformare il nostro sistema in un “premierato assoluto” (formula coniata da Leopoldo Elia in altre circostanze, che ben si presta a descrivere la “madre di tutte le riforme” meloniana). L’investitura diretta del capo del governo e l’ulteriore rafforzamento dei suoi poteri rispuntano oggi nella proposta di legge elettorale della destra, i cui punti qualificanti sono il premio di maggioranza alla coalizione più votata e l’indicazione del nome del candidato Presidente del Consiglio sulla scheda elettorale. Un vero e proprio sfregio al modello parlamentare previsto dalla Costituzione, in cui la designazione del Presidente del Consiglio spetta al Capo dello Stato, previa consultazione dei gruppi parlamentari. È troppo pretendere che la sinistra eviti di inseguire la destra (anche) su questo terreno, astenendosi – per parte sua – dal celebrare primarie per individuare il leader “che si candida alla guida del paese”? Se vogliamo che la festa della Repubblica non si riduca a vuota celebrazione di un modello di democrazia da tutti sconfessato e tradito, si spera che l’appello contro le primarie formulato da un nutrito gruppo di intellettuali trovi ascolto (https://www.libertaegiustizia.it/2026/05/05/contro-le-primarie-per-lunita-dellopposizione/).

Ma la festa del 2 giugno cade, oggi, in un momento in cui un ulteriore pilastro della Repubblica traballa. Proprio perché avevano conosciuto la tragedia della guerra, i padri e le madri costituenti hanno inserito nella prima parte della Costituzione il principio pacifista. Dell’art. 11, oggi, la nostra classe politica sembra essersi dimenticata. La corsa dissennata al riarmo, in ossequio ai desiderata di Trump e della Nato, o in nome di una presunta necessità di difesa europea, trova i suoi cantori in chi torna a esaltare la bellezza della guerra e lo speciale legame che intratterrebbe con la civiltà. «Nell’orrore della guerra – scrive G. Sadun Bordoni, citando Burckhardt, – emergono anche la forza di un popolo e di una civiltà: “soltanto nella guerra, nella lotta agonistica contro altri popoli, un popolo impara realmente a conoscere tutta la sua energia come nazione, perché soltanto allora esso sussiste”: è una verità che vale per i greci del V secolo a. C., come per gli italiani del XX e per gli ucraini del XXI secolo» (Guerra e natura umana. Le radici del disordine mondiale, il Mulino, Bologna 2025, p. 43). Sembra di risentire le parole dei professori di liceo che, dalle retrovie, istigavano Eric Maria Remarque e i suoi compagni a offrirsi volontari per partecipare alla grande macelleria della Prima guerra mondiale… Di fronte a simile deliri e all’esaltazione nazionalistica che accompagnerà anche quest’anno le celebrazioni ufficiali del 2 giugno, con la parata militare e l’esibizione delle Frecce tricolore lungo i Fori imperiali, è necessario ricordare, e scandire forte in tutte le occasioni (come ha fatto una meritoria campagna di Emergency rivolta alle scuole), che l’Italia “ripudia la guerra” non solo come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E accetta le “limitazioni della sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Il che significa che sta, deve stare, dalla parte dell’ONU e del diritto internazionale, anche quando a violarlo sono i suoi alleati.

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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