Le Nuove Indicazioni per l’insegnamento di Filosofia hanno suscitato una condanna di oltre 60 docenti universitari, che hanno lamentato esclusioni imperdonabili, e una replica di alcuni degli autori del testo, che hanno rivendicato di non essere ideologici e di non voler affatto far calare una scure su Spinoza e Marx (le assenze di Fichte e Schelling sono parse meno gravi). Ma io credo che il problema non sia quello delle selezioni.
Innanzitutto le nuove “Indicazioni Nazionali per i Licei”, emanate il 23 aprile scorso dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, non sono programmi, perché quelli sono spariti dal 1999, nonostante ancora in molte scuole continui a circolare nei corridoi l’assurda domanda, ripetuta da docenti e allievi, “dove siete arrivati?”, come se fosse una gara di velocità dove vince chi percorre più chilometri. Qual è il problema allora? Detto brevemente: non si può educare al pensiero critico mitragliando i banchi di nomi di autori, biografie, contesti e orientamenti e parole desuete e formule da imparare. Bisogna elaborare il pensiero con lentezza e calma. Ma arriviamoci per gradi. La parte che si chiama “Linee generali e competenze” permette di giocare al gioco del canone: quali autori sì e quali no; inclusi ed esclusi, ce l’ho o non ce l’ho? Il Ministero dice la sua su quali siano i filosofi e le filosofe che appartengono al catalogo prediletto, ma sapendo che non sono prescrittive vorrei confessare che continuerò a dedicare attenzione a reietti come Erasmo da Rotterdam e Simone de Beauvoir, per dirne due. I miei studenti non si lamentano ed anzi sembrano vagamente interessati, di certo di più della mia classe da studente, a cui venne inflitto un mese dei grandi pensatori eleatici: Parmenide, Zenone e Melisso.
Leggiamo cosa le Commissioni ministeriali suggeriscono di trattare nei primi due anni, ossia dal terzo al quarto: “Gli autori e gli argomenti da affrontare saranno ad esempio: i presocratici e Socrate, Platone, Aristotele, la filosofia ellenistico-romana e l’incontro con il cristianesimo; Agostino e la patristica; Tommaso e la scolastica; la concezione filosofica dell’umanesimo e del rinascimento; Galilei e la rivoluzione scientifica; il problema della conoscenza in Cartesio, Hume e Kant; il pensiero politico in un autore tra Hobbes, Locke e Rousseau; metafisica, empirismo e razionalismo in età moderna; la riflessione sulla storia; la prospettiva dell’illuminismo; l’idea di critica in Kant; gli sviluppi del romanticismo e dell’idealismo, con particolare riferimento a Hegel; la reazione allo hegelismo; la filosofia italiana dell’Ottocento; l’imporsi del modello scientifico nel positivismo e la teoria dell’evoluzione; Nietzsche e il nichilismo”. A mancare non sono solo Spinoza e Marx, direi. Anche il neoplatonismo, Ockham, Marsilio da Padova, Montaigne. E parlando di Ottocento, anche John Stuart Mill non si è qualificato, per così dire. Dietro l’espressione “la riflessione sulla storia” si può intravvedere l’eclettismo di Vico, forse. E l’Illuminismo? Avrebbe una prospettiva, come qui si dice, o ne ha diverse e svariate? L’idea di critica in Kant? Come dire: il fiorellino su quella montagna. Sono così rilevanti gli sviluppi del romanticismo in filosofia? E non è il caso di tenere conto del fatto che gli studiosi contemporanei di Hegel (Lucio Cortella, Luca Illetterati), criticano la sua qualifica come idealista? Quali sarebbero i filosofi italiani dell’Ottocento? I celeberrimi Galluppi e Ardigò? A me sembra che il più grande sia Leopardi, ma lo trattano già i colleghi di Italiano. E poi io in una classe quarta dovrei dare lo stesso rilievo ad un irrilevante positivista, un Comte qualunque, e a Darwin? E, dulcis in fundo, Nietzsche: in quarta. Suvvia! Prima integrano l’approccio per temi e problemi con l’impostazione storico-cronologica, poi danno per scontato che sia possibile rovesciare lo scibile sui liceali, dai presocratici ai giorni nostri, e poi fare anche un percorso sull’essere o sulla giustizia o su chissà cosa.
Questa compressione di temi ed autori in soli due anni servirebbe a dare più spazio alle voci novecentesche, che agli occhi di qualcuno sarebbero più vicino al mondo della vita degli studenti: “Husserl e il movimento fenomenologico; Freud e la psicanalisi; Heidegger e la filosofia dell’esistenza; il neoidealismo italiano di Croce e Gentile; Wittgenstein e il neopositivismo logico; vitalismo e pragmatismo; il personalismo; l’ermeneutica filosofica; il marxismo e la Scuola di Francoforte; Arendt e la filosofia politica contemporanea; gli sviluppi della filosofia analitica anglo-americana; il rinnovamento della logica tra Ottocento e Novecento; le riflessioni filosofiche sulla scienza e la tecnica (tenendo conto anche degli sviluppi tecnologici più recenti).” Anche per questo elenco potremmo ricominciare: mancano Cassirer, Simone Weil, Carla Lonzi, etc!
Ma perché non è più possibile giustificare la valanga degli autori, con o senza Spinoza e Marx? Perché ogni elenco rischia di essere assurdo? Perché sono successe alcune bazzecole: 1) un decadimento profondo dei prerequisiti linguistici di base, per cui una volta mi limitavo a spiegare cosa fossero ad esempio episteme, doxa e atarassia e adesso devo spiegare il significato delle parole più elementari; 2) la massa di progetti d’istituto che riducono le ore reali che facciamo in classe; 3) lo scontro tra la tendenza generale dei manuali a ridurre tutto ad asserzioni isolate e un po’ remote e lunari (per dei sedicenni) e quella degli studenti a imparare tutto a memoria e studiare solo per il voto; 4) l’abbassamento delle capacità di attenzione costante del discente medio, anche perché la distanza con la precisione linguistica dell’ insegnante è sempre maggiore. Chi critica l’integrazione tematica in quanto tale perché sostiene che senza storicizzazione non esiste comprensione, si è accorto di questa storia del passato prossimo? Ha storicizzato gli ultimi vent’anni delle scuole italiane (meno libri letti, meno compiti a casa, meno capacità di scrittura, italiano come prima lingua straniera)?
Chiunque abbia vagato per esami di Maturità come commissario esterno avrà notato il ferale esito diffuso per cui chiunque abbia attraversato un triennio di Filosofia continuerà a usare bias di conferma, straw man e false dicotomie, ma si ricorda bene le carte da gioco del manuale: Hegel idealista (che è pure sbagliato), Feuerbach materialista, Schopenhauer pessimista etc. Avrai uno studente che si ricorda a memoria le dieci categorie di Aristotele, però teme di estendere un diritto, mettiamo quello al matrimonio, perché altrimenti chissà dove andremo a finire (fallacia della china pericolosa, per cui è facile agitare una paura esagerata per poter confermare una situazione iniqua). Oppure una studentessa che difende l’ignoranza della classe politica attuale spostando l’attenzione su un altro problema (benaltrismo, strategia diversiva che fa deragliare il focus dell’attenzione e normalizza il problema citato all’inizio). Non si può provare a fare filosofia se si rispetta ancora la tradizionale passerella dei pensatori e dei vari e numerosi -ismi, alcuni dei quali assolutamente trascurabili, messi in fila indiana ed elencati in una successione che suscita fretta, deferenza acritica e collocazioni quantomeno stridenti (Nietzsche in quarta). Insomma, critichiamo di certo le “Indicazioni”, ma non in nome dell’horror vacui. Lasciamo dentro pure Spinoza e Marx, ma qualcuno dovremmo pur tagliarlo. Non bisogna fare poco (qualche formula a memoria) con il molto (decine e decine di autori), ma molto (una maggiore intelligenza critica) con il poco (pochi pensatori).
