La nostra festa della Repubblica e quella della destra

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Se c’è qualcosa che è cambiato – nell’approssimarsi di questa festa della Repubblica – è che abbiamo sempre più chiaro non solo cosa difendere, ma anche da cosa dobbiamo difenderci. Pensavo precisamente questo in questi giorni, non propriamente un pensiero felice.

Il pretesto me l’ha fornito un editoriale scritto da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Come è ovvio, l’autore e il luogo di pubblicazione non sono dei semplici dettagli in questa storia. La destra politica e culturale, in questo paese, è perlopiù composta da nani e ballerine (che è peraltro una brutta immagine classista e discriminatoria) che tengono al loro folklorismo. Di fronte alle gaffes di un Sangiuliano, per non dire del cognatino di Giorgia o persino dei deliri onnipotenti di uno Sgarbi, noi possiamo indignarci, ma non possiamo prenderli troppo sul serio. In verità dubito che anche loro si prendano sul serio. Sarà per questo che ogni tanto si rende necessario un lavoro di ripulitura, che viene delegato a quegli intellettuali che, guarda caso, hanno tutti più o meno biografie analoghe (per esempio si rivolgono contro la sinistra con un astio simile a quello degli ex seminaristi che criticano la Chiesa). Non mettono mai in dubbio che la loro celebrità non sia per forza indizio di autorevolezza, e possa invece esser dovuta a qualcosa di più prosaico come la difesa a spada tratta di chi ha il potere. Non è difficile individuarlo, questo codazzo di intellettuali che ripulisce la volgarità istituzionale della destra dandole un tono e una legittimazione, giustificando le peggiori controriforme degli ultimi anni. Galli della Loggia è certamente uno di loro, insieme a Paolo Mieli, Luca Ricolfi, Sabino Cassese e qualche altro che sicuramente dimentico (perché la memoria, per mia fortuna, è selettiva e funziona anche come un indice di gradimento). Ogni volta che qualcuno di loro scrive, è lecito aspettarsi che stia per arrivare il peggio.

In questo caso l’articolo di Galli della Loggia appare come una stroncatura di un libro pubblicato da poco: Democrazia afascista, di Gabriele Pedullà e Nadia Urbinati. Questo è ciò che vorrebbe essere, o forse no. Perché come stroncatura risulta così violenta e sommaria da non esser troppo credibile. E già questo è un fatto sospetto, però. Che ci dice che il mondo “moderato” che si riunisce intorno al Corriere della Sera ha scelto di aderire alla galassia meloniana non solo nei contenuti, ma anche nelle forme. Non è più necessario nemmeno il trucco borghese della moderazione dei toni, evidentemente.

Ma perché rievoco questa discutibile caduta di stile? Non certo per difendere gli autori del volume, la cui autorevolezza è tale che non ha bisogno del mio aiuto. Piuttosto perché mi sembra che, con la scusa di attaccare la sinistra, l’operazione di Galli della Loggia operi un vero e proprio rovesciamento di ciò che dobbiamo celebrare quando festeggiamo la Repubblica. Leggiamo il cuore della sua accusa: «[Questo libro] rappresenta un passo avanti assai significativo nella strategia che la sinistra italiana ha adottato da sempre, seppure con varia intensità, ma che negli ultimi tempi si è accentuata (forse in ragione delle sue crescenti difficoltà elettorali). Essa consiste nel tentativo di spostare il confronto con i propri avversari di destra dal terreno propriamente politico-programmatico a quello della legittimazione. Ovviamente per espellerli da quell’ambito, per proclamarne una sorta di indegnità originaria che li metterebbe automaticamente fuori gioco. Fino ad oggi l’argomento principe di tale strategia della sinistra è stato l’attribuzione ai propri avversari di un presunto legame di qualche tipo con il fascismo. Con questo libro si compie però un salto di qualità. Proclamando il sistema democratico e ogni sua regola costituzionale, proprio in quanto tali, come uno spazio politico programmaticamente e interamente “di sinistra”, programmaticamente socialdemocratico, con ciò stesso si sancisce l’esclusione da esso di qualsiasi altra forza che di sinistra non sia, cioè si afferma il proprio assoluto monopolio dell’intero spazio politico».

L’accusa è molto chiara: siccome nessuno cade più nella trappola del fascismo, allora la sinistra (senza più alcuna distinzione con la socialdemocrazia: tutti allo stesso modo “comunisti”) delegittima gli avversari politici identificando la Costituzione con i propri ideali e, per ciò stesso, mettendoli fuori gioco. Nientedimeno che un piano sovversivo per negare valore ai trionfi della destra. Per usare una metafora meno intellettuale e che le pagine del Corriere della Sera, così compunte e austere, non ospiterebbero mai: secondo Galli della Loggia la sinistra porta via il pallone dal campo di gioco nel momento in cui perde, sostenendo a gran voce che il pallone è suo e non è di tutti.

Perché la nostra Costituzione sarebbe di sinistra? Semplicemente perché sarebbe necessariamente “sovversiva”, come scrivono gli autori e come ricorda con sdegno Galli della Loggia. Eppure, accettando molto serenamente il disaccordo di Galli della Loggia, non è certo un’idea di sinistra riconoscere che le democrazie liberali nascono con due caratteristiche fondamentali. La prima è di essere la rappresentazione politica di una rivoluzione sociale, che si chiama modernità e non certo sinistra. Una rivoluzione in cui il senso è quello di spiazzare le diseguaglianze sociali e distribuire il potere anche a coloro che non ne avevano nemmeno una parte. Si chiama repubblica anche per questo. La prima res-pubblica è il potere: che è contendibile da tutti, dal nobile e dal contadino, dal terzo stato e dal re (se smette i panni del re), dagli attenti lettori del Corriere della Sera e da quelli molto più casinisti di Volere la Luna. Con buona pace del nostro editorialista, è questa la repubblica che celebriamo: quella a cui tutti abbiamo non solo il diritto di prendere parte, ma anche quello di avere una parte di potere. La seconda è di essere un complesso sistema che garantisce questa circolazione del potere dall’abuso della maggioranza. Dovrebbero saperlo i nostri anti-putiniani, no? Lasciare alla maggioranza ogni potere, a partire da quello di minimizzare la minoranza, non è democrazia, è tirannide.

Ma tutto questo è semplicemente ciò che sappiamo di dover difendere, il 2 giugno. Chi si proclama di sinistra, come me. Ma anche chi è liberale, chi cattolico-democratico, chi social-democratico, chi azionista. Una conquista che non è solo una forma di governo, la repubblica. Ma che è sostanza concreta: siamo tutti uguali, non solo come oggetti del potere ma soprattutto come soggetti del potere. Il potere è di tutti, scriveva Aldo Capitini.

Nel suo rovesciamento, Galli della Loggia compie una paradossale operazione di chiarezza. Che cos’è la democrazia a cui tutti dovremmo oggi chinare il capo e rassegnarci? Non è altro che “suffragio universale”. Una decostruzione del senso stesso della convivenza e di quei due caratteri fondamentali che ho appena ricordato. Il primo – il fatto che non si può dare repubblica dei diseguali – sarebbe secondo il delirio di questa destra addirittura una bestemmia. Che mai è questo regime di governo che vuole sovvertire i rapporti di potere consolidati e rendere i potenti meno potenti e gli impotenti finalmente (almeno un po’) potenti? Che vuole redistribuire ricchezza e garantire coloro che non hanno garanzie? Che mai è questa Repubblica di tutti e per tutti, che ci accingiamo a festeggiare? A un certo punto Galli della Loggia cita con indignazione le parole di Pedullà e Urbinati, secondo cui la democrazia è «un processo rivoluzionario che sovverte potentati e dominazioni e la cui opera non è mai compiuta». Invece la democrazia deve essere un regime neutro, avaloriale. Tutto si spiega a questo punto. Soprattutto ciò da cui dobbiamo difenderci. Per questo ci tocca addirittura ringraziarlo, il nostro storico di regime. Il giornale più letto dalle oligarchie che difende un governo il cui obiettivo fondamentale è precisamente quello di neutralizzare la forma repubblicana, mettendola al servizio di “potentati e dominazioni” e svuotando il senso dell’uguaglianza di tutti riducendola a un profilo esclusivamente formale. Tutti siamo uguali, ma a condizione di non esserlo per ciò che concerne l’esercizio del potere. Una democrazia al servizio del neo-feudalesimo verso cui sprofondiamo sempre più, una repubblica à la carte per gli appetiti dell’Ancien Régime. Pronta del resto a trasformare di nuovo i propri cittadini – non quelli che scrivono sul Corriere, beninteso – in carne da macello di nuove guerre mondiali.

Quanto al secondo carattere – la difesa dall’abuso delle maggioranze – Galli della Loggia è ancor più chiaro su ciò che ci attende. La democrazia, alla fine dei conti, non è altro che “suffragio universale” e tutte le conquiste di civiltà del secolo scorso non sono certo effetto della prima parte della Costituzione – un semplice «decalogo di buoni sentimenti», così scrive – ma sono dovute alla forza delle maggioranze. E dunque, evidentemente, non resta altro da fare che liberare dai troppi vincoli coloro che hanno potere, perché funzioni la democrazia.

Ricordano qualcosa, questi due rovesciamenti che ci vengono proposti su pagine così autorevoli? A me sì. Mi sembrano nient’altro che dispositivi di legittimazione delle due riforme madri di questo governo: autonomia differenziata e premierato. La repubblica dei diseguali, che vuole garantire e non sovvertire l’ordine sociale, si istituzionalizza nella secessione dei ricchi, cui siamo sempre più vicini. La democrazia come suffragio universale che benedice il potere della maggioranza è un’ottima idea per legittimare il plebiscito al premier, verso cui stiamo precipitando.

Anche il 2 giugno ci saranno, dietro le pacificazioni di facciata, due feste differenti. La festa di chi celebra ciò che dobbiamo difendere e quella di chi celebra ciò da cui dobbiamo difenderci e che occupa ormai le prime pagine dei giornali. La festa della repubblica degli uguali e quella della repubblica dei diseguali.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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2 Comments on “La nostra festa della Repubblica e quella della destra”

  1. Ben detto. I galli della loggia e tutto il codazzo sono e sono stati e saranno servi di ogni potere padronale: Del resto la disgraziata storia d’Italia è piena di qusti personaggi, gente senza onore e dignità: Mi fanno più orrore dei fascisti stessi.

  2. Il problema purtroppo non è solo italiano. Lo svuotamento di senso della democrazia ridotta a puro esercizio elettorale, riguarda tutto l’occidente. Il pensiero unico capitalista tollera sempre meno la dialettica faticosa tra maggioranza e minoranza. La politica ridotta a tifo da stadio ma anche la cultura sempre più serva danno un contributo decisivo alla scomparsa del pensiero. Siamo ritornati a parlare di guerra come fosse una scampagnata…..

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