L’ossessione repressiva e la cannabis light

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Con un emendamento a un disegno di legge, il Governo intende equiparare la cannabis light, caratterizzata dallo 0,2% di principio attivo di THC, alle droghe illegali. La si sottrarrebbe così alla previsione della legge n. 242 del 2016, che regola la coltivazione della canapa per scopi non nocivi, portandola direttamente sotto il regime del Testo Unico sugli stupefacenti, in vigore dal 1990.

Il disegno di legge in cui si vuole inserire l’emendamento è quello sulla sicurezza, presentato il 22 gennaio scorso e ora in discussione alla commissione Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, che si va arricchendo di ogni tipo di previsioni repressive (https://volerelaluna.it/commenti/2024/06/03/lungheria-e-vicina/). L’obiettivo dell’emendamento è di fornire un’interpretazione restrittiva dell’articolo 2 della legge del 2016 che non preclude alle aziende che producono la “cannabis sativa L”, di coltivare la pianta con un bassissimo livello di THC (0,2% che non deve superare 0.6%). Un tetto bassissimo di principio attivo se pensiamo che in Germania, dove l’uso ricreativo della cannabis è stato appena legalizzato, il tetto per i giovani tra 18-21 anni è del 10%. Se, come è molto probabile per il gioco delle maggioranze, l’emendamento sarà approvato, il commercio e la cessione di infiorescenze pur sotto lo 0,5% di THC (che è il massimo di principio attivo consentito per la commercializzazione, mentre per la coltivazione è del 0,6%) verranno puniti con le stesse pene in vigore per tutte le altre sostanze psicoattive illegali.

Dal 2016, anno in cui ne è iniziata la produzione, la cannabis light ha avuto molte vicissitudini. Nel 2018 Il Consiglio Superiore di Sanità raccomandò al Governo di proibirne la vendita, motivando con la carenza di studi scientifici sugli effetti (senza chiedersene il perché), ai soggetti a rischio: anziani, donne in gravidanza (per le quali, è noto, sono sconsigliati anche alcol e tabacco) e persone che assumono determinate medicine. Non erano inclusi gli adolescenti perché per la cannabis light, come per le altre sostanze psicoattive legali, esiste un divieto di consumo per i minori di 18 anni. Nel 2019 la Cassazione ribadì la liceità della coltivazione e del commercio della cannabis light, ma poco dopo le Sezioni Unite della stessa Corte re-interpretarono la legge del 2016 dichiarando che il legislatore non intendeva in realtà consentirli. Sul finire dello stesso anno la presidente del Senato, Casellati, dichiarò inammissibile l’inserimento, nella legge di bilancio, di una norma riguardante la liberalizzazione della cannabis light. Oggetto dell’attenzione repressiva non fu solo il THC non superiore allo 0,5%, ma anche lo stesso cannabidiolo (CBD), altro principio attivo della cannabis con esiti rilassanti, che in realtà, secondo la Corte di Giustizia della UE (2020) e secondo l’OMS (2017), non ha alcun effetto stupefacente. Tuttavia il Governo, con decreto 22 settembre 2023, vietò la vendita di prodotti per uso orale a base di cannabidiolo se non su prescrizione medica da presentare in farmacia. Il Tar del Lazio, peraltro, sospese successivamente l’efficacia del provvedimento.

Ma chi sono i consumatori di cannabis light? Il fatturato stimato in più di 150 milioni di euro dimostra che la clientela degli smart shop e delle tabaccherie che vendono cannabis light non è trascurabile. Da chi è composta? Da persone che, usando cannabis, non intendono rivolgersi al mercato illegale: per non rischiare, per ragioni di principio, perché non desiderano dosi più alte di THC e cercano principalmente l’effetto rilassante del cannabidiolo, perché più suscettibili a un effetto placebo, per comodità logistica etc… Tra loro: gruppi di giovani adulti, quarantenni che tornando a casa dal lavoro si risollevano dallo stress, uomini e donne di una certa età che si concedono qualche momento per sé. L’effetto è il rilassamento, la tranquillità, non l’alterazione e lo sballo. Dall’unica ricerca condotta da tre economisti (V. Carrieri, F. Principe, L. Madio, 2018) sul periodo dicembre 2016 – marzo 2018, emerge che il mercato legale della cannabis, con un principio attivo pressoché inesistente, sottrae al profitto illegale, che ha una platea stimata intorno al 19% tra i giovani adulti nella fascia 18-34 anni, circa 200 milioni l’anno. Poca cosa, in percentuale, contro un fatturato del commercio illegale di 3,4 miliardi, ma significativamente indiziaria di un “effetto sostituzione” tra cannabis light e cannabis di strada, pur a condizioni impari di competizione. Basti pensare a quanto è successo durante la pandemia, periodo in cui lo spaccio illegale è stato molto ostacolato dal regime di lockdown. La cannabis light è risultata la “soluzione di riserva” a cui molti consumatori hanno fatto ricorso, difendendosi così dall’abuso ben più pericoloso di un’altra sostanza legale a stretta portata come l’alcol.

Salute e lavoro: nessuna contrapposizione. La filiera della coltivazione e del commercio della cannabis light conta l’attività di circa 1000 piccole aziende con 15.000-20.000 addetti. Soprattutto giovani. Decretarne l’illegalità significherebbe colpire un settore che è in espansione e crea lavoro. È una tipologia di lavoro al servizio dell’industria del voluttuario e del ricreativo, comunque alternativo alle tante piantagioni e serre illegali sparse qui e là per tutt’Italia. E soprattutto non si contrappone alla salute. Il cannabidiolo e i livelli di Thc che non superano il 5% non sono nocivi (lo sostiene l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, braccio dell’ONU, pur roccaforte della “guerra alla droga”), né precludono la possibilità di mettersi alla guida. È inaccettabile che il Governo, subendo i ricatti sulla ricaduta occupazionale, non metta alcuna tassa sulle bibite zuccherate o sui prodotti a base di plastica, non contrastando i danni alla salute e all’ambiente, ormai abbondantemente dimostrati, per non toccare i profitti delle aziende interessate e invece vieti per legge un prodotto innocuo, causando (anche) la disoccupazione di migliaia di giovani costretti alla Naspi.

In questo caso non è l’ignoranza che rende ciechi, ma la speculazione sulla disinformazione e le ansie dei cittadini: un’imprenditoria elettorale (pre-elettorale) sulla paura, che, creando la percezione di rischi inesistenti, si fa sberleffi di studi e dati scientifici pur a disposizione.

Gli autori

Leopoldo Grosso

Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, è stato per molti anni coordinatore del settore Accoglienza del Gruppo Abele e fondatore dell’Università della strada. Tra i suoi libri più recenti: “La comunità terapeutica per persone tossicodipendenti” (con Maurizio Coletti, 2011), “Atlante delle dipendenze” (con Francesca Rascazzo, 2014), “Questione cannabis. Le ragioni della legalizzazione” (2018), tutti per le Edizioni Gruppo Abele.

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