Tutela dei diritti o interessi privati?

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C’è un filo sottile che lega due fenomeni in apparenza lontani e che merita di essere osservato senza semplificazioni, ma anche senza timidezze. Da un lato, il compenso previsto per l’avvocato che convince il migrante a scegliere il rimpatrio volontario invece di opporsi al provvedimento di espulsione, da liquidare “ad esito della partenza dello straniero”. Si tratta dell’emendamento inserito dalla maggioranza parlamentare nella conversione dell’ultimo decreto sicurezza (n. 23 del 2026), poi trasformato, con l’escamotage di un decreto correttivo, in un contributo da assegnare a tutte le professionalità (non solo agli avvocati) che assistono lo straniero nella procedura di rimpatrio e la cui corresponsione è collegata alla conclusione della procedura stessa, non più alla partenza. Se ne è scritto su queste pagine, mettendone in risalto i profili di pregiudizio al fondamentale ruolo costituzionale e sociale della difesa. Dall’altro lato, i meccanismi premiali, connessi agli obiettivi del PNRR, che prevedono incentivi economici per i magistrati capaci di incrementare la produttività con la redazione di un numero significativo di sentenze civili entro una certa data. Nelle “Misure urgenti in materia di giustizia” (tanto per cambiare, un altro decreto legge, il n. 117 del 2025) è previsto un premio, pari al triplo dell’indennità per le sedi disagiate, per quei magistrati che, “da remoto” e continuando a svolgere le funzioni nei rispettivi uffici di appartenenza, scrivano, entro il 30 giugno 2026, almeno cinquanta sentenze civili di uffici in difficoltà; l’indennità è condizionata, appunto, alla scrittura di almeno cinquanta sentenze ed è destinata ad aumentare qualora il magistrato sia in grado di scriverne un ulteriore “blocco” di cinquanta: o tutto o niente. Non so precisare a quanto corrisponda il triplo dell’indennità prevista per sedi disagiate (la stampa ha parlato di circa 10mila euro), ma il tema non è questo: la vicenda racconta comunque di un compenso aggiuntivo per l’esercizio più veloce di una delicata funzione pubblica.

Ora, è evidente che le due situazioni, riguardate sotto il profilo oggettivo, non appaiono comparabili, appartenendo ad ambiti diversi. Peraltro, nelle norme in materia di rimpatrio volontario si prevede un contributo per raggiungere un risultato specifico – il rimpatrio del migrante – che, soprattutto nel caso dell’avvocato, potrebbe cancellare in partenza altri obiettivi, raggiungibili attraverso il non condizionato espletamento del mandato professionale. Nelle misure per la giustizia, viceversa (non potrebbe essere diversamente), si prospetta un premio per accelerare lo svolgimento del lavoro giudiziario. Se si adotta il punto di vista dei destinatari – chi è giudicato, chi è assistito –, tuttavia, emerge un tratto comune che non può essere trascurato: l’ingresso del denaro non come retribuzione della funzione, ma come incentivo legato a un determinato esito: qualitativo (il rimpatrio volontario dello straniero) o quantitativo (lo smaltimento di certo numero di procedimenti).

Il problema non è, o non è soltanto, di opportunità. È più profondo. L’incentivo economico, quando è costruito in relazione a un risultato, non è mai neutro: sposta l’asse, introduce una pressione, cambia il modo in cui si percepiscono e si organizzano il proprio lavoro e la funzione. Questo spostamento rischia di cambiare in peggio la posizione di chi riceve il provvedimento o la difesa (o, comunque, la prestazione di assistenza tecnica). Alzi la mano, verrebbe da dire se si fosse in un gioco di bambini, chi vorrebbe essere tra le persone straniere assistite da un difensore o un professionista che, in virtù del contributo promesso, decida di consigliare serialmente, presentandola come unica strategia possibile e magari oscurando le alternative, il rimpatrio volontario; o, ancora, chi vorrebbe occupare il posto di quelle persone che, a un soffio dal traguardo della sentenza, vedano privato della competenza a decidere il proprio giudice naturale – colui che le ha viste, ascoltate, seguite nel percorso processuale – per vedere la propria causa assegnata a un giudice che vive a chilometri di distanza, legge le carte attraverso lo schermo del computer e, mentre continua a svolgere il lavoro del suo ufficio con immutata solerzia, cerca di chiudere cinquanta sentenze in sei mesi per raggiungere l’incentivo prefissato. L’attenzione dedicata ai diritti di quelle persone rimane la stessa se l’obiettivo non è più soltanto “decidere bene”, ma “decidere abbastanza”? Se non si tratta più soltanto di fare il difensore, ma di farlo a senso unico?

Qui il punto non è sospettare dei singoli: sarebbe un errore e anche un’ingiustizia, potendosi anzi contare sulla tenuta etica dei professionisti quale argine ai momenti di caduta. La questione è un’altra. C’è un modo ulteriore, forse il più insidioso, in cui questi dispositivi agiscono: non “comprano” la coscienza, ma riscrivono dall’interno la forma del lavoro. Quando la prestazione viene misurata e premiata per obiettivi e blocchi, il professionista è spinto – anche senza volerlo – a percepirsi come un centro di produzione, un imprenditore di sé stesso, chiamato a ottimizzare tempi, scelte, energie in funzione del premio e del risultato. La logica del profitto, che dovrebbe restare estranea a funzioni di garanzia, rischia di diventare una sorta di metronomo: non dice esplicitamente cosa e come decidere, ma suggerisce cosa convenga fare prima, cosa dopo, cosa accelerare, cosa tralasciare. Lavorare, in questo schema, significa inseguire indicatori; e quando gli indicatori diventano la bussola, il rischio è che la qualità – la ponderazione, l’ascolto, la cura del caso singolo, la ricerca a tutto campo delle soluzioni, la responsabilità del tempo non produttivo – appaia come un costo. È questa traslazione culturale, più ancora dell’incentivo, a rendere pervasivo il problema poiché trasforma il senso della funzione in prestazione.

Non è un problema solo della giustizia. È di febbraio scorso l’idea della Regione Emilia-Romagna di un nuovo Accordo Integrativo per la Medicina generale, nel quale si generalizza la previsione di incentivi economici (circa 1,20 euro per assistito) per i medici che riducono le prescrizioni di esami inappropriati. L’obiettivo, ovviamente, è quello di ridurre le liste di attesa, privilegiando i casi davvero necessari; il rischio è che il singolo medico, al contrario, privilegi l’incentivo rispetto alle reali e concrete esigenze terapeutiche del paziente. Anche qui, la muraglia è la tenuta etica dei singoli, ma la riflessione è di sistema. L’ha colta Sergio Labate nello scorgere una coazione a ripetere della politica italiana, «che quando individua un problema generale da risolvere, non sa ormai ricorrere ad altra soluzione che non sia l’incentivo sempre e solo economico e individuale». La scorciatoria prevale sulla ricerca politica di soluzioni strutturali, che a loro volta dovrebbero prendere le mosse da una seria indagine sulle forme e sui tempi del lavoro. Non si tratta di tornare al denaro “sterco del diavolo” (espressione che, peraltro, ha inguaiato quasi sempre i poveri), ma di capire che, soprattutto quando si toccano i diritti fondamentali, l’unico approccio democratico rimane quello segnato in maniera indelebile dal titolo di un album di Fabrizio De André: “Non al denaro non all’amore né al cielo”.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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One Comment on “Tutela dei diritti o interessi privati?”

  1. “La scorciatoia prevale sulla ricerca politica di soluzioni strutturali”.
    E’ il tratto distintivo di questo governo di incapaci. Cosa sono, se non scorciatoie, i decreti sicurezza ai quali il governo Meloni affida la questione? Repressione, repressione e ancora repressione, niente, assolutamente niente, che vada ad incidere sulle cause strutturali del problema. Una su tutte, la disuguaglianza sociale, che sta pericolosamente quanto velocemente assumendo valori etici, prima che materiali, incompatibili con un Paese che si dichiara democratico. Ma torniamo ai due problemi sollevati dall’articolo. L’estensore non poteva meglio sintetizzare se non con la magistrale formula: “riscrivono dall’interno la forma del lavoro”. E’ ciò che il capitalismo ha sempre fatto, egregiamente, purtroppo: estrarre valore da tutto, anche, come in questo caso, da questioni apparentemente immateriali come la giustizia e la salute. Come ho avuto già modo di dire in questa preziosa “sezione commenti” il capitalismo è il problema dei problemi. Bisogna uscirne! Sarà un lavoro lungo e paziente, tassello dopo tassello fino a costruire un sistema economico a servizio della persona e non al suo sfruttamento.

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