Spetta sempre alla sinistra salvare la democrazia

Si manifesta da tempo un’inquietante propensione dei moderati e liberali a ritrovarsi con la destra nazionalista, nativista, come a volte la si definisce, o sovranista: comunque reazionaria e razzista. All’Assemblea nazionale francese questa propensione era precipitata a fine 2023 nella nuova legge sull’immigrazione, approvata col voto del centro macronista, della destra ex-gollista, del Rassemblement national, e poi in parte cassata dal Consiglio costituzionale. In una situazione di seria crisi economica e sociale, in cui attori politici e logiche mediatiche hanno trasformato l’immigrazione nella massima preoccupazione dei cittadini e nel tema pubblico preminente, il front républicain ha ceduto.

La convergenza a destra si è riproposta in termini un po’ diversi dopo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale deciso da Macron all’indomani della disfatta del suo partito alle europee. L’idea di Macron era verosimilmente quella di replicare lo schema che l’aveva portato alla presidenza: unire le forze politiche e gli elettori moderati di destra e di sinistra suscitando la paura delle estreme, salvo, al secondo turno, costringere l’elettorato di sinistra a sostenerlo contro il pericolo rappresentato dalla destra nazionalista. Il presidente dei Repubblicani, il partito erede del gollismo, Eric Ciotti, ha però deciso di rompere questo schema, rivelatosi logoro già alle presidenziali del 2023 e alle successive elezioni legislative, e di siglare un accordo fin dal primo turno con il RN di Le Pen e di Bardella. Un pezzo del partito l’ha sconfessato. Poiché però un altro pezzo l’ha seguito, un accordo c’è stato.

Due punti meritano comunque di essere precisati. Macron ha in questi anni spostato decisamente a destra il suo centrismo: la legge sull’immigrazione è stata l’episodio più clamoroso. Ma se ne potrebbero citare altri, ad esempio nella sfera dell’istruzione e della ricerca. Non si contano inoltre le situazioni in cui la polizia, con l’avallo del governo, ha usato le maniere forti. Ultimo caso: le brutalità con cui è stata repressa la protesta dei nativi in Nuova Caledonia. Il secondo punto è che Ciotti pare abbia concordato la sua mossa con Vincent Bolloré. Grande imprenditore, Bolloré da quasi un decennio detiene nel campo dei media una posizione dominante paragonabile a quello di Berlusconi ampiamente sfruttata per favorire, il Rassemblement national. A leggere le dichiarazioni del padronato e gli articoli del Figaro, la sua non è una posizione isolata

In fatto di convergenza tra le destre, moderate ed estreme, l’Italia può impartire lezioni. Una variante in grande stile è quella proposta da Silvio Berlusconi, quando, levatosi ad alfiere del liberalismo neoliberista, volle costituire uno schieramento moderato-conservatore sdoganando sia l’etnoregionalismo leghista, sia il post-neofascismo di Fini. Erano due formazioni di destra estrema. Il razzismo della Lega era un tratto genetico, al momento declinato in chiave antimeridionale. Il partito di Fini, nonostante il generoso tentativo del professor Fisichella di riconvertirlo a un conservatorismo nazionale, ma non nazionalista, compatibile con la Costituzione, avrebbe tosto dato prova delle sue inclinazioni profonde: tra il drammatico G8 di Genova e la legge sull’immigrazione del 2002, non a caso denominata Bossi-Fini. Ricordiamo ancora come non vi fu dissenso moderato e liberale dal berlusconismo (tolto Zanone e pochi altri) e pure il mondo cattolico, l’ha appena ricordato il cardinal Ruini, in gran parte si accodò: da potenza ospitante della destra moderata (tramite la Dc) si trasformò, in debolezza ospitata, senz’ombra d’ironia apprezzando le cure dedicate dalla destra alla famiglia. Il moderatismo e il liberalismo italiani avevano già esibito la loro fragilità negli anni Venti. Nel dopoguerra, stretti dai grandi partiti di massa, i moderati sono stati assorbiti per lo più dalla Dc e i liberali hanno condotto un’esistenza di nicchia: tra Partito liberale, Partito repubblicano e il tosto scomparso Partito d’Azione, eredi in verità, gli ultimi due, più del liberalsocialismo di Rosselli che del liberalismo di Croce.

Esauritasi quella vena, non c’è stato però solo Berlusconi a impadronirsi del liberalismo. Ha provato a fargli concorrenza il Pd di Veltroni. L’idea era di dar seguito e consistenza all’esperienza dell’Ulivo, coniugando stabilmente una dose di socialismo “Terza via”, una di cattolicesimo democratico e una di liberalismo. Diversamente però da quanto accaduto sulla destra, l’estrema – che troppo estrema non era – era esclusa. Su quell’esclusione un pezzo di eredi del Pci aveva fondato la sua nuova identità. Forse per questo, visto che tra le tre componenti del nuovo partito, quella liberale era troppo esangue, alcuni ex comunisti hanno costituito una corrente liberale e riformista, tuttora vitale, anche se in parte defluita sotto le bandiere di Renzi e di Calenda.

Ma di quale liberalismo si parla? La citazione del liberalismo anglosassone è ricorrente, benché quest’ultimo abbia da tempo subito una profonda mutazione. Il liberalismo di Roosevelt e Kennedy, di Beveridge e Keynes, convinto della possibilità di creare una società migliore, è divenuto minoritario. I liberali d’oltre oceano radunati nel Partito democratico, difendono i diritti umani, ma non quelli sociali, tutelano le differenze, ma non nascondono la loro predilezione per il libero mercato e ultimamente si sono attestati su posizioni belliciste. Su posizioni moderate e liberiste si collocano pure gran parte degli attuali liberali europei. Ma c’è anche di peggio. In Olanda i liberali si accingono ad allearsi con la destra razzista di Wilders, in Svezia fanno già parte di un governo sostenuto dalla destra estrema.

Tra i dettagli da citare, tanto in Francia, quanto in Italia, ma non solo, è attecchita una specie di intellettuali che, turbati dal rischio del declino demografico, dall’immigrazione, dall’incompatibilità democratica dell’Islam, dagli eccessi della cancel culture, dall’aggressione di Putin all’Ucraina e da quella di Hamas a Israele, dalle proteste degli studenti contro la strage di Gaza, predicano un singolare liberalismo identitario, fondato sulla pretesa superiorità dei valori e della cultura occidentali ed incline a posizioni ultraatlantiste, securitarie e pure a qualche rigorosa misura di polizia culturale.

La convergenza verso la destra estrema ha riguardato pure gli elettori nelle forme del populismo. Quest’ultimo, è ora di ammetterlo, è stato una colossale mistificazione, incoraggiata dai media e dall’accademia, che si è concentrata sullo stile volgare e chiassoso, e sull’impiego massiccio del termine popolo da parte di un insieme di forze politiche apparse ex novo a destra o riciclatesi tra gli anni ’80 e ’90. L’abuso del popolo in democrazia non è una novità. Ma l’etichetta di populismo è tornata comoda per esorcizzare la cifra nazionalista e reazionaria delle succitate forze politiche di destra estrema, consentendo del pari a queste ultime per rendersi meno indigeste. Ebbene, una volta inventata l’etichetta, tanta e non innocente attenzione è stata dedicata allo slittamento dell’elettorato popolare verso queste forze politiche. Anziché curarsi dei danni inferti a questo segmento di società dalle politiche neoliberali e dalla sua sottorappresentazione politica, imputabile, quest’ultima, al riposizionamento dei grandi partiti socialisti europei, si è preferito stigmatizzare i suoi slittamenti elettorali in favore della destra nazionalista e reazionaria. Quando, se slittamento c’è stato, è stato contenuto. E stato ben più cospicuo quello verso l’astensione. Tocca altresì ricordare che una quota, tra un terzo e metà, dell’elettorato popolare ha sempre votato a destra ed è presumibile che sia soprattutto questa quota che si è radicalizzata a beneficio della destra estrema.

Ben più rimarchevole è stata invece la radicalizzazione a destra dei ceti abbienti e dei ceti medi indipendenti. E vero, le Ztl e i quartieri alti delle grandi città esprimono percentuali elevate a favore della sinistra, ma non vi mancano gli elettori d’estrema destra: lì e altrove. Com’è pure tra le classi medie provinciali che l’estrema destra accoglie grandi consensi. I partiti cosiddetti populisti avranno pur conquistato una fetta di elettorato popolare, ma tutto sono fuorché partiti popolari.

Epperò, dalla Francia è arrivata una novità. Di fronte alla prospettiva di una catastrofe democratica, già iniziata in Italia, la sinistra francese ha avuto una reazione inattesa, ma salutare. Diversa da quella del centrosinistra italiano, dove con stolta disinvoltura Letta ha consegnato il governo del paese a Meloni. Convocando nuove elezioni, Macron, disperato, ha scommesso, si è detto, sul timore degli opposti estremismi. L’azzardo non gli è riuscito. Perché la sinistra ha deciso di superare le sue lacerazioni e di radunarsi sotto le mitiche insegne del Fronte popolare. Dopo decenni di divisioni, abbandoni, mortificazioni, incomprensioni non era facile persuadere gli elettori. Non tutti coloro che hanno aderito al NFP si sono comportati con la prudenza richiesta dalla situazione. I media, anche quelli più simpatetici, hanno fatto a gara per sottolineare le sue divisioni e anche la fragilità del suo programma: quasi che quello della destra a trazione RN e quello del partito di Macron fossero molto più attendibili. Il padronato si è schierato contro. Ma un ex-primo ministro, di estrazione post-gollista, e qualche imprenditore hanno preso apertamente parte per il Front. E comunque dimostrato che qualcosa di nuovo a sinistra si può inventarlo.

Sono forse le terribili difficoltà di questi anni, la consapevolezza del distacco dei ceti popolari dalla politica, l’impopolarità di Macron e delle politiche da lui promosse, la minaccia di macelleria sociale e democratica da parte del RN che hanno indotto il ravvicinamento. Potrebbe perfino esserci qualche calcolo di convenienza: il rischio di definitiva esclusione dal paesaggio politico e dai finanziamenti pubblici. E stato però varato un programma comune. Niente di radicale. Ma è un programma inclusivo e riformatore (nel senso classico e non usurpato del termine), che ha suggellato l’inatteso slancio unitario. Sorretto da una vasta mobilitazione popolare e civica che ha richiesto l’accordo. Gli elettori hanno apprezzato: non solo le sinistre hanno confermato la percentuale conseguita alle europee, ma è al contempo cresciuta la partecipazione elettorale anche a loro vantaggio e non solo delle destre. Vedremo cosa accadrà al ballottaggio. Dopo molte esitazioni, il NFP e il partito di Macron e i Repubblicani hanno unito le forze in moltissimi collegi. La sinistra si è mossa subito. Gli altri hanno esitato, si sono divisi, ma alla fine si contano più di 200 desistenze. Ora il problema è capire cosa faranno gli elettori.

C’è qualche lezione da trarre? Una è di ordine generale. Non sappiamo se funzionerà, ma a salvare la democrazia deve sempre pensarci la sinistra: non senza sacrifici. Dal punto di vista democratico, a tutt’oggi niente fa più danno della sua divisione tra moderati e radicali. Contrariamente alla retorica secondo cui ci sono i diritti e le democrazie sono vaccinate dall’autoritarismo, l’autoritarismo ha imparato a camuffarsi da democratico ed è compito anzitutto della sinistra contrastarlo.

Per l’Italia c’è una lezione specifica. La politica è l’arte del compromesso. Un’equa politica fiscale, l’indispensabile adeguamento dei servizi pubblici, una politica di investimenti pubblici per rilanciare la produttività e il sistema industriale, la riduzione delle disuguaglianze, l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, la tutela dell’ambiente non sono l’assalto al Palazzo d’Inverno. Sono le condizioni di una società più civile e più giusta, di una contesa politica meno avvelenata. Esattamente quella che le destre al governo ci negano.

Una versione ridotta dell’articolo è stata pubblicata su il manifesto

In homepage George Grosz, I pilastri della società, 1926, Staatliche Museen, Berlino

Gli autori

Alfio Mastropaolo

Alfio Mastropaolo, politologo, è professore emerito di Scienza Politica nell'Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica” (Bollati Boringhieri, 2005), “Il parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee” (con L. Verzichelli, Laterza, 2006), “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un'invenzione imperfetta” (Bollati Boringhieri, 2011) e "Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico" (Il Mulino, 2023).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Spetta sempre alla sinistra salvare la democrazia”

  1. sembra plausibile che Macron stia giocando una scommessa che in parte potrebbe vincere: invitando a sbarrare la strada alla vittora di Le Pen-Bardella (RN) -come ha fatto per prima Melenchon- e quindi invitando i candidati del suo partito piazzatosi al terzo posto a desistere e votare anche NFP, ha subito ottenuto il risultato che al ballotaggio sono passati circa 150 suoi candidati … che potrebbero vincere … (ma parte dei suoi non faranno lo stesso a favore dei candidati NFP piazzati in buona posizione …) La situazione di tutte le 577 circoscrizioni sembra indicare che non ci sarà alcuna maggioranza: RN non arriverà neanche a 200 seggi; NFP potrebbe superare di poco i 230-240 seggi e il partito di Macron potrebbe avere circa 120-150 seggi … allora Macron potrà ricattare il NFP per costringerlo ad accettare di stare in un governo col suo partito ma senza rinunciare alle sue scelte di destra … altrimenti farà un governo con RN in nome del principio che il paese deve essere governato! (NB: la legge fascista e razzista contro l’immigrazione è stato SOLO PARZIALMENTE CASSATA DALLA CORTE COSTITUZIONALE … Il programma del NFP prevede sia la sua abrogazione sia quella della riforma sulle pensioni che Macrfon ha imposto a tutti i costi oltre a quella sulla sicurezza e contro il “comunitarismo” sfacciatemnet razzista)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.