Biden e l’improbabile intervento del “Signore onnipotente”

Dopo lo sconfortante dibattito del 27 giugno, che ha mostrato al mondo un Biden con evidenti difficoltà cognitive (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/07/01/dopo-la-debacle-biden-e-davvero-intoccabile/), mentre i sondaggi dicono che due terzi degli americani non sono più disposti a votarlo, le pressioni per una sua uscita di scena diventano ogni giorno più forti. A spingere perché Biden “passi la torcia” (così sta scritto sui cartelli della gente che lo accoglie nella campagna presidenziale in giro per gli Stati Uniti) non sono soltanto molti elettori democratici. Tantissimi big donors, fra cui per esempio la regista Abigail E. Disney – erede della fortuna Disney e importante sostenitrice economica del partito democratico –, si rifiutano di contribuire anche solo con un cent alla campagna qualora il ticket non venga cambiato (https://www.nytimes.com/2024/07/04/us/politics/biden-donors.html).

Nel partito democratico, d’altronde, il caos non potrebbe essere maggiore: a fianco di coloro che continuano a sostenere Joe Biden, fra cui ovviamente la stessa Kamala Harris, ci sono i molti che appoggiano la richiesta, avanzata pubblicamente da sette deputati, di una sua sostituzione. La forte tensione fra le diverse posizioni all’interno del partito è risultata evidente durante l’incontro virtuale fra tutti i più influenti deputati democratici, convocato domenica 7 luglio da Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera (https://www.nytimes.com/2024/07/07/us/politics/biden-democrats-congress-murphy.html). Molte delle posizioni contrarie alla sua candidatura, espresse in quella sede, si sono tuttavia stemperate all’apertura del Congresso la settimana successiva, giacché il timore di non riuscire a ottenere il ritiro di Biden ha convinto parecchi fra i suoi critici ad assumere un atteggiamento più conciliante per evitare di peggiorare una situazione già pessima.

Il problema più serio è persuadere Joe Biden a ritirarsi: impresa che pare ad oggi assai ardua dopo che durante un’intervista alla ABC news, venerdì 5 luglio, il presidente ha affermato che «solo se il Signore onnipotente scende e me lo chiede, potrei farlo» (https://www.nytimes.com/2024/07/05/us/politics/biden-interview-takeaways.html). Senza una sua rinuncia, infatti, i delegati alla Convention del 19 agosto nella Chicago degli Obama non potranno che votare per lui, essendo la maggioranza di loro pledged (ossia impegnati sul suo nome). Né i superdelegati, ossia coloro che non sono impegnati sul suo nome e che rappresentano il partito, sono in numero sufficiente per rovesciare la votazione dei pledged. La candidatura Biden è dunque assolutamente blindata fino a che qualcuno – nelle sue parole, potente quanto Iddio – lo determini a lasciare.

Certamente se egli abbandonasse oggi la corsa lo scenario da molti auspicato potrebbe essere di effettuare delle mini-primarie fra tutti i possibili candidati (le così dette Town Halls) in varie parti degli Stati Uniti, che potrebbero essere seguite per televisione da tutti gli americani e soprattutto dai delegati alla Convention che, se Biden non impegna per altri, sarebbero a quel punto liberi di scegliere il o la migliore fra i concorrenti. Per quanto, infatti, Kamala Harris possa apparire l’ovvia successora a Biden, nulla lo impone e nell’opinione di molti la candidatura della vicepresidente in qualità di presidente significherebbe una sconfitta assicurata. Si tratterebbe, cioè, di cadere dalla padella nella brace. Kamala Harris, infatti, non ha soltanto un tasso di approvazione popolare bassissimo (39%) e di disapprovazione altissimo (49%), ma è spesso stata marginalizzata in qualità di vice a causa della sua scarsa capacità diplomatica (è nota per le sue risate fuori luogo e imbarazzanti); è inoltre stata subito eliminata dalle primarie nel 2020 e l’unico settore di lavoro che le è stato affidato, quello dell’immigrazione, è oggi il meno risolto e il più problematico. Né i soldi raccolti nella campagna personale dal ticket Biden-Harris (91 milioni, parte dei 240 di cui il partito democratico dispone oggi) andrebbero necessariamente persi, poiché ben potrebbero essere conferiti a un super Pac, oppure direttamente donati al partito democratico, come già accaduto in passato per altri candidati che – sia pure a inizio primarie – si sono ritirati (https://www.nytimes.com/2024/07/09/us/politics/biden-harris-money.html). Anche la preoccupazione che la possibile eliminazione della Harris dal ticket possa offendere la platea elettorale nera è superabile attraverso una sua eventuale continuazione di vicepresidenza, o mediante la scelta di un candidato o una candidata che rappresenti i neri d’America. D’altronde, se l’obiettivo di un cambio di cavallo in corsa nelle prossime presidenziali è di evitare una débâcle per il partito democratico, la scarsa popolarità della Harris, che venisse fuori anche dalle mini primarie eventualmente indette – cui lei ovviamente potrebbe partecipare – dovrebbe definitivamente convincere per la bontà di una sua esclusione. La soluzione mini-primarie, oltre alla spinosissima questione della rinuncia di Biden alla corsa, vede però ancora l’incognita di trovare buoni candidati, giacché i più papabili, come Gavin Newsom o Gretchel Whitmer, potrebbero volere mantenersi fuori per correre con tempi più lunghi – e quindi maggiori possibilità di successo – nel 2028.

È questo il complicatissimo quadro che si è venuto a creare dopo l’anticipazione a giugno del primo dibattito fra Trump e Biden, che ancora ci si chiede chi abbia voluto e perché. Che si stia aspettando un nuovo e irrimediabile crollo del Presidente in carica per far cadere dall’alto, all’ultimo minuto, delle candidature non vagliate dal basso, ma di probabile successo per il partito democratico? La sede della Convention di agosto potrebbe allora apparire come un significativo e propizio indizio di una possibile soluzione per un tragico dilemma, che non affligge soltanto il partito democratico, ma gli Stati Uniti tutti. In fondo Barack Obama, di cui l’attuale presidente è stato il vice, potrebbe essere per Biden quel signore onnipotente che lo può convincere ad andarsene.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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