Trump e l’utilità politica della guerra

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1. Le guerre più utili: quelle “chiuse”

Uno dei pilastri originari del trumpismo era una promessa tanto semplice quanto potente: finire con le guerre estere infinite. Basta Iraq, basta Afghanistan, basta Medio Oriente come buco nero di risorse, vite e attenzione politica. L’America, nella versione trumpiana, avrebbe dovuto smettere di sacrificarsi per il mondo e tornare a concentrarsi su sé stessa: economia, confine, ordine interno, guerra culturale, riscatto nazionale. Per questo Donald Trump insiste da mesi di aver “chiuso” o almeno congelato una serie di conflitti internazionali. In alcuni casi si tratta di risultati parziali; in altri, di una chiara iperbole propagandistica. La lista comprende la de-escalation tra India e Pakistan, i tentativi di stabilizzazione tra Rwanda e Congo, il raffreddamento tra Thailandia e Cambogia, il dossier Armenia-Azerbaigian e, più debolmente, le tensioni Serbia-Kosovo ed Egitto-Etiopia. Molte di queste guerre “chiuse” erano in realtà tregue fragili o crisi militarizzate. Ma per Trump questo conta poco. Conta la formula: “io non apro guerre, le spengo”. Questa è la prima utilità politica della guerra, per Trump: offrire una prova retrospettiva del disimpegno. Non più l’America gendarme del mondo, ma una potenza che entra, minaccia, congela, negozia e poi si ritira. Non ordine liberale, ma ordine transazionale. In questa cornice, l’Ucraina resta la vera spina nel fianco. È una guerra ereditata dall’odiato “establishment liberale”, dall’altrettanto odiata Europa e da una NATO descritta come un fardello. Trump vorrebbe uscirne, trattando con Putin, concedendo territori e puntando su gas e terre rare. Non esserci riuscito logora la sua immagine di dealmaker-in-chief.

2. Pseudo-guerre imperiali: minacce, blitz, paci amministrate

Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Il trumpismo non è mai stato pacifista. Non rifiuta la forza; rifiuta un certo tipo di guerra: lunga, costosa, multilaterale, percepita come inutile dall’elettorato nazional-populista. Non rinuncia alla dimensione imperiale americana, anche militare. Ne rifiuta la versione liberale. Ne privilegia un’altra: più rozza, più nuda, meno rivestita di principi universalistici. Entrano così in gioco Groenlandia, Canada, Panama, Cuba e Venezuela. Non sono guerre in senso stretto, ma fronti coercitivi: minacce di annessione, pressioni economiche, dimostrazioni di forza. Nel caso della Groenlandia non siamo alla guerra, che sarebbe un inedito scontro intra-NATO, ma alla pretesa di acquisizione. Nel caso del Canada, l’idea di farne il “51° stato” segnala una volontà di riordinare gerarchicamente lo spazio nordamericano. A sud, il progetto di controllo diretto di Panama – cioè dello stretto – rientra nella logica tradizionale di appropriazione del cortile di casa e delle sue risorse. Il Venezuela è stato rivelatore. La spettacolare cattura di Maduro ha saldato politica estera e politica interna: Caracas diventa simbolo di narcotraffico, caos, ostilità antiamericana e risorse energetiche sottratte per decenni all’influenza di Washington. La scenografia “western” conta quanto il contenuto strategico. Il messaggio è che l’America può tornare a colpire e ridisegnare il proprio emisfero. Segue la pressione su Cuba – il prossimo obiettivo nell’area – che combina il tradizionale anticomunismo, il revanscismo della diaspora e la riaffermazione del primato americano nei Caraibi. Se dunque la prima utilità politica della guerra è dimostrare che Trump “chiude” i conflitti, la seconda è mostrare che l’America domina il proprio spazio vitale – il suo Lebensraum – e da lì pretende di proiettarsi verso un ruolo di arbitrato globale. Gaza, in questa prospettiva, è particolarmente significativa. Pur non essendo una “guerra di Trump”, può entrare nella sua contabilità come pseudo-guerra “amministrata”. Non perché Trump l’abbia risolta o ne abbia sanato la piaga genocidiaria, ma perché presentarsi come arbitro della pace gli consente di occupare una posizione simbolica precisa: quella del re-imperatore che guida un proprio Board of Peace, una struttura informale, da lui presieduta a vita, che aspira a sostituire l’“impotenza” dell’ONU con una diplomazia transattiva e una sovranità personale sostenuta dalla forza. Peace through force: il vecchio slogan reaganiano riesumato mentre il Department of Defense veniva ribattezzato Department of War.

3. La guerra impopolare che può costare le midterm

Fino a questo punto siamo ancora nella parte gestibile del problema. Esiste però una terza utilità politica della guerra, più rischiosa: emerge proprio quando un conflitto smette di funzionare come simbolo di forza e diventa elettoralmente dannoso. Il modello, qui, è l’Iran. A differenza dell’Ucraina, non può essere facilmente presentato come un’eredità altrui, anche considerando il ruolo di Israele nel trascinare gli Stati Uniti nel conflitto. L’ostilità tra Washington e Teheran è antica e strutturale. E se questa guerra si prolunga e produce costi economici interni, diventa esattamente il tipo di guerra che Trump aveva promesso di evitare. E può danneggiarlo proprio su ciò che più conta, oggi, per il presidente americano: le elezioni di midterm a novembre. Il “modello Iran” comporta quattro rischi. Il primo è economico. L’Iran tocca direttamente il petrolio, il suo trasporto, il costo della benzina. Se il conflitto si traduce in prezzi più alti e ritorno dell’inflazione, colpisce il trumpismo nel suo centro materiale: la promessa di rendere la vita quotidiana più facile e meno costosa. Il secondo è militare. Il trumpismo ama le dimostrazioni di forza; molto meno i caduti in una guerra percepita come evitabile o priva di obiettivi chiari. Un conto è il colpo rapido, un altro il trascinamento. Un conflitto lungo e opaco riapre nella base la domanda più pericolosa: “perché stiamo morendo lì”? Il terzo rischio è sociale. Le guerre attraversano sempre il corpo politico, talvolta unificandolo, altre spaccandolo. Gaza ha mostrato chiaramente questa seconda dinamica, trasformandosi in una linea di frattura anche negli Stati Uniti, penetrando nelle università, nelle città, nei media, nelle comunità etniche e nelle coalizioni elettorali e provocando proteste di massa, polarizzazione ideologica e militarizzazione dell’ordine pubblico. L’Iran, se si prolunga, può contribuire ad alimentare questo processo. Il quarto rischio è il più delicato: le fratture dentro MAGA. La coalizione trumpiana non è omogenea. Il residuo neocon è ormai marginale: Trump non punta più a “esportare la democrazia” ma a rendere i regimi esistenti compatibili con gli interessi americani, anche attraverso il “brutalismo” ostentato con la decapitazione chirurgica del vertice politico nemico. Ma accanto a un nazionalismo muscolare resta una componente populista e isolazionista che vive le guerre estere come tradimento dell’America First. Le tensioni attorno all’Iran mettono a nudo questa contraddizione: apparire forti a ogni costo o tirarsi fuori dalle guerre? Questo dissenso, naturalmente, non si traduce in voti per i democratici, ma nella demobilitazione degli elettori trumpiani più radicali. E una crescita dell’astensione può bastare a perdere nei collegi in bilico. Il problema elettorale diventa allora cruciale. Trump non può permettersi di perdere le midterm di novembre, per non trasformarsi in un’anatra zoppa per di più perseguitata per i prossimi due anni da un processo di impeachment. Deve dunque trasformare una guerra impopolare in una opportunità politica.

4. La guerra come opportunità politica

Questo è il passaggio centrale. Le guerre non servono a Trump solo finché sono popolari. Possono tornargli utili anche quando non lo sono più. In certi casi, proprio allora. È il punto in cui una debolezza si trasforma in forza: non più consenso, ma controllo del campo politico. Perché attivano diversi meccanismi. Il primo è la concentrazione del potere nell’esecutivo. Ogni crisi rafforza la pretesa di decidere in fretta, secretare, aggirare vincoli. Nel caso di Trump, questo si innesta su una concezione plebiscitaria e super-presidenzialistica. La guerra diventa una tecnologia di verticalizzazione del comando, il luogo della decisione opaca e personalizzata. Il secondo meccanismo è l’uso dell’emergenza contro il nemico interno: la criminalizzazione del dissenso. Una volta aperto un conflitto, l’opposizione può essere descritta come irresponsabile o anti-patriottica. Una guerra lunga e impopolare offre una giustificazione continua per trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico. Il nemico non è più solo esterno. Diventa interno: studenti, attivisti, amministrazioni locali, città democratiche. In questo clima, l’intervento coercitivo appare urgente e necessario e il MAGA può ricompattarsi dietro il suo Capo. La sicurezza nazionale legittima pratiche più intrusive, gli spazi civili si restringono, la partecipazione diventa più difficile, la protesta più rischiosa. Si apre così la fase della deriva autoritaria vera e propria. Non serve ancora sospendere le elezioni. Si comincia col deformare il contesto in cui si svolgono. La questione non è se Trump possa rinviare le midterm su scala nazionale senza l’accordo del Congresso – ipotesi debole – ma se una guerra possa essere usata per alterare il terreno elettorale in alcuni luoghi strategici. L’esito più plausibile non è una sospensione generale, ma interventi selettivi: emergenze localizzate usate per comprimere il processo elettorale in determinati contesti ostili, soprattutto grandi aree urbane e collegi in bilico. Far saltare le elezioni anche solo in pochi collegi, anche solo per alcuni mesi, concorrerebbe a scongiurare una maggioranza democratica all’apertura del nuovo Congresso, evitando che la legislatura parta con un processo di impeachment. In questo quadro, una guerra – proprio quando è impopolare e tende a generare disordine interno – diventa paradossalmente una risorsa politica: lo strumento che inaugura un governo emergenziale apertamente repressivo. Trump, insomma, lungi dall’essere un “folle” come troppi pensano, gioca a fare il madman ma ha una visione molto lucida dell’utilità politica della guerra. Di alcune si serve per dire che le chiude. Altre le usa per mostrare che domina il proprio emisfero. E quelle che diventano un problema, può trasformarle in una politica dell’emergenza per intaccare il nucleo – minimo, ma essenziale – della democrazia. Secondo un autorevole studio recente, gli Stati Uniti non sono già più una democrazia liberale, ma restano ancora una “democrazia elettorale”. In quest’ultimo scenario estremo, invece, che incide sul dogma liberale delle elezioni libere e corrette, si aprirebbe una deriva apertamente autoritaria. Non è detto che l’azzardo riesca. Ma è lì che bisogna guardare: non solo alle guerre che combatte fuori, ma a ciò che possono autorizzarlo a fare dentro gli Stati Uniti.

Riferimenti bibliografici
Alan Jaffe et al., “Addressing Trump’s Claims About Ending Multiple Wars”, FactCheck.org, 29 agosto 2025 [link]
Karim Sadjadpour, “Trump’s Fundamental Misunderstanding in Iran.”, The Atlantic, 7 aprile 2026 [link]
Nadia Urbinati, “Oltre il regicidio, quello di Trump è brutalismo”, Domani, 3 aprile 2026 [link]
Renzo Guolo, “La strategia del regicidio, ma così nessuno è al sicuro”, Domani, 1 aprile 2026 [link]
Tom Nichols, “Trump Has Given America a Constitutional Dilemma. Congress should not have to argue over whether to trigger the War Powers Resolution, and certainly not in the midst of conflict”, The Atlantic, 2 marzo 2026 [link]
Alejandro Reyes, “America’s Drift Toward Constitutional Authoritarianism. Trump has shown how democracy can be neutralized without being destroyed”, Foreign Policy, 19 gennaio 2026 [link]
“Democracy Report 2026. Unraveling The Democratic Era?”, V-Dem Institute, marzo 2026 [link]
Elisabetta Grande, “Iran. Per Trump una tregua obbligata”, Volere la luna, 10 aprile 2026 [link]

Gli autori

Ottorino Cappelli

Ottorino Cappelli è docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale. Ha scritto, da ultimo, “Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano” (Editoriale scientifica, 2026).

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