Il 2 giugno 1946, con il referendum istituzionale monarchia-repubblica e l’elezione dei membri dell’Assemblea costituente, per la prima volta il suffragio è universale; dopo il decreto Bonomi, che prevedeva per le donne solo il diritto di votare, ma non di essere elette, e l’estensione del voto passivo alle elezioni amministrative parziali del 10 marzo 1946. Un inciso. Oggi il suffragio è ancora universale? Oppure esiste una classe di moderni meteci (da dati Istat, 5,5 milioni di stranieri residenti), ovvero persone che, pur non avendo lo status giuridico di cittadine/i, vivono e partecipano alla vita della Repubblica, ma non hanno accesso alla rappresentanza?
Ma torniamo alla Repubblica, alla Costituzione e alle donne. Non è certo possibile in poche righe ricostruire le lotte e il ruolo delle donne nella costruzione della Repubblica, a partire dalla redazione della Costituzione – che vede un apporto assai significativo nonostante il numero esiguo, 21 le madri costituenti su 556 membri dell’Assemblea –, per giungere alle leggi che negli anni Settanta (divorzio, aborto, parità sul lavoro, riforma del diritto di famiglia) rompono situazioni di palese discriminazione e subalternità.
Vorrei soffermarmi su un nodo centrale: la consapevolezza che la Repubblica non si fonda “solo” sulla proclamazione dei diritti e un’architettura istituzionale che assicuri la limitazione del potere, ma ha il compito di perseguire un progetto, sintetizzato nell’articolo 3, comma 2, della Costituzione: intervenire in campo economico-sociale, per realizzare l’eguaglianza sostanziale. La liberazione della Resistenza non si esaurisce con la fine del regime fascista ma ha la sua prosecuzione nella liberazione dagli ostacoli di carattere economico e sociale che impediscono l’emancipazione personale (il «pieno sviluppo della persona») e collettiva (l’«effettiva partecipazione»).
La consapevolezza della centralità del carattere sociale della Repubblica, della “concretezza trasformativa”, della necessità di liberare energie trasformatrici, è forte tra le madri costituenti. Il diritto può essere uno strumento di emancipazione se è situato, vive nel contesto, muove dalla realtà per modificarla. Teresa Noce, nella relazione sulle garanzie economico-sociali per l’assistenza della famiglia, sostiene: «La Costituzione democratica della Repubblica italiana non può limitarsi ad affermare dei diritti: deve indicare anche come intende garantire il godimento di questi diritti a tutti», e, nel corso delle discussioni, ribadisce più volte come «non si tratta di fare affermazioni di principio, ma occorre introdurre disposizioni concrete» (AC, Comm. Cost. III Sott., 13 e 18 sett. 1946). È il realismo emancipante, sintetizzato nel “di fatto” dell’articolo 3, sul quale insiste Teresa Mattei, nell’orizzonte di una lettura intersezionale, perché sia chiaro che «quelle conquiste che noi donne facciamo nella vita nazionale – le conquiste giuridiche – non possono essere realizzate pienamente nella vita, se non sono accompagnate da altre conquiste, da conquiste di carattere sociale, economico, se non sono accompagnate, cioè, da una completa legislazione in proposito» (AC, sed. pom. 18 marzo 1947).
Una effettiva uguaglianza di genere non può che costruirsi nel contesto di una trasformazione complessiva della società, di tutti i suoi assetti fondati sul dominio, sociali (dai rapporti di lavoro alle gerarchie sociali passando per le discriminazioni razziste), economici (la strutturale disuguaglianza e l’estrattivismo del capitalismo) e politici (la verticalizzazione e concentrazione del potere e la criminalizzazione dei margini). L’uguaglianza non può che essere sostanziale ed espandersi in tutti i settori della vita, sociale e politica, per cui è necessario tener conto del «fattore economico», nella prospettiva che «lo Stato deve creare quello che non c’è» (Teresa Noce, AC, Comm. Cost., III Sott., 13 e 18 sett. 1946). È una uguaglianza che si traduce in una tutela delle differenze al netto dei condizionamenti economici e sociali, ponendosi come “libera, uguale ed effettiva diversità”. È il contesto nel quale le diseguaglianze di genere sono lette nella materialità del complesso della realtà sociale ed economica: la donna come “persona situata”. La condizione femminile è vista nel suo legame con le disuguaglianze sociali ed economiche, considerando il complesso degli ostacoli e delle oppressioni, nonché la loro connessione, che causa un aumento esponenziale delle disuguaglianze (l’orizzonte dell’intersezionalità).
È una prospettiva concreta e trasformativa, in cui l’emancipazione femminile è elemento imprescindibile della trasformazione sociale: «nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile» (Teresa Mattei, AC, sed. pom. 18 marzo 1947). È un orizzonte collettivo, antitetico al femminismo neoliberale, permeato di logica competitiva e individualista, con una «mercificazione del pensiero femminista» (bell hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà, Meltemi, 2020): non si tratta di rompere il soffitto di cristallo per alcune, ma di costruire un terreno solido sul quale tutte possono alzarsi in piedi e camminare. L’impostazione delle rivendicazioni di genere come parità di accesso ai privilegi di una società disuguale non sarebbe che una mistificazione dell’uguaglianza di genere, così come tradiscono l’obiettivo di una effettiva uguaglianza bonus previsti come meri ammortizzatori sociali o elargizioni in stile caritatevole in luogo del riconoscimento di diritti.
Il legame fra trasformazione, concretezza, intersezionalità, relazione e senso del collettivo, tracima nella consapevolezza dell’interdipendenza dei principi della Repubblica: emancipazione, pace, diritti, democrazia, giustizia sociale, dignità.
È un programma complesso, quello della nuova Repubblica nata dalla Resistenza, un progetto che ancora oggi è resistenza e alternativa all’esistente, contro guerra, disumanizzazione, sopraffazione; controcorrente, nell’era del diritto che, sciolto nell’acido della violenza e del dominio, si tramuta nella legge del più forte. È il progetto che vive nelle mille isole che si muovono nella società, nel basso, che percorre le piazze per la Palestina, le manifestazioni no Kings, la difesa degli spazi sociali, le lotte per il lavoro e l’attivismo per la giustizia ambientale. Il senso della Repubblica sta nel suo progetto.
