La continuità del male non banale

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Grazie, innanzitutto. Grazie a Tomaso Montanari per questo libro che dice, con chiarezza, quello che quasi nessuno, ai piani alti della politica e del giornalismo italiani, ha il coraggio di dire, e cioè che Giorgia Meloni e il clan che le sta intorno sono dei fascisti. Qualcuno finge ancora di stupirsi per come la presidente del Consiglio e i suoi sodali non riescano a pronunciare la parola antifascismo. Per quanto mi riguarda mi colpisce di più come la maggior parte degli opinion leader e dei paludati professionisti  del cerchiobottismo che popolano il sistema mediatico mainstream (“tanto culturalmente disarmato, quanto ormai largamente anti-antifascista”) non riescano a pronunciare la parola “fascista” quando parlano del nucleo egemonico del governo italiano.

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La continuità del male (Feltrinelli 2026) squarcia questo velo di ipocrisia. E’ uno straordinario vademecum per capire quanto il materiale genetico costitutivo del fascismo storico si sia trasferito, lungo il filo nero delle diverse generazioni politiche, fino al cuore pulsante dell’attuale maggioranza, costituito appunto dal partito della “premier” Fratelli d’Italia. E lo fa attraverso un confronto serrato con i testi, i documenti, le dichiarazioni ufficiali di allora (degli anni Venti e Trenta, che siano i discorsi e gli scritti di Mussolini o gli articoli e le voci di Enciclopedia dei suoi collaboratori) e quelli di oggi (dalle fondative Tesi di Trieste di FdI a Io sono Giorgia, et similia…), mostrando come, a dispetto della distanza temporale, la vicinanza concettuale e contenutistica, persino di linguaggio, sia impressionante.

“Non si può nemmeno parlare di ‘neofascismo’, perché di nuovo non c’è quasi niente”, scrive giustamente Montanari nell’Introduzione. E aggiunge che, analogamente, è improprio qualificarli come “nostalgici del fascismo” (il che sarebbe già di per sé preoccupante), perché la nostalgia non è un sentimento fascista, e questi non coltivano affatto il rimpianto per ciò che fu, né si provano a mimarne la replica, figuriamoci!, ma si ingegnano di praticare, nel nuovo scenario della contemporaneità – nel mutato contesto storico che mai ripete il già stato -, quel complesso di idee, di precetti e di progetti, di visioni del mondo, che furono ex origine l’anima del fascismo storico, modificandone le forme per salvarne i contenuti. In sostanza, applicano il programma che fu di Almirante fin dalla fondazione del Msi: quello di “essere fascisti in democrazia”.

Il che spiega l’entusiasmo di quell’intera comunità politica per i “versi profetici” della poesia attribuita nel tolkieniano Signore degli anelli a uno degli eroi, Bilbo Biggins, in cui si parla delle “radici profonde” che “non gelano”. Sono, quelle, appunto, le radici del fascismo, che continuano a germogliare nell’azione ogni giorno rinnovata dei suoi epigoni (l’intera strofa suona così: “Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza/ E le radici profonde non gelano/ Dalle ceneri rinascerà un fuoco/ L’ombra sprigionerà una scintilla”). Le ha evocate, quelle radici profonde non gelate da “decenni di inverno antifascista” (come chiosa Montanari), la senatrice di FdI Isabella Rauti, figlia di Pino, subito dopo aver giurato come sottosegretaria alla Difesa del governo Meloni, alla fine del 2022, celebrando l’anniversario della fondazione del Movimento sociale (“Onore ai fondatori ed ai militanti missini. Le radici profonde non gelano”). Se li ripetono tra loro, quei versi, i membri dell’inner circle meloniano (non ultimo il ministro della Cultura Giuli) come una sorta di messaggio cifrato tra complici di un’azione coperta, una forma esoterica di riconoscimento. Giusto per ricordarsi l’un l’altro “da dove vengono”, e “cosa sono”.  Ed è bene ricordare, a questo proposito, che Tolkien e il suo Signore degli anelli, non è, per costoro, un’innocua lettura adolescenziale. E’ un riferimento identitario scelto, già alla fine degli anni ’70, dalla componente giovanile del partito neofascista, militanti in prevalenza vicini alla corrente rautiana, che nel desiderio di emanciparsi dalla cupa cultura dei reduci di Salò e dal senso di sconfitta che li circondava, decisero – così rievocano la cosa essi stessi – di sostituire al “mito incapacitante di Berlino in fiamme” la saga degli Hobbit…

Ebbene, “cosa sono” oggi, i reduci di quella lunga attraversata del deserto che dal ghetto catacombale in cui la storia li aveva confinati (“La Voce della Fogna” era il giornaletto satirico che veicolava le loro idee di risalita alla luce del sole) li ha portati al governo della repubblica, ce lo dice benissimo Montanari nelle 177 pagine di questo libro che si legge in un fiato, con un misto di orrore e scoperta. E lo sintetizza nell’affermazione secondo cui Fratelli d’Italia è, nell’identità non del suo elettorato, ma della sua “classe dirigente” (così la chiamano) la sintesi di “posizioni etnonazionaliste, bio-identitarie, islamofobe, genderfobiche, securitarie, autoritarie”: il nucleo identificante del fascismo “traslitterato nel presente”. Sintesi di cui ogni capitolo approfondisce con abbondanza di dettagli, una componente.

All’inizio non è il Verbo. E’ il sangue. E’ questa la prima radice che non è mai gelata. Nonostante un secolo di progresso culturale, la genetica, la demografia, la filosofia, le scienze politiche, il loro pensiero ritorna sempre lì, all’idea che in fondo, è il fluido che ti scorre nelle vene a dirti cosa veramente sei, ciò che ti fa simile ad alcuni, i “tuoi”, e diverso dagli “altri”. Certo, Meloni e i suoi sanno benissimo che la cosa non può essere proclamata expressis verbis, che occorre mascherare, confondere, alludere, ma la sostanza – conservata nel profondo dei sentimenti di ognuno di loro – resta quella del razzismo delle origini. La convinzione, espressa in un lungo monologo dalla Presidente del Consiglio” stessa a un anno esatto dall’assunzione della carica, secondo cui le razze esistono, come dato di natura (cita una voce della Treccani mutilata della sua parte essenziale) e che – dice testualmente – “la razza è cosa siamo fisicamente”. Cioè ciò che non possiamo non essere. Il dato di natura che nessuno può mutare, a cui nessuno può sfuggire, e che definisce “alla radice” l’identità. In fondo, addomesticata e mascherata, la stessa idea che aveva espresso il suo mentore Giorgio Almirante già nel 1938 quando, sulle pagine de “La Difesa della Razza”, di cui era capo-redattore, aveva scritto che il loro era un razzismo radicale, il “razzismo del sangue” diverso da quello, troppo debole, “dello spirito” (teorizzato da uno come Julius Evola), tanto più forte perché non permetteva all’ebreo di cavarsela con una conversione o con un’abiura culturale, ma lo inchiodava alla sua natura di corpo estraneo alla Nazione.

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Lì, dunque, erano cent’anni fa i fascisti del XX secolo. E lì restano ancora oggi i loro eredi del nuovo millennio. Per questo è quanto mai opportuna la scelta di Tomaso Montanari di dedicare il primo capitolo del libro al “cuore nero dell’ideologia: la difesa della razza”. Sono pagine dense, in qualche modo preliminari a ogni altro discorso su questa destra radicale, in parte dedicate a smontare – con la sapiente tecnica dell’intellettuale abituato per mestiere a identificare i falsi d’autore – i tentativi di Giorgia Meloni di mimetizzare il proprio razzismo di fondo dietro cortine di fumo linguistiche, quali appunto, l’uso del termine “etnia” al posto dell’oggi disturbante “razza”, e la riqualificazione del proprio credo nelle “differenze razziali” con l’apparentemente più accettabile espressione “differenze etniche”. Montanari ci mostra come in realtà l’idea meloniana di “etnia” intesa come entità “chiusa, sigillata”, da proteggere contro contaminazioni esterne, sia l’esatto opposto rispetto a quella complessa realtà dinamica, “porosa”, prodotto di costanti interazioni, arricchimenti, integrazioni accumulatisi nel corso della storia di cui parlano le scienze umane contemporanee. L’idea che Giorgia Meloni ha dell’”etnia” (così concepita) è pressoché identica a quella di “razza”. Spacciata per fenomeno culturale, l’appartenenza etnica rinvia in realtà – con la sua immaginaria immobilità nel tempo, il suo radicamento nel suolo – a un substrato naturale che, ancora una volta,  ha a che fare con l’appartenenza razziale (non per nulla le principali associazione degli antropologi italiani si sono sentite in dovere di diffondere una dichiarazione congiunta dal significativo titolo: “Quando si dice etnia, ma si intende razza”). Si tratta dunque – il libro lo dimostra con chiarezza – di una visione perfettamente conseguente e congruente con quella naturalizzazione della società e, in fondo, della storia che costituisce una componente originaria della visione del mondo fascista. E, insieme, con quell’ostilità all’idea universalistica di un’Umanità complessivamente intesa, titolare in quanto tale di diritti universali dell’Uomo, a cui si contrappone la sua scomposizione in popoli e Nazioni rigorosamente separati dai confini e gerarchicamente ordinati in base al merito, che i Fascismi, quali che fossero il tempo storico e la forma politico-istituzionale assunti, hanno sempre posto alla radice della propria “essenza”.

Su queste basi appare non solo condivisibile, ma indiscutibilmente conseguente alle esposizioni del credo meloniano da lei stessa prodotte, la conclusione cui giunge Montanari secondo cui “quando Meloni rivendica il diritto di difendere una inesistente ‘etnia italiana’ (Mussolini la chiamava ‘razza italica’), agita il mito essenziale del razzismo culturale, per far leva sulla paura di una cancellazione identitaria”. Il che ci porta, dritti dritti, al secondo tema di questo primo capitolo: la questione, solo apparentemente folkloristica in realtà drammaticamente “costituente”, che va sotto il nome di “sostituzione etnica”. L’espressione finì brevemente sotto i riflettori della cronaca politica all’incirca alla fine del primo semestre del governo Meloni, quando uno dei tanti malaccorti ministri di quel Gabinetto, uno particolarmente malaccorto – volendo usare la metafora tolkieniana della Compagnia dell’Anello, l’equivalente di Peregrin Tok detto “Pippin” -, se la lasciò scappare in una cerimonia pubblica, dimentico del fatto che quanto era linguaggio corrente nella comunità chiusa dei camerati non poteva essere proclamato urbi et orbi da un’autorità di Governo. Non “ancora”, almeno. Mi riferisco al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida detto “Lollo” che il 18 maggio del ’23 disse testualmente: “Gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro: non è quella la strada. Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica”. La “Premier” si affrettò a minimizzare liquidando la cosa come una semplice gaffe – una voce dal sen fuggita”. Ma in realtà, attraverso quella “smagliatura” si rivelava l’abisso pubblicamente inconfessabile che stava dietro, o sotto, l’immagine patinata che lei e il suo partito intendevano offrire di sé: l’ossessione suprematista che ispirava la politica anti-migratoria come asse portante del proprio programma; il risvolto bio-identitario del suo etno-nazionalismo incentrato sulla natura rigorosamente escludente del “confine” definito “sacro” perché posto a tutela della purezza della razza; la concezione naturalistica della Nazione assunta nella sua omogeneità genetica; l’atavico terrore, mai sopito fin dalla sua origine nei primo decenni del Novecento, del declino della “razza bianca” e della concorrenza da parte delle altre razze (inferiori) culminante nel mito dell’”invasione”. In sostanza, come annota Montanari, “fine dell’etnia italiana, della razza bianca, della società occidentale: ecco, dunque, ciò di cui davvero stiamo – o meglio, stanno – parlando”. Ritornano qui, per chi ha ancora un po’ di gusto per la storia e mantiene una qualche capacità di ragionamento sulle sue connessioni, tutte le tossine che avvelenarono il clima culturale e politico nella prima metà del secolo scorso: le retoriche inaugurate dallo spengleriano Tramonto dell’Occidente, le sociologie estremizzanti della sfida esistenziale alla razza bianca ben rappresentate dall’opera Regresso delle nascite, morte dei popoli dello statistico bavarese Richard Korherr pubblicato in Germania nel 1927 con una prefazione di Spengler e riedito nel 2018 dalla casa editrice neofascista Aga (giusto per capire di cosa si tratti, si sappia che Koherr, dopo l’arruolamento nelle SS, svolse un ruolo di rilievo nella pianificazione della Shoah).

 

Naturalmente – come chiosa Montanari – “il sistema mediatico si è puntualmente accucciato ai piedi del nuovo potere”, accettando come normale il regime di “doppia verità” che caratterizza il sistema-Meloni. Ma, pur nel silenzio corrivo, lo scandalo di quel nucleo nero dell’identità perversa che siede al governo rimane, e irradia da sé una lunga serie di filiere ben leggibili nelle molteplici policies – come direbbero i politologi – che ne portano la firma: dalle politiche anti-migratorie, che costituiscono il vero asse portante mentale di questo governo, con la sigillatura dei confini,  irespingimenti, la “remigrazione” affrontata con soluzioni grottesche e fallimentari; e il loro corollario in tema di demografia e di famiglia, (dominate dall’ossessione della moltiplicazione delle nascite per non soccombere all’invasione) con al centro la tipica visione regressiva del ruolo e della figura della donna (riconfigurati alla luce di quel “femonazionalismo” che rovescia in senso islamofobico i temi fondanti del femminismo ribelle ed enfatizza la funzione riproduttiva come essenza della femminilità); alla nuova pedagogia identitaria e muscolare innervata nelle politiche scolastiche al servizio di un’idea di Nazione declinata sull’asse “sangue-destino-Sparta”, città-Stato militarizzata e gerarchica votata alla potenza e al dominio mediante la forza; fino all’attacco al principio di eguaglianza e ai diritti del lavoro, da una parte, e allo stravolgimento degli ordinamenti costituzionali della Repubblica, nella direzione di un autoritarismo a base personalistica, incentrato sulla figura del Capo e sulla prevalenza dell’Esecutivo.

Di tutto questo, e di molto altro, si troverà abbondante materiale di documentazione e di riflessione nei successivi capitoli, per i quali lascio al lettore il piacere della scoperta. Su uno di essi però vorrei ancora, sia pur brevemente, soffermarmi, per la materia incandescente che tratta: quello intitolato “Antisemiti per Israele”. L’ho letto e riletto più volte, perché tocca un nervo scoperto della mia – della nostra – identità. Mette allo scoperto, e aiuta a sopportare, una ferita che continua a far male. Parto da lontano. Uno dei punti fermi nel mio processo di educazione sentimentale alla politica – chiamiamolo così – è stato, fin dall’adolescenza, il riferimento alla Shoah come male assoluto. Ad Auschwitz come grande spartiacque morale tra bene e male, e anche tra fascismo e antifascismo, identificati il primo con l’antisemitismo e il secondo con l’umanesimo militante. Sono cresciuto con i racconti di mio padre, in cui si parlava della sua banda partigiana impegnata non solo a combattere ma anche a nascondere e proteggere gli ebrei fuggiti da Saint Martin Vésubie, nel sud della Francia e dall’altra parte i tedeschi e i fascisti che davano loro la caccia, mettevano taglie, usavano le spie, riempivano i vagoni piombati. Quello era lo scenario degli amici e dei nemici, di chi stava dalla parte dell’Umanità e chi da quella della barbarie. Quando sono cresciuto e ho raggiunto l’età dell’impegno politico diretto, già negli anni dell’associazione “Nuova Resistenza”, e poi col Sessantotto, e oltre, i fascisti erano quelli che ci aggredivano ai cancelli delle fabbriche, e di notte tracciavano svastiche nei cimiteri ebraici, spacciavano il negazionismo come storiografia, stigmatizzavano l’ebreo come “razza maledetta”. Oggi, mi ritrovo non solo con lo Stato fondato dalle vittime di ieri nella parte del carnefice, in un nuovo genocidio, ma anche con i carnefici di ieri e i loro epigoni che stanno dalla sua parte, e pretendono anche di stigmatizzare quelli come me – come noi –  che si ribellano e s’indignano con l’accusa – la più infamante possibile – di antisemitismo. Il mondo che mi si è rovesciato addosso.

Ora, le pagine di questo libro giungono a offrire, con abbondanza di argomenti, le ragioni storico-politiche di una tale “inversione morale”. E lo fanno non solo tracciando linee nette di differenziazione tra popolo ebraico e Stato di Israele (e, dentro questo, tra Governo criminale e cittadini) oltre che tra ebraismo e sionismo (e dunque tra antisemitismo e antisionismo) – operazione di per sé meritoria, seppur già in buona parte consolidata -, ma aiutandoci anche (e questo non è affatto scontato) a capire le ragioni culturali e ideologiche dell’attuale, apparentemente ingiustificabile, “nuova alleanza”. Scavando tra le pieghe dei due rispettivi ultra-nazionalismi – sionismo e fascismi – e cogliendone le possibili assonanze. Ripercorrendone le linee di sviluppo nel corso del feroce Novecento, con i ben conosciuti e drammatici conflitti ma anche con gli inaspettati punti di convergenza. Uno di questi è ben visibile – ad occhio nudo, potremmo dire – già nel momento costitutivo dello Stato d’Israele, nel 1948, con la nascita del partito che ne egemonizzerà l’anima. Un partito che usava senza remore l’arma del terrorismo, mosso da una forma di suprematismo non diverso da quelli germanico e italiano nel ventennio precedente, esplicitamente razzista nei confronti della popolazione araba, dedito al progetto di uno stato etnocentrico e dominatore: fattori, questi, che spinsero figure di altissimo prestigio dell’intellettualità ebraica del tempo come Hannah Arendt e Albert Einstein a prendere la penna e a stilare una durissima presa di posizione che ritroviamo ora in apertura del capitolo: “Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi – vi si leggeva – emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà: un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista”. Quel partito, destinato a trovare nel Likud la sua ultima espressione, e che allora non rappresentava che una parte degli abitanti di Israele, non era per ideologia e visione del mondo poi così diverso dalle tante componenti dell’Internazionale nera che costellavano l’Occidente: dal loro bio-nazionalismo radicale, dal disprezzo razziale dei popoli che non condividevano lo stesso sangue, dall’ ossessione identitaria che ne animava lo spirito. D’altra parte, è storicamente provata – e Montanari ce ne offre la documentazione – una certa simpatia da parte del Regime fascista e dello stesso Mussolini per l’emigrazione ebraica in Palestina, tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30. Al netto del sostanziale disprezzo razziale per l’ebreo e l’ebraicità del Duce e dei suoi camerati, si guardava infatti con favore a quella che poteva essere considerata come una forma di colonizzazione bianca ai danni della disprezzata popolazione araba (un articolo del 1929 su un giornale vicino al Regime definiva quello sionista come “un colossale esperimento di colonizzazione occidentale – cioè bianca – di un territorio lasciato impoverire dalla neghittosità turca e dalla incapacità agricola delle tribù arabo-beduine”). Né mancavano già allora tra i fascisti coloro che apprezzavano nei sionisti il bio-nazionalismo e uno spirito guerriero non diverso dal loro. Senza contare il fatto che tra Regime fascista e componenti più radicali del sionismo neo novecentesco – tra l’esigenza del primo di favorire forme di esodo spontaneo come soluzione della questione ebraica e forma di purificazione etnica spontanea e le spinte anti-assimilazionistiche del secondo impegnato a favorire con ogni mezzo forme di exit – si determinava una sorta di convergenza oggettiva, certo poi spazzata via dal precipitare della situazione dopo il ’38, il Patto d’acciaio e infine la guerra col suo corollario della “soluzione finale”.

Esistono dunque delle ragioni radicate nella storia politica e in quella delle idee, per spiegare un connubio rimasto sommerso, fino ad apparire inconcepibile, fino alla fine del ‘900, ma riaffiorato e conclamato nel momento in cui lo Stato d’Israele si è spostato, con moto sempre più accelerato, a destra, incorporando nel proprio governo le componenti più estreme e fanatiche, e accentuando la propria persecuzione della popolazione palestinese fino all’ostentazione della disumanizzazione. E’ a questo punto che quello stesso neofascismo che aveva disprezzato nell’ebreo la vittima, muta il proprio “sentiment” identificandosi nel suo nuovo profilo di carnefice e nella sua acquisita disumanità (potremmo dire che la vocazione al massacro dell’esercito israeliano seduce lo spirito da homo necans che alberga al fondo dell’anima di ogni fascista). Intendiamoci, l’antisemitismo resta indelebile nel Dna di questo fascismo del terzo millennio, latente nelle comunicazioni private, nelle espressioni gergali, rivelato dai lapsus, dai gesti automatici e dalle smagliature linguistiche, ma rigorosamente rimosso dalla superficie politica e dalle dichiarazioni ufficiali. Ma al di sopra di esso, anzi, meglio, compresente ad esso, affiora, quasi per una sorta di riflesso pavloviano, l’antico fascino esercitato sul fascista dalla potenza militare impietosa e disumanizzante e la postura da carnefici che nella storia hanno assunto quelli che egli considera i vincitori “per destino”. Israele, la “nuova Israele”, quella che ha assunto pienamente i suoi attuali connotati di Stato etnico con la riforma costituzionale del 2018, è la Sparta del terzo millennio, in qualche misura il suo mito spietatamente guerriero incarnato (“Israele è Sparta” è il titolo del paragrafo dedicato a quel bizzarro ibrido che Montanari raccoglie sotto l’etichetta di “antisemiti per Israele”). Valgono, dure come pietre, le parole inequivocabili (riportate nel libro) di uno storico d’origine israeliana come Zeev Sternhell, uno dei grandi interpreti del fascismo storico e uno dei più impietosi critici di Israele: “Mi chiedo spesso come uno storico tra cinquanta o cento anni interpreterà il nostro periodo – scrive Sternhell – Quando, si chiederà, la popolazione israeliana ha iniziato a rendersi conto che lo Stato fondato durante la Guerra d’indipendenza, sulle rovine dell’ebraismo europeo e al costo del sangue dei combattenti, alcuni dei quali sopravvissuti all’Olocausto, si era trasformato in un vero e proprio mostro per i suoi abitanti non ebrei? Quando alcuni israeliani hanno capito che la loro crudeltà e la loro capacità di maltrattare gli altri, palestinesi o africani, hanno iniziato a minare la legittimità morale della loro esistenza come entità sovrana? … La legge sullo Stato-nazione, che sembra essere stata formulata dai peggiori ultranazionalisti europei, era solo l’inizio”. E aggiunge: “La sinistra non è più in grado di superare il tossico ultranazionalismo che si è sviluppato qui, quello stesso ultranazionalismo che in Europa ha quasi sterminato la maggior parte del popolo ebraico […] vediamo non solo un crescente fascismo israeliano, ma anche un razzismo simile al nazismo nelle sue fasi iniziali”.

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Walker Meghnagi abbraccia La Russa a Milano

Così per la parte “nera” del connubio. Più difficile spiegare il movimento simmetrico e opposto: quello della parte del mondo ebraico che dall’antifascismo del lungo dopoguerra si è progressivamente avvicinato ai suoi antichi persecutori fino a stringere con essi una perversa alleanza. Gli appartenenti alle numerose Comunità ebraiche sparse un po’ in tutta l’Italia, per lo meno quelli che superano i quarant’anni, hanno conosciuto personalmente l’antisemitismo militante della estrema destra italiana, del Movimento sociale almirantiano e dei vari cespugli neri che lo contornarono, le provocazioni, gli sfregi, le oscene profanazioni, e tuttavia ciò non gli ha impedito di stringere, negli anni più recenti- man mano che in loro si faceva più stretto il nesso tra ebraismo e Stato d’Israele – rapporti sempre più ampi di simpatia e di mutuo supporto proprio con gli eredi diretti di quella galassia nera. Esemplare di questa vera e propria catastrofe culturale, nel libro, sotto il titolo “Destra kasher”, si cita l’orribile intervento del presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi che nell’agosto del 2025 ha dichiarato, testualmente: “Per fortuna c’è la presidente del consiglio Meloni e il resto della destra che ci difende. Altrimenti torneremmo al ’38. Se al governo ci fossero Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, a noi ebrei sparerebbero in strada. Il PD è pieno di antisemiti”. Potrebbe apparire, questo, un semplice episodio, marginale – la caduta morale di un singolo individuo, preda del virus fondamentalista -, ma non è così. E’ il sintomo di un fenomeno più grave, di un terremoto più profondo che non senza consapevolezza della gravità dell’espressione ho definito “catastrofe culturale” perché la trasmigrazione dalla sinistra alla destra di una parte significativa di quella “cultura ebraica” che per tutto il corso del Novecento aveva rappresentato la miglior anima critica, razionalistica e democratica e che ora viene buona misura (e con luminose eccezioni) travolta dal vento torbido di un ultra-nazionalismo etnico a vocazione autoritaria, apre un vuoto abissale. E’ parte significativa del mosaico di cui è composto il declino dell’Occidente, il tradimento dei suoi migliori ideali e il rovesciamento regressivo delle sue promesse mai mantenute. Uno scenario di cui la continuità del male (non banale) di cui parla il libro è parte integrante.

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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