Nord Europa: la sinistra vince ma predica la guerra

Nell’oscurità che avvolge l’Europa, infettata dall’ascesa dell’estrema destra e sull’orlo della terza guerra mondiale, una luce di speranza sembra sprigionarsi dal Nord Europa, dove la sinistra radicale ha conseguito un significativo, e del tutto inaspettato, successo, nelle elezioni per il Parlamento europeo. Tra i media italiani, quelli di centrodestra hanno sostanzialmente ignorato la notizia, mentre quelli sedicenti liberal-progressisti ne hanno dato una versione molto parziale, focalizzandosi sulla sconfitta dell’estrema destra. Univoco è stato, sia pure per motivi diversi, anche il plauso che riviste ed esponenti dell’italica sinistra-sinistra (come la chiama Luciana Castellina) hanno tributato all’exploit dei cugini nordici, mettendolo in relazione con il buon risultato di Alleanza Verdi-Sinistra. Abbiamo dunque un modello cui ispirarci, per contendere l’egemonia all’estrema destra?

Un’analisi ravvicinata dell’esito delle elezioni nel Nord Europa (Svezia, Danimarca e Finlandia; la Norvegia non fa parte dell’UE) rivela un quadro più articolato e in una parte non trascurabile assai meno esaltante di quanto non emerga dai frettolosi entusiasmi del centrosinistra nostrano.

Vediamo innanzitutto chi ha perso: senza dubbio l’estrema destra, soprattutto in Finlandia e Svezia dove i “Veri finlandesi” (un nome un programma) e i Democratici di Svezia (il cui slogan elettorale è stato “La mia Europa costruisce muri”) hanno registrato un significativo arretramento. Entrambi al potere (i Veri finlandesi fanno parte del governo di destra-centro, i Democratici di Svezia appoggiano dall’esterno un esecutivo di cui dettano di fatto l’agenda politica), hanno passato il segno, per il loro elettorato meno estremista, con continue esternazioni razziste, antisemite, complottiste e, nel caso del partito svedese, uno scandalo per l’utilizzo di account anonimi per diffondere notizie false, allo scopo di manipolare l’opinione pubblica. Tanto sfoggio identitario, dunque, ma poca sostanza, perché le uniche promesse mantenute sono quelle di legge e ordine, con buona pace del programma “sociale”. Soprattutto per gli estremisti svedesi il risultato rappresenta un duro colpo all’autorappresentazione che hanno diffuso, esaltando l’inarrestabilità della loro ascesa. In effetti è stato così dal 2010 (anno dell’ingresso in Parlamento), ma ora la parabola ascendente si è interrotta.

Quanto alla Danimarca, il Partito popolare oggi raccoglie poco più del 6% dei voti, ma ha avuto molti anni per corrodere la cultura politica del paese, imprimendovi una torsione reazionaria, che non sarebbe stata possibile senza la resa culturale, e morale, dei Socialdemocratici, i quali, anziché contrastare l’offensiva dell’estrema destra, hanno preferito rincorrerla sul suo stesso terreno. Dalle elezioni europee escono puniti non solo da un modesto 15,6% dei voti, ma anche dal sorpasso a opera del Partito socialista popolare, che con il suo 17,4% diventa il più votato del paese. Dal canto suo, l’Alleanza rossoverde raggiunge il 7%, mentre l’Alternativa, affiliata a Diem 25 di Varoufakis, ottiene il 2,7%. Sorte analoga tocca ai Socialdemocratici finlandesi, orfani di Sanna Marin, che vengono superati dall’Alleanza della sinistra, seconda, con il suo 17,3%, solo al Partito di coalizione nazionale (centrodestra). Mentre i socialdemocratici svedesi rimangono il partito più votato del paese (lo sono dal 1914!), i loro cugini escono dunque ridimensionati, e perfino umiliati; che siano al governo (i danesi, la cui leader, Mette Frederiksen, guida una grande coalizione) o all’opposizione (i finlandesi). Il messaggio è chiaro: non basta gridare “o noi o l’estrema destra” per riconquistare la fiducia di un elettorato sfinito da decenni di politiche neoliberali e ora anche fanaticamente atlantiste e militariste.

Se questo è il campo degli sconfitti (l’estrema destra e i socialdemocratici), chi sono i vincitori, e cosa ne ha decretato il successo? A differenza del Partito socialista popolare danese, membro dell’eurogruppo dei Verdi, l’Alleanza rossoverde danese e l’Alleanza della sinistra finlandese appartengono all’eurogruppo della Sinistra, così come l’altro vincitore delle elezioni nel Nord, lo svedese Partito della sinistra, che ha ottenuto, in modo del tutto inatteso, l’11%. Una sinistra radicale in cerca di ispirazione non può che concentrarsi su di loro. Diversa è la loro genealogia e la loro struttura organizzativa (il partito svedese discende dal Partito comunista, mentre le due alleanze sono molto più recenti e hanno avuto origine dal basso, con una buona capacità di aggregazione di lotte e forze diverse). Hanno nondimeno puntato, per le elezioni europee, su un programma comune, il cui perno è il clima; grazie a questa priorità le tre formazioni hanno raccolto il sostegno di un elettorato prevalentemente giovane e urbano, che vede nell’avanzata della destra il nemico principale della conversione ecologica. Condizione necessaria per la sua attuazione è un rinnovato interventismo statale (si avverte qui l’eco del “leninismo ecologico” di Andreas Malm), che deve al contempo garantire la giustizia climatica, ossia che nessuno sia lasciato indietro: da qui l’urgenza di rilanciare i diritti sociali. Altri punti qualificanti del programma sono i diritti umani e… la pace. E qui veniamo alle ombre di questo successo elettorale. Se sulla Palestina le tre forze politiche hanno una posizione di ferma condanna di Israele e dei suoi alleati e di sostegno all’autodeterminazione palestinese, e alla mobilitazione studentesca in suo favore, sulla guerra in Ucraina sono totalmente appiattite sull’invio a oltranza di armi, al punto di chiedere un bando totale sull’esportazione di armi dei paesi UE all’estero, non per pacifismo, ma per poterle convogliare tutte sull’Ucraina. Una militarizzazione integrale, senza l’individuazione di un limite: fino a che punto ci spingeremo, nell’aiuto militare a Kiev? Che cosa diranno queste forze di sinistra-sinistra (consapevoli che se avessero provato a sollevare dei dubbi sulla condotta della Nato sarebbero state criminalizzate, e addio successo elettorale) se dovranno pronunciarsi sull’invio di truppe? E come pensano di finanziare la conversione ecologica, quando la spesa per la sostenibilità ambientale e sociale è sempre più sacrificata alla spesa militare? Anziché ironizzare sulla sinistra pacifista, incapace di comprendere la vera priorità: sconfiggere l'”ipercapitalismo” di Putin (a costo evidentemente di asservirsi all’ipercapitalismo degli USA e rischiare una guerra nucleare), la sinistra nordica dovrebbe chiedersi se un po’ di seggi nel Parlamento europeo o in quello nazionale valgano un cedimento così disastroso.

In chiusura, una battuta sui fatti di casa nostra: Alleanza Verdi-Sinistra gioisce per il suo successo e sventola la bandiera della pace; sulla guerra in Ucraina non ha avuto tentennamenti. Peccato che all’indomani di elezioni in cui ha guadagnato voti anche nel mondo dell’astensionismo, grazie alle candidature di Ilaria Salis e Mimmo Lucano, abbia dichiarato che il suo obiettivo è quello di costruire un campo largo con PD, Cinque stelle e i partiti liberali (Renzi e Calenda) che non hanno superato la soglia. Come si concilia l’antimilitarismo con partner, reali e potenziali, che si sono allineati (salvo i Cinque Stelle) al bellicismo della destra – e alle peggiori politiche neoliberali? La guerra è un discrimine o no, per la sinistra-sinistra europea? Si parla molto del partito dell’astensione, in questi giorni; per dialogare con chi – e siamo in tant@, e non solo di bassa condizione socioeconomica – pensa che non valga più la pena partecipare al gioco elettorale, perché le regole sono truccate (Grecia docet), questa sinistra europea che oggi festeggia il suo successo deve chiarire quanto è disposta a cedere dei suoi valori e per ottenere che cosa; riconoscere le contraddizioni in cui inevitabilmente si muove, e magari anche ammettere i propri errori, tattici e strategici.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.