La politica e il male minore. A margine del caso francese

Ho come la sensazione che la politica tutta sia ormai un cantiere permanente, più o meno come le nostre città in cui, da quando la bolla del PNRR ha fatto esplodere i lavori pubblici, non ci si capisce più niente. Intendiamoci, che la politica sia un cantiere permanente non è certo una grande novità: sono decenni che ne parliamo. Ancor di più a sinistra, dove l’immagine fu usata anche organicamente più di dieci anni fa. I cantieri di Nichi, si chiamavano. Uno dei tanti cantieri che la sinistra ha aperto e poi ha dismesso. Ma non sono questi deserti chiamati cantieri della sinistra ciò a cui mi sto riferendo adesso.

Più semplicemente, mi pare che stiamo attraversando una lunga stagione – mesi, non settimane – in cui le campagne elettorali si susseguono ma gli esiti sono come sospesi, in attesa di ciò che accadrà subito dopo. Non c’è mai una fine e dunque nemmeno un inizio. Come se tutti avessimo preso consapevolezza che l’interdipendenza è diventata così sistemica e per certi versi così irresponsabile da rendere evidente che non c’è elezione che può dirsi conclusa in Italia che non verrà in qualche modo terremotata a posteriori da ciò che è appena avvenuto in Francia, e non c’è elezione in Francia che non dovrà in qualche modo passare per le forche caudine delle presidenziali americane. Fino a quel momento abitiamo una sospensione. Tutto si tiene e allora tutto è sospeso. Gli esiti dei risultati elettorali di ieri possono modificarsi a partire dai risultati elettorali di domani. Una stagione che somiglia a un paradossale disordine del tempo. Conviene non dimenticarselo anche oggi, che ci svegliamo ebbri di un inatteso risultato in Franca. Tutto ciò che avviene sarà trasformato da ciò che stiamo ancora attendendo, l’irreparabile. Che è l’unica categoria della politica, ormai. E che è sempre dietro l’angolo, anche adesso che abbiamo – almeno per un po’ – schivato Le Pen. Questo irreparabile ha molti nomi, all’interno del cantiere ufficiale della politica. Aveva il volto di Le Pen, avrà quello di Trump. Temo che in questo momento abbia per le oligarchie europee il volto di Mélenchon. Ciò che si oppone all’irreparabile – si chiami nuovo fronte popolare, governo tecnico o Biden – in ogni caso sarà sempre un’ennesima rappresentazione del male minore. Sta proprio qui il motivo per cui ho esordito con la metafora del cantiere. Perché ci sono tanti modi di stare ad osservare un cantiere.

Ce n’è uno che è per certi versi il più intuitivo, ma è anche il più pericoloso. Quel che nel cantiere si sta costruendo non è certo la rappresentazione di un sogno. Nessun archistar della politica sembra essersi messo in gioco, nessuna nuova immaginazione politica si sta edificando. Sia se osserviamo il cantiere dal basso sia se lo osserviamo dall’alto, sia se restiamo immischiati nell’avvilente situazione italiana sia se ci eleviamo oltre i confini nazionali, in ogni caso ciò che il cantiere sta facendo venir su è, se va bene, un male minore e, se va male, un male assoluto. Un po’ come la vittoria dei laburisti inglesi: è certamente la fine di una delle peggiori stagioni dei Tories, ma il prezzo da pagare sembra un ritorno del blairismo, che alla sinistra europea ha fatto più danni di un’invasione di cavallette. O come il nuovo fronte popolare francese. Come si faceva a non appoggiarlo, in queste condizioni estreme? I motivi per cui non si può non aderire a questa opzione politica anche da sinistra li ho trovati sintetizzati così da un grande intellettuale militante come Balibar: «Si può immaginare cosa significherebbe l’arrivo al potere di Marine Le Pen, Jordan Bardella e della loro squadra: l’estinzione delle libertà civili a favore di una polizia libera da ogni controllo e obbligo, il monopolio degli imperi mediatici ultraconservatori e la loro morsa sulla cultura e sull’informazione, la regressione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici, la xenofobia criminale incoraggiata e persino formalizzata, un ordine morale, sanitario e carcerario». Vi ricorda qualcosa? A me sì, letteralmente. Polizia che picchia manifestanti e reprime proteste, un’occupazione sistematica e di regime della cultura e dell’informazione, l’obsolescenza del Welfare programmata nell’immediato, il plateale ed esibito ritorno del razzismo e del fascismo…

Tutto ciò che in Francia terrorizza in Italia si realizza. Anzi, l’immaginazione del male di Balibar è persino troppo timida: non prende in considerazione l’ipotesi che l’estrema destra al potere possa cambiare la forma dello Stato e minare l’unità nazionale, come sta accadendo da noi ( (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/07/03/lobiettivo-della-destra-cambiare-la-forma-di-stato-e-di-governo/). E però da noi non solo non abbiamo nessun nuovo fronte popolare – al limite ci accontentiamo di un ben più modesto “campo largo” – ma riconosciamo, dopo decenni di voto difensivo – che urlare “al lupo, al lupo” non serve più a richiamare alle urne. Gli elettori si sono stancati di difendersi, forse perché, almeno in Italia, si sono dovuti difendere anche da quelli che li avrebbero dovuti difendere. Io vivo in una piccola città, in cui per la prima volta il Partito Democratico si è trovato a contendersi il ballottaggio non con il centro destra, ma con una lista civica. Non ha potuto utilizzare l’argomento del male minore: votate noi per evitare che vadano al governo i post-fascisti. E senza questo argomento, si è trovato improvvisamente senza argomenti. Qualche balbettio, qualche richiamo alla competenza, ma senza l’incantesimo del voto utile resta il deserto di contenuti politici che è stato pianificato in questi decenni.

È questa la questione decisiva, dal mio punto di vista. La vittoria del nuovo fronte popolare è anche la vittoria di Mélenchon, ma non solo. Per questo è ancora di là da compiersi e il gioco di Macron – con lui di tanti politici europei – non è affatto fallito. Che verrà adesso? Perché le ipotesi in gioco sono tante e non sono variazioni di uno stesso schema politico. Il timore, ora, è che questa vittoria sarà sfruttata per ostracizzare Mélenchon (mi permetto di rimandare al post scriptum) e proporre un governo tecnico persino in Francia. Trasformare il risultato di Mélenchon in una vittoria di Pirro e utilizzare i voti del nuovo fronte popolare per neutralizzare la democrazia, seguendo l’esperimento decennale che abbiamo vissuto in anteprima. E noi, cosa possiamo fare? Non ci resta che osservare. Di fronte al cantiere della politica, rischiamo di ridurci a una congrega di umarell (gli anziani che osservano i lavori dei cantieri). Simpatici ma un po’ patetici. Ci limitiamo ad osservare dal di fuori questo cantiere del presente, in cui il presente però non passa mai, è così esteso da non concludersi se non tra qualche mese. Tra di noi ci indigniamo e ci diamo di gomito con preoccupazione, perché rischia di venir su un vero eco-mostro politico. Siamo certi che tutti vedano i pericoli dentro cui stiamo finendo (noi italiani ci siamo già finiti). Invece se mettiamo distanza e ci osserviamo con un certo distacco, vedremo che intorno al cantiere siamo solo in pochi e quasi tutti anziani, mentre tutto intorno il mondo si disinteressa e prosegue beatamente verso la propria presunta autodissoluzione. Gli astenuti crescono, i giovani non si fermano perché hanno un sacco di cose da fare per sopravvivere.

O forse non è proprio così come vogliamo che appaia. Accanto alla crescita dell’astensionismo (in Italia e in Inghilterra, non in Francia), c’è un dato che sembra attraversare tutti i frammenti di questo presente che non si ricompone mai: le nuove generazioni si stanno radicalizzando, a sinistra. In Italia, in Francia, in Inghilterra (aspettiamo gli Stati uniti per la smentita). Sono quelle generazioni che noi umarell, ossessionati dal cantiere della politica tradizionale, giudichiamo con disdegno: impolitiche, poco alfabetizzate, incapaci, pigri e mossi esclusivamente da interessi individuali. Certo, è anche possibile che la radicalizzazione dei giovani sia legata semplicemente al fatto che siano giovani: anche Paolo Mieli in fondo da giovane si professava rivoluzionario. Gli passerà, dunque: diventeranno anche loro degli umarell. Ma può anche darsi che questa radicalizzazione sia l’effetto dell’incrocio di due circostante oggettive, come si sarebbe scritto un tempo. Da un lato l’impoverimento diffuso – che comporta una paura per il futuro da cui noi siamo stati salvati e al contempo un informe e non dichiarato ritorno della “coscienza di classe”. Dall’altro lato una diffidenza nei confronti della politica tradizionale, per cui lo sguardo dei giovani non è più interessato ai cantieri dove si svolgono i riti e gli appalti della vecchia politica, quella che loro non riconoscono più.

Come non sprecare dunque questo tempo sospeso? Io credo che la sinistra non possa accettare di indossare esclusivamente gli occhiali degli umarell. Certo, ciò che sta venendo su nel cantiere della vecchia politica è preoccupante e il rischio è che la democrazia per come l’abbiamo conosciuta e amata crolli definitivamente è davanti ai nostri occhi (per una volta il “Cantiere Italia” è assai avanti coi lavori rispetto agli altri). Ma non basta questo. Dobbiamo essere in grado contemporaneamente di distogliere lo sguardo. Di non immaginare solo mali minori ma anche beni maggiori, forme di emancipazione che possano attrarre coloro che diffidano oggettivamente degli effetti del neoliberismo nelle loro vite. Volgere lo sguardo verso tutti quelli che passano a distanza e non si fermano, perché magari sono impegnati in altri cantieri. E impegnarci a costruire ponti tra questi cantieri che non si parlano e si osservano con ostilità. Certo, nell’attesa dei ponti, bisogna costruire nuovi fronti popolari. Ma se i nuovi fronti popolari sostituiscono l’immaginazione dei ponti, allora anche la sinistra è condannata a estinguersi definitivamente. Per questo la posta in gioco è così alta, anche adesso che il nuovo fronte popolare ha vinto. Perché l’immaginazione politica cambia e si muta in base al discorso che prevarrà e si farà egemonia: se a vincere è solo il fronte popolare, non usciamo dalla logica del male minore e dal cantiere osservato dagli umarell. Se a vincere è stata la sinistra di Mélenchon, allora anche gli umarell saranno costretti a volgere lo sguardo altrove. Finalmente.

Post Scriptum
Qualche giorno fa ho letto questa dichiarazione di uno dei più influenti economisti del mondo, Olivier Blanchard, già capo-economista del Fondo monetario, professore emerito al MIT, ora al Peterson Institute. Val la pena leggerla fino in fondo per capire ciò che è in gioco a seguito delle elezioni francesi. Da un lato l’ennesimo tentativo di usare la minaccia neo-fascista come legittimazione del neoliberismo di sinistra, dall’altro l’opportunità di vedere al governo una sinistra che sia anche anti-capitalista. E che, per molti versi, è la vera minaccia all’ordine consolidato. Mélenchon è molto più minaccioso di Le Pen, specie adesso che ha vinto. Ecco le parole di Blanchard:

Perché penso che il programma economico del Nouveau Front Populaire (NFP) sia peggiore di quello del Rassemblement National (RN)?
La natura dei due programmi è molto diversa. Il programma economico del RN è un albero di Natale, senza logica o coerenza. Il programma economico del NFP è invece per lo più internamente coerente, basato su una redistribuzione epocale dai ricchi ai poveri, e dalle imprese ai lavoratori.
Perché è così pericoloso?
È essenziale distinguere tra due tipi di programmi di sinistra. Uno socialdemocratico, che cerca di equalizzare le opportunità e redistribuire senza distruggere gli incentivi a creare e produrre – grossomodo il programma del vecchio partito socialista –. Un altro rivoluzionario – per usare le parole di Jean Luc Mélenchon – che va molto oltre, è quasi confiscatorio nella natura, sperando che, in qualche modo, l’economia continui a funzionare. Per tutti gli scopi pratici, il programma del NFP è del secondo tipo. Intende tassare il reddito attraverso aliquote molto più elevate. Il programma non fornisce un numero, ma nel 2022, La France Insoumise di Mélenchon suggeriva un’aliquota marginale del 90 per cento per la fascia più alta. Intende tassare le successioni attraverso aliquote molto più elevate, con un’aliquota del 100 per cento sopra un certo livello. Intende reintrodurre l’imposta patrimoniale ISF e tassare la ricchezza al 3 per cento all’anno, secondo Manon Aubry. È difficile vedere come questo non porterà gli imprenditori a spostare in massa le loro operazioni altrove. L’NFP intende aumentare il salario minimo (SMIC) immediatamente a 1.600 euro. Dato che molti salari si muovono con il SMIC, questo significa un notevole aumento dei costi del lavoro per le imprese. L’NFP sostiene, su basi keynesiane, che questo spostamento di reddito porterà i lavoratori a spendere di più, aumentare la produzione e beneficiare tutti. Ignora il fatto che, dal lato dell’offerta, l’aumento dei costi porterà molte imprese al fallimento, molte altre imprese a diventare non competitive e licenziare lavoratori, tutte le imprese a diminuire gli investimenti e la crescita a diminuire.
Come socialdemocratico, credo nell’uguaglianza delle opportunità, nel miglioramento dell’istruzione, nella redistribuzione del reddito dai ricchi ai poveri. Come economista e persona a volte coinvolta nella progettazione di politiche, so anche che esiste un delicato equilibrio tra ridurre le disuguaglianze e mantenere una forte crescita. Il programma del NFP ignora semplicemente questo equilibrio e può solo, come molti dei suoi predecessori, portare a una catastrofe economica. Proprio come per il programma del RN, ci viene detto, sottovoce, di non preoccuparci, che il programma non sarà applicato. Sono scettico. Il programma si impegna a prendere misure drammatiche nei primi 15 giorni ed è difficile vedere come possa rinunciare a queste. In ogni caso, un programma meno peggiore sarebbe comunque molto negativo.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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