Diritto di voto e percorsi di emancipazione femminile

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I volti sereni e sorridenti delle donne che stanno inserendo le schede nelle urne per l’elezione dei componenti dell’Assemblea Costituente e per il referendum fra monarchia e repubblica sono divenuti il simbolo di una data storica. Il 2 giugno 1946, ottanta anni fa, in Italia si raggiungeva una delle principali tappe dell’emancipazione femminile: il diritto di votare e di essere votate. Per raggiungere quel traguardo le donne italiane avevano incontrato seri ostacoli e combattuto molte impegnative battaglie.

Il primo ostacolo: l’autorizzazione maritale, istituto previsto dal Codice civile del 1865, che sottoponeva le cittadine italiane sposate a una forte subordinazione giuridica nei confronti del marito e i cui effetti si estendevano in realtà all’intero genere femminile, rendendo pressoché impossibile, tra l’altro, l’esercizio delle professioni e dell’attività imprenditoriale. Si erano più volte invocate, per giustificare le norme discriminatorie, le differenze naturali insite nel genere umano, sottolineando la necessità di relegare la parte femminile della società nel riserbo delle mura domestiche. La Prima Guerra mondiale aveva poi modificato profondamente e drammaticamente la divisione dei ruoli e le donne avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, nei trasporti, nei campi. Il ruolo svolto nel conflitto costituì una delle ragioni principali per l’approvazione, nel 1919, della legge Sacchi, con cui l’istituto dell’autorizzazione maritale era abolito. In realtà non tutte le porte venivano aperte, perché il Regolamento esecutivo del 1920 si incaricò di prevedere serie limitazioni, che avrebbero richiesto decenni per essere rimosse.

La situazione era destinata a peggiorare con l’avvento del fascismo che impose un modello di famiglia che richiedeva, anche con provvedimenti normativi, l’allontanamento delle donne dalla vita lavorativa e ne esaltava il ruolo di mogli e di madri. Il diritto di voto era sempre più irraggiungibile e, d’altra parte, ormai si era trasformato in una farsa istituzionale e aveva perso significato anche per gli uomini. Fu necessario attendere la caduta del fascismo e la fine della Seconda Guerra mondiale per riprendere con nuovo slancio la battaglia per l’affermazione dei diritti del genere femminile.

Con il voto del 1946 – anno in cui si svolsero anche le elezioni amministrative – le donne consegnarono alle urne la speranza di realizzare una società più giusta, per la quale molte di loro avevano combattuto durante la Resistenza. Il significato della presenza delle donne nella vita pubblica trovò conferma nel lavoro svolto dalle deputate elette all’Assemblea costituente. Erano 21 su 556 componenti, ma la qualità del loro impegno è testimoniata, in particolare, dalle battaglie combattute insieme per l’affermazione della parità sul lavoro e nella famiglia e per la tutela della maternità e dell’infanzia.

La Costituzione costituì certamente la base di tutte le successive lotte femminili, ma la realizzazione di molte sue parti incontrò rilevanti ostacoli. Per anni sembrò quasi che l’attuazione del testo fondamentale fosse stata “congelata”. Per citare un solo esempio: la riforma del diritto di famiglia fu introdotta in Italia con la legge 19 maggio 1975, n. 151, ventisette anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Anche la presenza delle donne nei principali ruoli istituzionali aumentò molto lentamente nel periodo 1948-1972.

Ci sono voluti decenni per passare dal 4,99% della I legislatura al 33,83% raggiunto dalle donne nell’attuale XIX legislatura. E ci sono volute anche le “quote di genere” previste dalla legge elettorale 3 novembre 2017, n.165, che devono essere considerate una misura parziale e temporanea per cercare di superare le difficoltà che incontrano le donne nell’accedere al Parlamento e nello sfondare il famoso ‘tetto di cristallo’.

Non è possibile affrontare qui compiutamente il tema. Però, dopo aver cercato di dare risalto ad alcuni passaggi fondamentali dell’emancipazione femminile in Italia, è bene fare qualche considerazione conclusiva. In Italia il tasso di occupazione femminile è del 53,3% contro una media dell’Unione Europea pari al 66,2%; la forbice fra gli occupati dei due sessi è del 17,8%, uno dei più alti fra i paesi considerati; le donne sono spesso impiegate nel part-time, in lavori precari e meno retribuiti. La maggior parte del lavoro di cura, in un paese che invecchia, continua a ricadere sulle loro spalle. Senza trasformazioni strutturali e profonde della nostra società è difficile pensare alla formazione di un’ampia classe dirigente femminile nella vita politica. Il percorso da compiere è scritto nella Costituzione, nei principi fondamentali e, in particolare, negli articoli che riguardano i rapporti etico-sociali e i rapporti economici. La loro attuazione è la strada per cercare di ridurre tutte le disuguaglianze, anche quelle di genere, e per costruire, come ha scritto Italo Calvino «una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto ché di queste non ce ne sono».

A questi temi è dedicata la TALPA qui proposta (anche per intero in pdf)

SOMMARIO

I. In principio c’era l’autorizzazione maritale
1. L’esclusione come normalità fino al 1919
2. Una storia esemplare. Allontanate e dimenticate: quattro donne escluse da un’impresa familiare con l’autorizzazione dei mariti

II. Votare ed essere votate
1. Le ultime tappe di un lungo percorso: dal 1° febbraio 1945 al 10 marzo 1946
2. Un gruppo qualificato e attivo: le ventuno donne dell’Assemblea costituente

III. Oggi in Parlamento: un terzo può bastare?
1. La presenza delle donne nel Parlamento italiano dal 1948 al 2022
2. Le norme sulla tutela della parità di genere in Parlamento e la loro efficacia

(In homepage: 1946, donne al seggio. Foto di repertorio)

Gli autori

Maria Chiara Acciarini

Maria Chiara Acciarini è stata insegnante e preside in una scuola media superiore e ha fatto parte della segreteria della CGIL Scuola di Torino. È stata consigliera comunale di Torino e, poi, deputata e senatrice in rappresentanza dei Democratici di Sinistra, che ha lasciato nel 2007. Ha scritto tra l’altro, con Alba Sasso, il libro “Prima di tutto la scuola” (2006).

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