La lezione dell’atletica: italiano è chi vuole esserlo

A fronte del mezzo milione di voti presi alle europee dal generale Vannacci (per questa Italia si può solo rabbrividire) c’è un messaggio contrario, forte e tutt’altro che astensionista. Viene dal campionato europeo di atletica leggera a Roma e va oltre il risultato sportivo, anche se il primato di podi dell’Italia (che cancella il precedente record di Spalato) contribuisce ad enfatizzarlo. Già, perché oltre la metà dei preziosi metalli incassati dalla Federazione di atletica leggera proviene da non autoctoni. Usiamo questa espressione generica per riassumere sotto l’ombrello della perfetta assimilazione aspiranti campioni che sono nati in Italia da genitori stranieri, figli di coppie miste, ragazzi e ragazze adottati in tenera età o trasferitisi in Italia per scelta (per questioni prima esistenziali e poi sportive).

L’atletica manda un segnale chiaro alla politica che non è riuscita ad approvare lo ius soli o lo ius culturae o cos’altro. Qui, nei termini pragmatici dello sport, il riconoscimento è stato pronto, schietto, esemplare, pur se motivato – non lo nascondiamo – anche dalla redditività dell’investimento. Nel nostro Paese arrivano giovani capaci e determinati, che cercano un posto al sole diventando professionisti nello sport, mettendo a segno i loro goal con l’arruolamento in una società sportiva e, poi, con il riconoscimento federale come italiani, strappando il diritto alla cittadinanza senza troppi ostacoli burocratici e, infine, mettendosi al servizio della nazione con le proprie prestazioni. È un insieme vincente di estrazioni molteplici in cui rientrano, alla rinfusa e non in ordine di citazione o di successo, Simonelli, Chituru, Ali Desalu, Dosso, Folorunso, Lopez, Weir, Ihmeje e via elencando. Ci danno un messaggio che si può riassumere in parole molto semplici: italiano è chi vuole esserlo e lo Stato non frappone ostacoli a questa inclusione. Soprattutto se è un’inclusione naturale e non artificiale, con cui ci si mette a disposizione della nostra immagine sportiva, non necessariamente in modo strumentale.

Nella squadra azzurra degli europei di Roma c’è uno spirito che non guarda al colore della pelle o al continente di provenienza e ci sono atleti che remano nella stessa direzione. È un’atletica non necessariamente leggera che dà l’esempio. Anzitutto al calcio in cui gli ultrà continuano a ululare antistorici buu verso i tesserati di colore delle squadre avversarie (dimenticando che vengono dall’Africa anche alcuni dei propri giocatori…): per trascuratezza, superficialità, ignoranza, malafede o forse per un mix di tutti questi vizi. Se non fosse un paragone troppo ambizioso ricorderei le battaglie sull’aborto, sul divorzio o contro le modifiche costituzionali: tutte vinte dalla società e non della politica. La minoranza che oggi trascina viene dallo sport e offre un profilo edificante: non buonista ma buono.

E non finisce qui. Forse la più consistente carta olimpica dell’atletica leggera italiana è nei piedi un cubano che ha scelto di vivere in Italia e che potrà essere tesserato e iscritto alle Olimpiadi solo pochi giorni prima dei Giochi di Parigi. Quando è arrivato in Italia era un profugo, ospitato in casa dal suo attuale allenatore, l’ex campione Fabrizio Donato. Fra tre mesi sarà il personaggio di cui tutti parleranno, forse più di Jacobs e di Tamberi.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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